video suggerito
video suggerito

L’ex ministro danese Villy Søvndal: “Trump fa sul serio ma la Groenlandia non vuol far parte degli Usa”

Villy Søvndal è stato ministro degli Esteri della Danimarca dal 2011 al 2013. Nel 2024 è stato eletto all’Europarlamento, dove siede nel gruppo dei Verdi. A Fanpage.it ha parlato di Trump, Groenlandia e di come dovrebbe l’Ue alle minacce degli Usa.
Intervista a Villy Søvndal
Ex ministro degli Esteri della Danimarca ed eurodeputato del gruppo dei Verdi
A cura di Redazione
0 CONDIVISIONI
Immagine

di Gabriele Nunziati

Villy Søvndal è stato ministro degli Esteri della Danimarca dal 3 ottobre 2011 al 12 dicembre 2013. Nel 2024 è stato eletto con il Partito popolare socialista – SF (di cui è stato il leader dal 2005 al 2012) al Parlamento europeo, dove fa parte del gruppo dei Verdi. Come eurodeputato, è membro della commissione Affari esteri e membro sostituto della commissione Sicurezza e Difesa.

Negli ultimi giorni Trump ha alzato i toni contro Danimarca e Groenlandia. Che effetto stanno avendo queste minacce su Copenaghen e Nuuk?

Siamo quasi certi che si tratti di una minaccia seria. Lui fa sul serio. Lo ripete da un anno e lo aveva già fatto durante il suo precedente mandato da presidente. Quindi è una convinzione molto radicata: vuole la Groenlandia. La Groenlandia appartiene alla Danimarca e continuerà a farlo. La Groenlandia non vuole, fatta eccezione per poche persone, far parte degli Stati Uniti. Credo che vogliano essere semplicemente groenlandesi. Vogliono essere una nazione e non parte di un’altra nazione. Hanno forti legami con gli Inuit che vivono in Canada e con i nativi dell’Alaska. E messe a confronto le condizioni di vita, non ci pensano nemmeno per un secondo di scambiare uno stato sociale nordico come quello che hanno in Groenlandia – con sanità gratuita, istruzione gratuita, sussidi di disoccupazione – con ciò che vedono in Alaska. Quindi penso che non sia in alcun modo attraente per loro far parte degli Usa. […] Nell’ultimo anno il governo danese e quello groenlandese si sono avvicinati sempre di più a causa delle pressioni esterne. Con un’eccezione: c’è un partito in Groenlandia chiamato Naleraq, che ha ottenuto il 24% dei voti e vuole negoziare con gli USA per entrare a far parte degli Stati Uniti. Ma il restante 76% dello spettro politico non potrebbe nemmeno immaginarlo. Penso quindi che ora sia importante coinvolgere l’Europa. Ho visto che Svezia, Francia, Gran Bretagna e Germania si sono dette disponibili a rendere (la difesa della Groenlandia) una questione NATO.

Durante una conferenza stampa, la Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha detto di non credere che gli USA possano condurre un’operazione militare in Groenlandia. Lei ha detto invece di reputare queste minacce serie. Ritiene effettivamente possibile l’uso della forza da parte di Washington?

Se lo chiedessi a Trump, lui ti direbbe che non esclude nulla, nemmeno l’uso della forza militare, perché per lui la Groenlandia è indispensabile. Se guardi alle possibilità che ha, una sarebbe quella di comprare la Groenlandia, ma servirebbe l’approvazione del governo groenlandese e di quello danese, e non la otterrà mai. Un’altra possibilità sarebbe offrire a ogni cittadino groenlandese 100.000 dollari se votasse per entrare negli Stati Uniti. Non lo escluderei, ma penso che non funzionerebbe: i groenlandesi sono un popolo molto orgoglioso. Non vogliono il dominio statunitense per diversi motivi. Uno è lo stato sociale, come dicevo prima. Il secondo è la natura e l’ambiente. La Groenlandia è estremamente vulnerabile: è un’enorme area artica. Mettere lì una persona che, sul tema del petrolio, dice “trivellare, trivellare, trivellare” e permettergli di trivellare e fare estrazioni minerarie sarebbe una catastrofe ambientale. E la popolazione groenlandese ne è molto consapevole.

