Ci si abitua a tutto e questo è il limite fisico di ogni democrazia. Ci si abitua ad un linguaggio greve mentre si disimparano le parole più confacenti, ci si abitua ad un leaderismo pop mentre si svuotano i processi della democrazia e evidentemente ci si abitua alle ruberie come se fossero un dovuto e naturale rumore di sottofondo. Milano e Roma duellano sulle parole del Presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione rivendicando una superiorità morale calcolata sulle minor ruberie, mica sulle buone pratiche ma su chi ha rubato o corrotto o si è fatto corrompere di meno. Si esulta, anche: i più ottimisti ci dicono "avete visto quanta poca mafia e tangenti per Expo?". E si applaudono da soli.

È nel tempo di Tangentopoli (siamo nei primi anni '90) che si è radicato il pensiero che la corruzione sia un male necessario della politica, come il mal di testa di mattina dopo una bevuta o come l'indolenzimento muscolare dopo una partita di calcetto. Risfogliando i quotidiani di quel tempo si nota con precisione come l'indignazione di primo pelo si sia poi lisciata in una generale depenalizzazione morale da "così fan tutti" fino a lasciarsi andare ad un'incivile rassegnazione. Dove c'è politica c'è corruzione, questo è il punto di partenza sempre e comunque di un'azione che al massimo può aspirare al mitigare l'illegale: nei comizi politici il "saremo onesti" è stato sostituito dal "non faremo sconti a chi ruba" come se instillare solo buone pratiche sia data come battaglia persa.

Così succede che in questi ultimi giorni l'Italia sia squassata da un'impressionante sfilza di indagini (e di arresti) che passano dall'antimafia brava a mostrarsi sempre vergine (il caso Saguto nel Tribunale di Palermo sta affossando più di un'istituzione), alla "dama nera" che rosicchia dentro l'Anas, al vice presidente di Regione Lombardia accusato di pasteggiare nella solita grigia sanità lombarda, a due ufficiali della Marina di Taranto arrestati per tangenti fino all'ultima notizia dell'arresto del presidente di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) Dario Lo Bosco che chiama in causa anche due dirigenti della Forestale. Una sequela di brutture che ormai dura giusto il tempo di una condanna morale da parte di qualche politico e poi si vaporizza in un processo che pochi seguono e di cui pochi scrivono.

Abbiamo una società civile che è stata capace di sviluppare un'impermeabilità all'indignazione per i corrotti e i corruttori? Forse sì. Forse davvero ormai risuonano a vuoto anche gli annuali rapporti sull'incisione della corruzione nell'economia legale, forse davvero abbiamo trasformato la corruzione in un effetto collaterale dell'agire pubblico senza nemmeno renderci conto che abituarsi ad uno specifico reato significa legittimarlo, lasciarne la denuncia e la condanna alla magistratura delegandole anche la funzione etica, civile e di sensibilizzazione. Nell'Italia delle tangenti in questi giorni si festeggiano le capitali morali. Abituati a tutto.