Referendum Giustizia 2026, perché la data può ancora slittare: i due possibili ricorsi contro il governo

La data del referendum sulla riforma della giustizia è ormai fissata in modo definitivo, o quasi: si voterà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Il governo Meloni lo ha confermato sabato scorso, quando si è riunito per modificare il quesito. Il cambiamento si era reso necessario perché la Cassazione aveva accettato la nuova formulazione, proposta da quindici giuristi con una raccolta firme.
Ora, sempre i promotori della raccolta firme hanno davanti a sé due possibilità per fare ulteriormente ricorso: la Corte Costituzionale e il Tar. L'obiettivo sarebbe di spostare la data del voto, ma non è detto che le vie legali abbiano successo – e potrebbero togliere tempo ed energia alla campagna referendaria. La decisione è attesa in tempi stretti.
Perché il comitato dei 15 giuristi può fare ricorso sulla data del referendum
Il motivo per cui il comitato dei giuristi aveva detto di aspettarsi uno slittamento della data è che, per legge, da quando si stabilisce il quesito del referendum devono passare cinquanta giorni di tempo prima del voto. Lo scopo di questa misura è garantire che tutti i cittadini possano essere informati, che le campagne per il Sì e per il No abbiano il tempo di organizzarsi e così via.
Se i cinquanta giorni fossero scattati da sabato, quando il governo ha cambiato il quesito a seguito della decisione della Cassazione, la data non avrebbe potuto essere il 22-23 marzo: avrebbe dovuto slittare di almeno una settimana. "La decisione del Cdm di mantenere ferma la data del referendum già fissata non consente di usufruire pienamente del termine minimo di 50 giorni previsto dalla legge per la campagna referendaria, e non tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati", ha infatti contestato il comitato.
Da parte sua, il governo ha ritenuto che la modifica accettata dalla Cassazione non fosse una riformulazione del quesito, ma semplicemente un'integrazione, o una precisazione. La differenza tra la domanda originale e quella attuale è che il primo quesito riportava solo il nome della riforma che va approvata o respinta, mentre quello nuovo indica anche quali articoli della Costituzione vengono cambiati. Non abbastanza secondo l'esecutivo – e probabilmente anche secondo il presidente della Repubblica, che ha firmato il decreto – per richiedere un ‘reset' dei cinquanta giorni.
L'ipotesi del ricorso alla Consulta
Dunque, come detto, ora le ipotesi sono due. La prima, che potrebbe essere anche la più rapida, è un ricorso alla Corte Costituzionale.
È possibile fare ricorso alla Consulta per un cosiddetto "conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato". In particolare, quando si ritiene che il governo abbia preso una decisione che non gli spettava, o abbia esercitato in modo improprio i suoi poteri. Se questo ricorso venisse accolto, potrebbe portare a uno slittamento della data.
L'appello al Tar e i rischi della battaglia legale
La seconda strada sarebbe quella di un ricorso al Tar del Lazio, il tribunale amministrativo regionale. Qui si andrebbe a contestare la validità del provvedimento che il governo ha adottato sabato, con cui ha cambiato il quesito del referendum ma non ha spostato la data del voto. Oppure si potrebbe anche fare appello nuovamente – al Consiglio di Stato – contro la decisione del Tar stesso, che il 28 gennaio aveva respinto un primo ricorso.
In questi casi, il Tribunale potrebbe anche decidere di sospendere gli atti del governo in questione (la cosiddetta "sospensiva") mentre prende una decisione. I possibili lati negativi non mancano. L'esito di questi eventuali ricorsi non è affatto scontato, anzi. E in ogni caso portarli avanti richiederebbe parecchio tempo e risorse. Il comitato ha dichiarato che "la battaglia non deve essere sulla data, ma sull’esito referendario". Potrebbe essere il segnale che i ricorsi legali si fermeranno. Lo sapremo con certezza solo nei prossimi giorni.