E per quanto riguarda l’opzione dell’intervento militare?

Ci sono diversi modi di fare la guerra. Oggi vediamo la Russia condurre quotidianamente una guerra cibernetica contro l’Europa, cercando di danneggiare infrastrutture, cavi, sistemi IT. Gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso con la Groenlandia. Non lo escluderei. È una forma di guerra. Un’altra è cercare di influenzare gruppi per dividere la società groenlandese, magari offrendo denaro. Anche questo è possibile. Se si arrivasse a un attacco militare vero e proprio, non sarebbe facile conquistare la Groenlandia: è enorme, in gran parte coperta di ghiaccio e quasi disabitata. Probabilmente attaccherebbero le grandi città, prenderebbero il controllo del Parlamento e della televisione e instaurerebbero un nuovo governo. Ma sarebbe una mossa estremamente impopolare negli USA e penso che sarebbe l’ultima opzione presa in considerazione.

L’ex prima ministra danese Helle Thorning-Schmidt ha accolto positivamente la risposta dei leader europei e poi ha dichiarato che in questa fase “non è necessario” usare un “tono più duro” con gli Usa. È d’accordo? Non è il momento di avere una postura forte verso gli USA?

Sì e no. È impossibile competere con Trump su chi urla più forte: vincerebbe sempre lui. Quello che dovremmo fare è costruire alleanze con i senatori e i deputati americani. E infatti lo stiamo facendo. Venerdì nove senatori visiteranno la Danimarca e incontreranno il governo danese, quello groenlandese, la commissione Groenlandia e la commissione Affari esteri del Parlamento. Tutto ciò che possiamo fare per influenzare gli Stati Uniti è positivo, perché l’idea di Trump di prendere la Groenlandia non è molto popolare. Ho visto un sondaggio: l’8% (dei cittadini statunitensi) sarebbe favorevole, il 73% contrario, il resto indeciso. È quindi una proposta molto impopolare. Dovremmo fare il possibile per influenzare l’opinione pubblica statunitense.

Poi penso che Ue e Groenlandia debbano capire quanto dipendono l’una dall’altra. […] L’Islanda ha formato un nuovo governo l’anno scorso e ha deciso che entro il 2027 ci sarà un referendum sull’adesione all’Ue. Probabilmente voteranno a favore, per ragioni di sicurezza. La Groenlandia ha lo stesso problema di sicurezza, sia con gli Usa sia con la Russia. Se qualcuno deve proteggere 56.000 persone su un’isola enorme, e loro non vogliono dipendere né dagli Stati Uniti né dalla Russia, c’è una sola potenza al mondo che ha il potere difensivo, economico e politico sufficiente: l’Ue. Per questo la Groenlandia è interessata, ed è il motivo per cui il primo ministro groenlandese è venuto a parlare al Parlamento (cfr. plenaria di Strasburgo di ottobre).

Come giudica l’operato della Commissione europea nei confronti della Groenlandia in questi anni?

Ursula von der Leyen ha visitato la Groenlandia con la premier danese Mette Frederiksen circa un anno e mezzo fa. È un segnale che mostra grande interesse. Inoltre, il bilancio europeo ha raddoppiato i fondi destinati alla Groenlandia: non è ancora definitivo, ma è la proposta della Commissione.

Quindi pensa che la Commissione stia andando nella giusta direzione?

Sì, anche se potrebbe fare ancora di più. Tra la situazione attuale e la piena adesione (della Groenlandia all’Ue) ci sono molti passaggi intermedi da esplorare. Vorrei redigere un rapporto in Parlamento sulle possibilità inutilizzate di cooperazione tra Groenlandia e Ue.

Se fosse Ursula von der Leyen, cosa farebbe ora? Quali sarebbero i prossimi passi?

