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Opinioni
31 Dicembre 2017
11:53

Le dieci cose da ricordare di questa legislatura

Per cosa ricorderemo questa legislatura? Per una serie di provvedimenti che, nel bene e nel male, hanno cambiato le nostre vite. Ne abbiamo selezionati dieci.
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Il 24 e 25 febbraio del 2013 gli italiani si recavano alle urne per eleggere il nuovo Parlamento, dopo la fine anticipata della legislatura che si era aperta con la maggioranza che sosteneva Silvio Berlusconi e si era chiusa con la reggenza di Mario Monti.

Dalle elezioni emergeva una chiara frammentazione del quadro politico, con quattro blocchi consistenti in Parlamento: la coalizione di centrosinistra, quella di centrodestra, il MoVimento 5 Stelle e il raggruppamento centrista. Se alla Camera dei deputati il centrosinistra avrebbe potuto contare sulla maggioranza dei seggi, per effetto della legge elettorale (che successivamente sarà dichiarata incostituzionale per due aspetti fondamentali), al Senato la situazione era molto diversa. A essere incaricata di provare a costruire una maggioranza intorno a una proposta di governo era dunque la coalizione di centrosinistra, con Bersani che non sarebbe però riuscito a convincere i 5 Stelle, malgrado uno "storico" incontro in streaming con alcuni dei rappresentanti del MoVimento.

La strada delle "larghe intese" fra parte del centrodestra e del centrosinistra veniva dunque valutata come l'unica opzione percorribile. L'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano decideva così di affidare l'incarico a Enrico Letta, che il 29 e 30 aprile riceveva la fiducia da entrambe le camere. Letta resterà in carica per poco meno di 10 mesi e si dimetterà il 14 febbraio dell'anno successiva, dopo la "sfiducia" della Direzione Nazionale del Partito Democratico. La palla passava dunque a Matteo Renzi, segretario del Pd, che riceveva l'incarico da Napolitano e il 25 febbraio otteneva l'ok da Camera e Senato. Renzi, tra cambi di maggioranza e l'elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, resterà in carica circa 34 mesi e si dimetterà il 7 dicembre, dopo la sconfitta elettorale nel referendum confermativo per la modifica della Costituzione. L'incarico di formare un nuovo governo andava così a Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, che il 13 e 14 dicembre del 2016 otteneva il via libera da Camera e Senato.

Non è semplice e forse non sarebbe nemmeno corretto tracciare un bilancio complessivo di questa legislatura, "viziata" inevitabilmente dalla "non vittoria" elettorale del 2013, che ha determinato un quinquennio di maggioranze ballerine, cambi di casacca (ben 546 in una legislatura, un record), abuso della questione di fiducia in Parlamento (altro record) e forzature continue delle prassi istituzionali. Ci sono però dei "momenti" che meritano di essere ricordati e che hanno contraddistinto questa legislatura, nel bene e nel male.

Le Unioni Civili: love is love, in Italy too

L'11 maggio del 2016 la Camera dei deputati approva in via definitiva il ddl Cirinnà, la legge che istituisce le unioni civili in Italia. I voti favorevoli sono 372, 51 i contrari e 99 gli astenuti. La maggioranza (PD, alfaniani e parte dei centristi), con il supporto di SEL e di altri parlamentari di diversi schieramenti, vota sì; Forza Italia vota contro, il M5s si astiene bollando il testo definitivo come "menzogna ipocrita". L'iter parlamentare del provvedimento, del resto, era stato molto complicato, con diverse modifiche al testo e con l'ostruzionismo dei parlamentari ultracattolici, che avevano presentato valanghe di emendamenti. Il voto finale avviene con la fiducia, mentre al Senato la maggioranza aveva utilizzato anche il "canguro", per tagliare il dibattito (rompendo anche l'accordo con i 5 Stelle). Dal testo definitivo scompare la stepchild adoption, ovvero la possibilità di adozione del figlio naturale del partner, come risultato del compromesso trovato all'interno della maggioranza di governo.

