Perché il presidente Mattarella è intervenuto sul decreto Sicurezza e come può cambiare ora

Il Quirinale non ha bloccato il ‘pacchetto Sicurezza' su cui il governo Meloni sta lavorando, e che riceverà il via libera nel Consiglio dei ministri di oggi pomeriggio. Il presidente Mattarella, dopo aver ricevuto le norme – circa 80 pagine – contenute nel decreto e nel disegno di legge, le ha studiate e poi ha incontrato il sottosegretario Alfredo Mantovano per segnalare le criticità. Non sulla base di valutazioni politiche, ma costituzionali e giuridiche. Alla fine, così, è arrivato un mezzo passo indietro dell'esecutivo sui punti più spinosi. Soprattutto lo scudo penale e il fermo preventivo per i manifestanti.
Dal pacchetto sarebbero spariti due provvedimenti ritenuti particolarmente problematici. Il primo: la cauzione per chi organizza manifestazioni e cortei, voluta dalla Lega ma già respinta da Fratelli d'Italia e Forza Italia, che avrebbe avuto un rischio altissimo di incostituzionalità. Il secondo: la cosiddetta legge salva Amasri, che avrebbe potuto violare i trattati internazionali che l'Italia ha sottoscritto, e che valgono quanto la Costituzione. Non è detto che non possano tornare in futuri interventi del governo.
Infine, le misure più ampie sono state spostate, come era già previsto, dal decreto al disegno di legge. Questo significa che non entreranno subito in vigore, ma dovranno passare da Camera e Senato prima dell'approvazione. Allungando i tempi e allargando – si spera – lo spazio di confronto con le opposizioni. Tra queste norme c'è per esempio la proposta di ‘blocco navale' che permetterebbe di impedire alle imbarcazioni di entrare nelle acque italiane per un periodo fino a sei mesi in caso di minacce all'ordine pubblico.
Il fermo preventivo per i manifestanti
La richiesta arrivata dal Quirinale è stata piuttosto chiara sul fermo preventivo. E ha seguito le perplessità che già erano state sollevate da tecnici e costituzionalisti. Prima di tutto: non si possono fermare persone solamente perché hanno atteggiamenti "sospetti", o perché hanno dei precedenti generici.
O ci sono precedenti specifici per eventi di quel tipo, oppure è necessario che ci siano indizi considerati evidenti, come un'arma impropria. In questi due casi potrà scattare l'accompagnamento in questura, che non potrà durare più di dodici ore.
In più, il fermo andrà comunicato subito al magistrato di turno. Quest'ultimo, dopo aver valutato le motivazioni dell'accompagnamento – anche se si può immaginare che sarà difficile farlo, soprattutto se ce ne sono molti – potrà intervenire per porre subito fine alla misura, se riterrà che non ci sono i requisiti di legge.
Lo scudo penale
L'altro punto considerato più delicato è il cosiddetto scudo penale. Ovvero, una norma che fa sì che chi compie un atto violento non sia subito iscritto al registro degli indagati, se ci sono delle scriminanti come la legittima difesa o l'uso legittimo delle armi. È una misura esplicitamente rivolta alle forze di polizia, che infatti in bozze passate del provvedimento ne erano anche le uniche beneficiarie.
Anche su questo, il Quirinale ha sostenuto le osservazioni fatte dai tecnici. Un'eccezione del genere non si può applicare a una sola categoria, che sarebbe enormemente privilegiata rispetto agli altri cittadini. Dunque lo ‘scudo penale' varrà per tutti, non solo per gli agenti.
Resta da capire come le Procure potranno stabilire che c'è stata legittima difesa, uso legittimo delle armi o altre giustificazioni, senza prima indagare sulla persona in questione. Insomma, l'applicazione pratica della norma resta poco chiara e si presterà probabilmente a polemiche.