Referendum, Grosso (Comitato No): “Di Matteo non ha torto. Una magistratura debole conviene solo a criminali e mafiosi”

"Di Matteo, ha espresso un concetto semplice: una magistratura indebolita, intimidita e delegittimata è quanto di meglio possano augurarsi criminali e mafiosi. Non significa che chi vota Sì sia disonesto, ci mancherebbe, ma è un dato di fatto che una giustizia fragile conviene solo a chi ha qualcosa da temere da una magistratura forte e autonoma". Lo dichiara a Fanpage.it Enrico Grosso, costituzionalista e presidente del Comitato "Giusto dire No", intervenendo nel dibattito sempre più acceso che accompagna il referendum sulla riforma della giustizia.
Nelle ultime settimane il confronto ha superato il piano tecnico per trasformarsi in uno scontro politico frontale: dalle parole del ministro Carlo Nordio sulla magistratura che "ipoteca" la politica, agli interventi di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo, fino alle reazioni della maggioranza di governo. Al centro c'è la separazione delle carriere e la riforma del Csm, ma sullo sfondo si muove una questione più ampia: l'equilibrio tra i poteri dello Stato e il grado di autonomia della magistratura rispetto alla politica.
Secondo Grosso, la posta in gioco non riguarda una categoria, bensì le garanzie dei cittadini e delle cittadine. La riforma, sostiene, indebolirebbe il Consiglio superiore della magistratura, renderebbe i giudici più esposti a pressioni esterne e non affronterebbe i problemi strutturali della giustizia. Il rischio, conclude, è quello di compromettere l'indipendenza dei magistrati e, con essa, la tutela effettiva dei diritti di chi si rivolge ai tribunali.
Prima di entrare nel cuore della riforma, vorrei parlare del clima di queste ultime settimane. Abbiamo sentito dichiarazioni molto forti da più parti: il ministro Nordio che parla di una magistratura che "ipoteca" la politica, le parole di Gratteri, fino alle ultime dichiarazioni di Di Matteo che hanno ulteriormente acceso le polemiche. Dall'altro lato assistiamo a una continua critica nei confronti della magistratura, soprattutto da parte della maggioranza di governo. Che clima stiamo vivendo intorno a questo referendum? E qual è, al di là degli slogan e delle accuse reciproche, la vera posta in palio?
Quando ho accettato di presiedere il Comitato per il No ho voluto chiarire subito che avrei trattato gli italiani da persone adulte. Ho cercato di spiegare quali sono, secondo me, i rischi di questa riforma parlando solo dei contenuti, con tono pacato, senza alzare inutilmente i toni. La natura costituzionale di questo referendum esige serietà e sobrietà. Detto questo, noto, non da parte di tutti, ma di molti sostenitori del Sì, un inasprimento ingiustificato dei toni e una tendenza sempre più sistematica alla delegittimazione di qualunque sentenza giudiziaria. Si manda un messaggio fuorviante: votate Sì perché la giustizia non funziona e grazie a questa riforma funzionerà. Ma è evidente che questa riforma non affronta i problemi concreti della giustizia. È un messaggio anche pericoloso, perché instilla l'idea che i magistrati, nel migliore dei casi, siano incapaci e, nel peggiore, delinquenti. Così si alimenta una sfiducia complessiva nella giustizia come istituzione. E quando i cittadini smettono di fidarsi della giustizia, smettono di chiedere giustizia allo Stato e rischiano di farsi giustizia da soli. Questo mina il legame sociale. Quanto alle parole del dottor Di Matteo, ha espresso un concetto semplice: una magistratura indebolita, intimidita e delegittimata è quanto di meglio possano augurarsi criminali e mafiosi. Non significa che chi vota Sì sia disonesto, ci mancherebbe, ma è un dato di fatto che una giustizia fragile conviene solo a chi ha qualcosa da temere da una magistratura forte e autonoma.
Abbiamo visto anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella presiedere l’assemblea plenaria del CSM. Che significato politico ha avuto quel gesto?
È stato un gesto simbolicamente molto forte. Era la prima volta, credo in dodici anni, che il Presidente presiedeva una seduta ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura. Ha difeso con chiarezza il principio di autonomia e indipendenza della magistratura, che spetta proprio al CSM garantire, e ha invitato tutti ad abbassare i toni della campagna referendaria. In quel "tutti" il Presidente comprendeva in particolare chi ha responsabilità istituzionali, perché su di loro grava un dovere maggiore di prudenza e sobrietà. Chi rappresenta le istituzioni deve dare l’esempio e non delegittimare quotidianamente un altro potere dello Stato.