Con tutti i suoi limiti, la legge ha comunque un valore storico per il nostro Paese. Per la prima volta le coppie omosessuali hanno pari diritti e doveri di quelle eterosessuali. E se anche nel testo non compare mai la parola matrimonio ma "formazione sociale specifica", né alcune delle pratiche simboliche a esso associate, ci sono gli stessi articoli del codice civile e il riferimento all'articolo 2 della Costituzione. Una discriminazione odiosa e incomprensibile ha fine, come vi avemmo modo di spiegarvi in questo video:

La legge sul Biotestamento, per il diritto di scelta

L'ultimo atto degno di nota del Parlamento è l'approvazione in via definitiva della legge sul biotestamento, che arriva il 14 dicembre 2017, con il voto al Senato di parte della maggioranza, di SEL – SI – Possibile, del MoVimento 5 Stelle e di alcuni parlamentari che votano "a titolo personale". È una legge civile e giusta, che riporta l'Italia al passo con tutti gli altri paesi europei (l'unica eccezione continua a essere rappresentata dall'Irlanda). Anche in questo caso, l'approvazione arriva dopo un lungo braccio di ferro parlamentare e tentativi di ostruzionismo da parte degli ultracattolici. E, anche in questo caso, il testo presenta punti controversi, come l'assenza di "obblighi professionali" per il personale sanitario, che apre la strada all'area grigia dell'obiezione di coscienza (definizione che non compare comunque nel testo). Però si tratta di un passo in avanti fondamentale, che rende giustizia alla lotta di volontari e attivisti, oltre che di persone come Mina Welby e Beppino Englaro.

Alla base del Biotestamento c’è il diritto all’informazione del malato, che per scegliere se accettare o rifiutare le cure, deve conoscere le sue condizioni finché è cosciente. Il paziente maggiorenne può dichiarare quali sono le sue volontà, nel caso in cui sopraggiunga un cronico e irreversibile peggioramento delle sue condizioni di salute, tale da non renderlo più vigile e cosciente. Attraverso le Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, il paziente specifica a quali cure e terapie intende sottoporsi. Anche l’idratazione e la nutrizione artificiali vengono considerate a tutti gli effetti terapie, e come tali possono essere sospese se richiesto dal paziente.

 

La legge sui minori stranieri non accompagnati, Italia avanguardia d'Europa

Il 29 marzo del 2017 la Camera dà il via libera definitivo alla legge che tutela i minori stranieri non accompagnati sul territorio italiano. Si tratta di una legge poco "pubblicizzata", ma che rappresenta una piccola luce in una legislatura di chiaroscuri e ombre. La legge Zampa fissa alcune norme fondamentali, destinate ai minori stranieri: il divieto assoluto di respingimento, l'accelerazione della procedura di identificazione, uniformata in tutto il territorio nazionale, la garanzia dell'assistenza sanitaria e dell'assolvimento dell'obbligo scolastico, l'impegno a garantire prioritariamente il ricongiungimento familiare laddove possibile, il diritto all’ascolto per i minori stranieri non accompagnati nei procedimenti amministrativi e giudiziari che li riguardano. Meno burocrazia, più assistenza, più tutele: l'Italia è per una prima volta all'avanguardia in Europa. Per saperne di più qui e qui.

La legge sul "Dopo di noi", quando la burocrazia batte le buone intenzioni

Il 14 giugno del 2016, la Camera approva in via definitiva la cosiddetta legge sul "Dopo di noi", ovvero "Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno famigliare", con il voto contrario del M5s. La legge mira a "garantire la massima autonomia e indipendenza delle persone disabili", anche quando siano rimaste sole o abbiano i genitori incapaci di provvedere al loro sostegno. Lo fa attraverso un fondo e tramite agevolazioni per privati, enti istituzionali e associazioni che decidano di stanziare risorse volte al sostegno dei disabili privi di assistenza. Si possono avere agevolazioni fiscali anche per sottoscrivere polizze assicurative private, mentre viene eliminata qualunque imposta di successione o donazione nel caso di trasferimento di beni per causa di morte. Un punto importante è la possibilità per i soggetti di "continuare a vivere nelle proprie case o in strutture gestite da associazioni", in modo da evitare di ricorrere all'assistenza sanitaria.

