Referendum Giustizia, Cassazione accoglie il nuovo quesito del comitato del No: cosa può succedere ora

Via libera dalla Corte di Cassazione al nuovo quesito per il referendum sulla riforma della Giustizia. L'Ufficio centrale ha infatti ritenuto ammissibile la versione elaborata dal Comitato dei 15 giuristi che, in poche settimane, ha raccolto oltre 500mila firme. La decisione è stata confermata da fonti della Cassazione, anche se l'ordinanza ufficiale non è ancora stata depositata. In poche parole: il referendum si farà, ma probabilmente con un quesito diverso da quello ammesso nei mesi scorsi.
Perché il quesito è stato cambiato
La differenza tra il vecchio e il nuovo testo riguarda un punto centrale: l'indicazione esplicita degli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma. Il quesito inizialmente ammesso si limitava infatti solo a chiedere agli elettori se approvassero la legge costituzionale sulla riforma della Giustizia, senza cioè specificare quali parte della Carta fossero coinvolte. La nuova versione, invece, elenca ora chiaramente i sette articoli della Costituzione interessati. Secondo i promotori questa indicazione è profondamente necessaria per garantire una piena consapevolezza del voto, trattandosi di una revisione costituzionale.
La data del voto: perché ora c'è incertezza
L'accoglimento del nuovo quesito apre un'incognita sulla data del referendum, già fissata dal governo per il 22 e il 23 marzo. Il punto è che la domanda su cui i cittadini saranno chiamati a votare non è però più la stessa ammessa in precedenza. Dal punto di vista costituzionale, quindi, questo potrebbe rendere necessaria una nuova convocazione delle urne, con il rispetto dei termini previsti dalla legge, che stabilisce infatti che tra la convocazione e il voto debbano trascorrere almeno 50 giorni. Dunque, se il nuovo quesito verrà considerato a tutti gli effetti distinto dal precedente, la data già stabilità potrebbe non essere più compatibile con i tempi costituzionali e il referendum potrebbe slittare.
Allo stesso tempo però, occorrerà attendere il deposito dell'ordinanza della Cassazione per capire quale interpretazione verrà adottata; è da lì infatti che arriveranno le indicazioni decisive sulla natura del nuovo quesito e sulle conseguenze procedurali.
Il ruolo del governo
In ogni caso, la palla tornerebbe al governo, che potrebbe esprimersi con una nuova delibera. La precedente convocazione alle urne, infatti, non è stata sospesa dal Tar a fine gennaio, quando i 15 giuristi promotori avevano chiesto ai giudici amministrativi di bloccarla. Proprio per questo, un eventuale slittamento del voto, potrebbe non avvenire in maniera automatica, ma potrebbe invece richiedere un nuovo atto formale dell'esecutivo.