Referendum Giustizia, i ricorsi contro la data del 22 marzo: comitato firme per il no scrive a Mattarella

Il governo ha fissato la data per il referendum costituzionale che contiene la separazione delle carriere dei magistrati, riforma voluta da Nordio, e per le concomitanti elezioni suppletive: i cittadini andranno al voto in due giorni, il 22 e il 23 marzo. Ma subito dopo la comunicazione ufficiale della data, che era stata anticipata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno, sono scoppiate le polemiche. E non sono esclusi ricorsi.
Il punto è che la data è stata decisa dal governo senza aspettare il termine della raccolta firme a sostegno dell’iniziativa popolare per il referendum sulla riforma Nordio, che dallo scorso 22 dicembre è disponibile sul sito del ministero della Giustizia (è possibile firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). In teoria il limite temporale per raggiungere le 500mila sottoscrizioni per un altro quesito per il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura approvata dal Parlamento, è il 30 gennaio, data in cui scadono i tre mesi dalla pubblicazione della legge costituzionale in Gazzetta ufficiale. In tre settimane il comitato composto da 15 proponenti, guidati dall'avvocato Carlo Guglielmi, ha superato il traguardo delle 350mila firme.
Indicando una data già nel Consiglio dei ministri di ieri l'esecutivo Meloni non ha violato la legge, ma non ha rispettato la prassi seguita fino ad ora, che è una procedura consolidata, ma non un obbligo di legge: dal governo Amato del 2001 si è sempre atteso il termine di tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Per questo il comitato ha già pronto un ricorso al Tar del Lazio per chiedere una sospensiva, visto che il governo non ha concesso il tempo necessario per completare la raccolta: il testo della legge costituzionale è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025, e i 90 giorni per raccogliere le adesioni scadrebbero appunto il 30 gennaio. Il testo della legge è stato approvato dal Senato, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 30 ottobre 2025, e dalla Camera dei deputati, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta del 18 settembre 2025.
Secondo la legge, le riforme costituzionali, se non vengono approvate da almeno due terzi dei componenti di Camera e Senato, possono essere sottoposte a referendum confermativo. Entro tre mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del testo della legge, un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali possono chiedere di indire un referendum popolare.
Il comitato firme scrive a Mattarella: cosa succede oggi
Il comitato oggi potrebbe salire oggi al Quirinale, anche se il presidente Mattarella, a cui non compete una valutazione di costituzionalità sulla decisione del governo ma tocca solo la firma del decreto per indire la consultazione nella data decisa dal Cdm, non ha al momento appuntamenti fissati in agenda con gli esponenti del comitato. "Informeremo domani il presidente della Repubblica e i comitati promotori parlamentari – ha annunciato ieri il portavoce del comitato Carlo Guglielmi – delle nostre iniziative a tutela della legalità repubblicana in tutte le sedi giudiziarie che la Costituzione prevede". La consultazione potrebbe quindi slittare nel caso in cui il comitato raggiungesse l'obiettivo delle 500mila firma entro fine gennaio: a quel punto la Cassazione dovrebbe valutare l'eventuale raggiungimento delle 500mila firme ed esprimersi anche su questo secondo quesito.
La maggioranza però si basa sulla richiesta di referendum già depositata dai parlamentari e ammessa dall’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione, e per questo insiste sull'indicazione delle date del 22 e 23 marzo. Secondo la legge, entro 60 giorni dalla pubblicazione dell’ordinanza della Corte di Cassazione, in questo caso emessa lo scorso 18 novembre, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella deve indire il referendum, su proposta del Consiglio dei ministri. Per questo, è il ragionamento del governo, si doveva necessariamente decidere una data entro il 17 gennaio.
"Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione, che concede tre mesi per la proposizione del referendum e la prassi applicativa che ne è conseguita da decenni – ha detto ancora Guglielmi -, giungendo a sfottere con un suo ministro gli oltre 350.000 cittadini che in pochi giorni hanno firmato, dicendo che il loro diritto ha la stessa consistenza e merita lo stesso riguardo rispetto all'ipotesi che suo nonno fosse un treno. Dato che purtroppo nel Governo non c'è cultura istituzionale, ce ne dovremo fare carico noi". Il riferimento di Gugliemi è alle parole del ministro Foti, rilasciate ai giornalisti dopo il Cdm: "L'unica cosa che non manca in Italia è la possibilità di fare ricorsi, ma il tema è farseli accogliere". E ancora: "Se il ricorso dovesse essere accolto?… Eh, se mio nonno fosse un treno…", ha detto il ministro con ironia.
L'attacco del Comitato Società civile per il NO
Il Comitato "Società civile per il NO" al referendum costituzionale, presieduto da Giovanni Bachelet, che coinvolge associazioni e organizzazioni – Cgil, Acli, Anpi, Arci, Libera Auser, Pax Christi, art. 21, Lega Autonomie Locali, Libertà e Giustizia, oltre a molte associazioni studentesche – ed è sostenuto da figure di spicco come Rosy Bindi, Christian Ferrari, Gianfranco Pagliarulo, Silvia Albano, Gaetano Azzariti, Benedetta Tobagi (che fanno parte del Consiglio Direttivo del Comitato insieme ad altri) non ha partecipato all'iniziativa del comitato di Guglielmi, ma la sostiene apertamente.
"Il Comitato della Società civile per il NO nel referendum costituzionale ritiene molto grave la scelta del governo di fissare la data del referendum sulla legge Nordio senza rispettare la consolidata prassi di tutti i precedenti referendum, che riconosceva alle cittadine e ai cittadini il diritto e il tempo di firmare la richiesta e formare i propri comitati del SI e del NO. Evidentemente l'esecutivo ha paura del successo che sta raccogliendo la sottoscrizione (che ha già superato le 354.000 firme in sole tre settimane) e punta a strozzare i tempi della campagna elettorale – comprimendo il contraddittorio, come già avvenuto in Parlamento – per evitare che l'opinione pubblica sia adeguatamente informata sui danni di questa pessima riforma costituzionale".
"Una ragione in più per rinnovare l'invito alle cittadine e ai cittadini a firmare e per intensificare la nostra campagna popolare, la più diffusa e capillare possibile, con l'obiettivo di far vincere il NO in difesa della giustizia, della costituzione e della democrazia", si legge in una nota diffusa ieri.
Secondo il professor Bachelet, l'accelerazione che c'è stata sulla data "È molto grave, è un maldestro tentativo di strozzare il dibattito. E testimonia i timori del governo. La scelta del Consiglio dei ministri certifica questa grande paura basata, io credo, sulla percezione della rapida crescita delle ragioni del no nella coscienza del Paese", ha detto in un'intervista al quotidiano ‘La Repubblica'.
A rincarare la dose ci pensa Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No promosso dall’Associazione nazionale magistrati, secondo il quale "l'effetto di questa riforma sarà nei fatti una maggiore soggezione della magistratura alla politica".
Il testo del quesito del referendum
Ecco il quesito del testo del referendum su cui si dovrebbe votare il 22 e 23 marzo:
Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?
Gli elettori dovranno votare Sì se voglio l'approvazione della riforma costituzionale, No se sono contrari. In questo caso, trattandosi di un referendum confermativo su una riforma costituzionale, non è previsto il quorum: il risultato del referendum sarà valido indipendentemente dall'affluenza.