È un caso particolare, di legge dalle "buone intenzioni" ma applicata poco e male. Come riporta Vita, ad esempio, "sono soltanto cinque le Regioni d’Italia in cui la legge sul Dopo di Noi è pienamente operativa, a un anno e mezzo dalla sua entrata in vigore. Soltanto queste cinque regioni hanno emanato i bandi, chiudendo il cerchio delle misure attuative, mettendo i cittadini con disabilità nelle condizioni di presentare il proprio progetto individuale che punta alla deistituzionalizzazione, al supporto alla domiciliarità, allo sviluppo delle competenze per la gestione della vita quotidiana e chiedere che sia finanziato con il fondo per il Dopo di Noi". Burocrazia, errori, differenze territoriali abbattono le buone intenzioni, insomma.

Il Jobs Act e l'occupazione che aumenta: ma a che prezzo?

Il Jobs Act è uno dei provvedimenti che ha caratterizzato l'esecutivo guidato da Matteo Renzi. Probabilmente sarebbe più corretto parlare di un insieme di provvedimenti, considerando che sotto la dicitura Jobs Act si tende a racchiudere l'intero piano di riforma del mercato del lavoro e la revisione del sistema degli ammortizzatori sociali. Anche per questo appare piuttosto complicato tracciare un bilancio complessivo del Jobs Act, certamente tra le novità più significative della legislatura che si è conclusa. Se i dati sono tutto sommato positivi, con l'aumento significativo ma non epocale degli occupati (a ottobre il tasso di occupazione è del 58,1%, quello pre – crisi era comunque del 58,8), la crescita minima dei contratti a tempo indeterminato e la diminuzione dei NEET, non va dimenticato il peso futuro e presente della diminuzione delle tutele (con la cancellazione dell'articolo 18), oltre che dell'intransigenza mostrata incomprensibilmente nel non mitigare alcuni effetti "pericolosi" per i lavoratori, proprio alla fine della legislatura. Per approfondire pro e contro sul Jobs Act vi rimandiamo qui, qui, qui, qui e anche qui.

La legge sulla cittadinanza salta, così si nega un diritto basilare a 800mila bambini

L'ultimo atto dell'anno parlamentare è la mancanza del numero legale al Senato quando si sarebbe dovuto discutere il ddl in materia di cittadinanza, quello che introduceva lo ius soli temperato e lo ius culturae. Decisiva la volontà politica della destra e del MoVimento 5 Stelle, ma anche le tante titubanze del PD, evidenziate dall'assenza di quasi un terzo dei senatori nel momento decisivo. Non basta l'approvazione alla Camera, né la volontà sbandierata dai vari Gentiloni, Renzi, Minniti e Delrio: dello ius soli / ius culturae, di fatto, si discuterà "nel giorno del mai", per citare la profetica definizione di Gasparri.

 

Gli 80 euro, la misura della discordia (che ora piace a tutti)

Uno dei provvedimenti per cui sarà ricordato il Governo Renzi è certamente il "bonus di 80 euro al mese" per il ceto medio, ovvero per coloro che guadagnano tra gli 8mila e i 26mila euro (con varie modifiche nella struttura nel corso degli ultimi anni). Il "regalo" arriva a poche settimane dalle elezioni europee del 2014 e, secondo molti analisti, contribuirà al trionfo del Partito Democratico, che ottiene addirittura il 40,8% dei consensi, il massimo storico. La misura esclude però pensionati e incapienti, scatenando le ire della sinistra e dei sindacati, mentre il MoVimento 5 Stele e la destra la bollano immediatamente come "marchetta elettorale". Vale circa 9 miliardi di euro e rappresenta un aiuto di circa mille euro l'anno per milioni di famiglie italiane. Stride però il contrasto con le misure nella lotta alla povertà che saranno adottate successivamente: per il REI di Poletti solo 600 milioni per il primo anno…

Renzi e poi Gentiloni difenderanno strenuamente la misura, confermandola per gli anni successivi e ampliandone leggermente la platea. Dopo tante critiche, infine, M5s e Lega spiegheranno che, nel caso di una loro vittoria elettorale, la misura sarà confermata.