Esplorerei tutte le possibilità per rafforzare la cooperazione: sicurezza, economia, estrazione responsabile dei minerali, e anche le possibilità di rientro nell’Ue.

Pensa che i doppi standard dell’Ue siano una minaccia anche per la Groenlandia e la Danimarca? Mi spiego meglio. In un recente post su Instagram, l’attuale prima ministra danese, Mette Frederiksen ha scritto: “Crediamo nel diritto internazionale e nel diritto dei popoli all'autodeterminazione”. E poi ha detto che l'Iran, la Corea del Nord, la Russia e la Cina stanno minacciando l'ordine internazionale. Ma se guardiamo dentro casa nostra e ai nostri alleati, vediamo Israele che massacra migliaia di bambini e l'Ue che non fa nulla al riguardo, o gli Stati Uniti che bombardano il Venezuela e si portano via il presidente e l'UE che non condanna l’azione, anche se si tratta di una chiara violazione del diritto internazionale. Pensa che siamo a nostra volta responsabili di questa distruzione dell'ordine internazionale? E che in qualche modo questo ci si stia ritorcendo contro?

Sì, lo penso. Ritengo che ciò che sta accadendo a Gaza sia significativo. Sono stato in Palestina quattro giorni alla fine di dicembre. Quello che sta succedendo in Cisgiordania e a Gerusalemme Est è una violazione di ogni legge immaginabile. Quando l'Ue valuta la possibilità di stringere alleanze in questo mondo, non dovrebbe agire con due pesi e due misure. Tutti possono vedere che lo facciamo, che chiudiamo un occhio su ciò che sta accadendo. Non stiamo prendendo le misure che potrebbero essere prese, come sospendere l'accordo di associazione, come imporre sanzioni ai ministri Ben Gvir e Smotrich, come condannare ogni tipo di prodotto proveniente dagli insediamenti occupati, e così via. Ci sono una serie di cose che potremmo fare, ma che non facciamo, principalmente perché ci sono sempre alcuni Paesi o alcuni gruppi politici in Parlamento che le bloccano. È vergognoso ciò che sta accadendo e continua ad accadere a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Quello che è successo in Venezuela con Maduro è ovviamente una violazione di ogni legge internazionale. Non c'è nulla nel diritto internazionale che permetta a un Paese di rapire un presidente eletto, anche se ci sono state molte frodi (nel processo elettorale), come sicuramente è successo, e di processarlo in un altro Paese.

Questo modo di operare sta danneggiando anche noi?

Quando ci si chiede perché a volte abbiamo così poco sostegno all'ONU la risposta principale è nei nostri doppi standard. Si pensi quando i Paesi occidentali hanno promesso di aiutare ad affrontare le conseguenze climatiche, durante le riunioni della Cop: non abbiamo mai mantenuto la parola data. Oppure a quando l'Africa ha chiesto aiuto durante la pandemia: abbiamo tenuto i farmaci qui. Quindi sì, dobbiamo comportarci in modo diverso se vogliamo rafforzare queste alleanze.

Infine: dato che l’obiettivo finale della Groenlandia è l’indipendenza, ha senso per la Danimarca mettersi in contrasto con gli Usa e spendere risorse per un territorio che prima o poi lascerà il Regno?

La Groenlandia non diventerà un Paese indipendente né domani, né dopodomani, né l'anno prossimo. È un processo più lungo e, in questo processo, il punto difficile per la Groenlandia è come rendere sostenibile la sua economia. Questo è un aspetto complesso. Ma quando sarà raggiunto, se la Groenlandia vorrà diventare un Paese indipendente, penso che otterrà un ampio sostegno da parte della Danimarca. Non vogliamo tenere con noi un Paese che non vuole far parte del Regno. Tuttavia, finché saremo insieme, manterremo i nostri doveri come Danimarca, che sia nel campo della difesa, dell’economia o degli altri ambiti in cui cooperiamo.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views