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Referendum sulla giustizia 2026

Referendum Giustizia, Cassazione accoglie il nuovo quesito del comitato del No: cosa può succedere ora

La Corte di Cassazione ha dato il via libera a una nuova formulazione del quesito referendario sulla riforma della Giustizia. Ecco cosa cambia e cosa può succedere.
A cura di Francesca Moriero
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Via libera dalla Corte di Cassazione al nuovo quesito per il referendum sulla riforma della Giustizia. L'Ufficio centrale ha infatti ritenuto ammissibile la versione elaborata dal Comitato dei 15 giuristi che, in poche settimane, ha raccolto oltre 500mila firme. La decisione è stata confermata da fonti della Cassazione, anche se l'ordinanza ufficiale non è ancora stata depositata. In poche parole: il referendum si farà, ma con un quesito diverso da quello ammesso nei mesi scorsi.

Perché il quesito è stato cambiato e che cosa cambia ora

La differenza tra il vecchio e il nuovo testo riguarda un punto centrale: l'indicazione esplicita degli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma. Il quesito inizialmente ammesso si limitava infatti solo a chiedere agli elettori se approvassero la legge costituzionale sulla riforma della Giustizia, senza cioè specificare quali parte della Carta fossero coinvolte. La nuova versione, invece, elenca ora chiaramente i sette articoli della Costituzione interessati. Secondo i promotori questa indicazione è profondamente necessaria per garantire una piena consapevolezza del voto, trattandosi di una revisione costituzionale. Con il deposito dell'ordinanza, il cambiamento del quesito non è solo ipotetico, ma diventa certo: la domanda sottoposta agli elettori sarà quella riformulata.

La data del voto: perché ora c'è incertezza

È proprio questo passaggio ad aprire un'incertezza sulla data del referendum, già fissata dal governo per il 22 e 23 marzo. Poiché il quesito non coincide più con quello precedentemente ammesso, l'iter referendario, secondo la legge, dovrebbe ripartire, con la conseguente necessità di rispettare nuovamente i termini previsti. La normativa stabilisce infatti che tra la convocazione delle urne e il voto debbano trascorrere almeno 50 giorni. Se il nuovo quesito verrà considerato a tutti gli effetti distinto dal precedente, la data già stabilita potrebbe quindi non essere compatibile con i tempi costituzionali e il referendum potrebbe essere rinviato.

Il ruolo del governo

In ogni caso, la palla tornerebbe al governo, che potrebbe esprimersi con una nuova delibera. La precedente convocazione alle urne, infatti, non è stata sospesa dal Tar a fine gennaio, quando i 15 giuristi promotori avevano chiesto ai giudici amministrativi di bloccarla. Proprio per questo, un eventuale slittamento del voto, potrebbe non avvenire in maniera automatica, ma potrebbe invece richiedere un nuovo atto formale dell'esecutivo.

Il quadro è del tutto inedito dal punto di vista istituzionale e lascia aperta anche la possibilità che il governo scelga una strada diversa, discostandosi dall'interpretazione più lineare dell'iter previsto.

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