Entriamo nel merito della riforma. Il ministro Nordio sostiene che serva a ridurre il peso delle correnti e a rendere il CSM più equilibrato. Lei sostiene il contrario: che il CSM diventerà più debole e la magistratura più esposta. Perché questa riforma renderebbe i giudici più condizionabili?
La Costituzione proclama il principio di autonomia e indipendenza della magistratura, fondamentale per garantire la separazione e l'equilibrio tra i poteri dello Stato. L'indipendenza dei giudici serve a proteggerli dalle influenze, dirette o indirette, del potere politico, che potrebbero compromettere la loro libertà di decisione. Proclamare questo principio però non basta: occorrono regole concrete che lo rendano effettivo. Per questo motivo i Costituenti hanno creato il CSM, un organo speciale pensato per sottrarre al potere politico tutte le decisioni che incidono sulla vita professionale dei magistrati: assegnazioni, trasferimenti, progressioni di carriera, incarichi direttivi e provvedimenti disciplinari. Queste leve hanno un impatto diretto sulla libertà dei giudici e devono essere gestite da un organo impermeabile a ogni condizionamento politico. Il CSM garantisce così il cosiddetto autogoverno, perché i magistrati eleggono i propri rappresentanti, creando un rapporto di responsabilità reciproca: chi viene eletto assume il compito di esercitare funzioni delicate in modo conforme alla Costituzione, sapendo di dover rispondere a chi lo ha scelto. In questo modo, il giudice può operare liberamente, senza temere ritorsioni personali o professionali.
Cosa farebbe invece la riforma?
La riforma in discussione rompe questo legame. Prevede che i consiglieri togati non siano più eletti dai colleghi, ma sorteggiati tra tutti i magistrati d'Italia, senza criteri chiari, mentre la componente di designazione politica continuerà a essere scelta dal Parlamento. Questo squilibrio mette a rischio l'autonomia effettiva dei magistrati: i rappresentanti politici manterrebbero un’influenza organizzata sulle carriere, mentre quelli sorteggiati potrebbero non avere né autorevolezza né competenza sufficienti. Inoltre, il CSM verrebbe diviso in due organi separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, indebolendone ulteriormente l’autorità. Anche le competenze attuali del Consiglio, come i pareri obbligatori sui progetti di legge in materia di giustizia, rischiano di perdere efficacia, perché potrebbero emergere opinioni divergenti tra i due organi. Il punto più grave riguarda la funzione disciplinare, storicamente strumento per garantire l’autonomia dei magistrati. Attualmente, la sezione disciplinare del CSM assicura che il giudizio disciplinare non venga usato strumentalmente per condizionare le decisioni dei magistrati. La riforma, invece, trasferisce questa funzione a un nuovo organo, l’Alta Corte disciplinare, i cui componenti togati saranno sorteggiati e non è garantito che siano in maggioranza magistrati. Così, un giudice potrebbe trovarsi a essere giudicato da un collegio con prevalenza di membri laici, esponendolo a pressioni esterne. Negli ultimi mesi molti magistrati sono stati minacciati di procedimenti disciplinari semplicemente per aver applicato la Costituzione o il diritto dell’Unione Europea, ad esempio in materia di immigrazione. Oggi il CSM funge da barriera contro usi strumentali del potere disciplinare: domani, con la riforma, questa protezione potrebbe venire meno, rendendo il giudice meno libero e più vulnerabile a condizionamenti.
Se dovesse convincere in una sola frase una cittadina o un cittadino indeciso, perché dovrebbe votare No?
Perché i cittadini hanno tutto da perdere se il giudice a cui si rivolgono per far valere un loro diritto non decide in scienza e coscienza applicando solo la legge, ma pensando alle conseguenze personali delle sue scelte. Io, da cittadino, voglio giudici liberi e non condizionati. E questa riforma riguarda soprattutto i cittadini, non i magistrati.
Qual è lo scenario peggiore che lei teme si possa realizzare se questa riforma dovesse essere approvata?
I magistrati continueranno a lavorare; ma i cittadini rischiano di non avere più la stessa garanzia di trovarsi davanti a un giudice davvero libero, soprattutto quando sono la parte più debole in un processo.