Referendum sulla giustizia 2026

Referendum Giustizia, Barbero: “Il cittadino non è mai sicuro se giudici e pm prendono ordini dal governo”

Alessandro Barbero sceglie di intervenire pubblicamente e di spiegare perché voterà No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. Non un appello ideologico, spiega, ma un ragionamento storico e costituzionale sul rischio di indebolire l’autonomia della magistratura.
A cura di Francesca Moriero
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"Ci ho messo un po' a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no". Così Alessandro Barbero, storico e scrittore italiano, apre il suo intervento in un video sui social, prendendo le distanze da uno scontro che, come dice lui stesso, è ormai diventato battaglia politica tra destra e sinistra. Proprio per questo, spiega, aveva evitato di esporsi: "Che io dica a tutti ‘anche io voterò no', sai che novità".

Studiando da vicino il contenuto della riforma, Barbero ha però sentito il bisogno di chiarire un punto che, a suo giudizio, nel dibattito pubblico viene spesso semplificato o frainteso. Il referendum, ricorda, non riguarda davvero la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, perché quella separazione, nei fatti esiste già. Oggi un magistrato sceglie all'inizio se svolgere funzioni requirenti o giudicanti, può cambiare una sola volte nella vita e pochissimi lo fanno. Il cuore della riforma, sta altrove: "Al centro, c'è la distruzione del Consiglio superiore della magistrature così come era stato voluto dall'Assemblea costituente". Il Csm, spiega Barbero, non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma uno dei pilastri dell'equilibrio democratico costruito dopo il fascismo. È l'organo di autogoverno dei magistrati, con funzioni anche disciplinari: funzioni che prima erano esercitate direttamente dal ministro della Giustizia, cioè dal governo: "I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia", ricorda Barbero, "il cittadino non è al sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo". Per questo la Costituzione aveva previsto un Cdm composto in maggioranza da magistrati eletti dai loro colleghi, affiancati da una quota di membri laici nominati dal Parlamento. Era un equilibrio pensato per mantenere la magistratura in dialogo con la politica, ma non subordinata a essa, ricorda.

Cosa cambia con la riforma

La riforma approvata dal Parlamento cambierebbe radicalmente questo assetto. Il Csm verrebbe sdoppiato, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri, e perderebbe i poteri disciplinari, che verrebbero affidati a un nuovo organismo, l'Alta Corte disciplinare. Ma soprattutto cambierebbe il metodo di selezione dei membri togati: non verrebbero più eletti, ma estratti a sorte. Ed è qui che Barbero definisce il sorteggio una "misura pazzesca", che non si usa in nessun organo di grande responsabilità. La giustificazione ufficiale è nota: evitare che la magistratura si organizzi in correnti e che le elezioni interne riflettano schieramenti politici. Ma per Barbero il rimedio rischia di essere peggiore del male: "A me sembra che un Csm, anzi due, anzi tre organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte, mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore". Il risultato, dice ancora, è un ritorno a un sistema in cui il potere esecutivo può influenzare, indirizzare e sanzionare la magistratura: "mi sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni".

Pur riconoscendo che chi sostiene la riforma può rivendicare apertamente questo modello in nome dell'efficienza e di uno Stato "moderno", è proprio su questo punto che Barbero dice di no: "io la penso diversamente e per questo voterò no". Non come gesto identitario, ma come presa di posizione coerente con una lezione che viene dalla storia: le democrazie non si indeboliscono tutte insieme, ma un equilibrio alla volta. E spesso, aggiunge, lo fanno in nome di riforme che sembrano tecniche, ragionevoli e persino necessarie.

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