Lo sblocca Italia, la pessima idea del Governo Renzi

Il 6 novembre 2014 il Senato approva, tanto per cambiare con la fiducia, il decreto Sblocca Italia. Come vi abbiamo spiegato qui, si tratta probabilmente del provvedimento più pericoloso dell'intera legislatura: "il testo consta di 44 articoli e si presenta come un classico decreto omnibus, con misure di diverso tipo, appunto dall'edilizia alle reti infrastrutturali, dall'energia alle calamità naturali, passando per la banda larga ed arrivando alla cassa integrazione in deroga. È appunto, un decreto omnibus, contenente misure disomogenee, disorganiche e tenute insieme solo dalla "coraggiosa" definizione Sblocca Italia". Un minestrone in cui trova posto qualunque cosa, dominato dall'idea della semplificazione a tutti i costi, dal mantra della sburocratizzazione e dalla critica feroce ai meccanismi di tutela / garanzia / controllo nella realizzazione delle opere pubbliche. Qui vi abbiamo spiegato bene perché si trattava di un pessimo decreto e qui quali fossero gli interessi in ballo e le (solite) aziende favorite.

Il decreto Minniti – Orlando, se la povertà diventa un problema di sicurezza

Multe e allontanamenti per ambulanti, mendicanti, spacciatori o presunti tali, writer, prostitute, persone trovate in stato di ebbrezza, parcheggiatori abusivi: è questo l'aspetto più feroce e senza senso del decreto, poi convertito dal Parlamento, che porta la firma del ministro dell'Interno Marco Minniti e di quello della Giustizia Andrea Orlando. Il provvedimento introduce anche il concetto di "decoro", legandolo implicitamente alla sicurezza, autorizzando di fatto i sindaci a emanare ordinanze, come quella tristemente nota del comune di Como, per ragioni di "prevenzione". Come vi abbiamo spiegato nel dettaglio qui:

Ci sono molte ragioni per giudicare pericoloso un decreto del genere, a partire dai tanti dubbi sulla costituzionalità di alcuni passaggi (per esempio la dotazione di poteri ordinari di intervento extra ordinem dei Sindaci in materia di incolumità pubblica e sicurezza urbana è già stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta). Del resto, il provvedimento di Minniti segue quasi a ruota il pacchetto sicurezza predisposto da Maroni nel 2008 e fatto a pezzi dalla Corte Costituzionale nel 2011.

Ma a essere incomprensibile è la ratio di un testo che chiaramente considera povertà e disagio sociale come un crimine, un’offesa al decoro, qualcosa da non mostrare ai bravi e tranquilli abitanti delle nostre città.

La buona (?) Scuola

Come nel caso del Jobs Act, anche per La Buona Scuola, bisogna fare una premessa introduttiva. I governi Renzi prima e Gentiloni poi, con le ministre Giannini prima e Fedeli poi, hanno infatti ridisegnato l'intera architettura delle scuole italiane, senza toccare invece il sistema Università. La riforma ha attirato una valanga di critiche, tanto da essere considerata una delle peggiori, in particolare del governo Renzi. Il segretario del PD, pur ammettendo alcuni errori e una serie di incongruenze, ha sempre rivendicato con forza la necessità di un intervento in un settore nevralgico. Così, rivendica le risorse messe in campo, nonché la più ampia immissione di nuovi professori di sempre (con lo svuotamento delle graduatorie e la decisione di assumere solo tramite concorso, in futuro), la modifica dei meccanismi di formazione dei docenti (bonus inclusi), la riorganizzazione degli istituti, i meccanismi di reclutamento dei presidi. Insomma, "l'investimento complessivo" nel settore "scuola".

Le critiche però sono tante e spesso fondate. Dal meccanismo di collocamento dei professori (che ha costretto centinaia di docenti a spostarsi in lungo e in largo nella Penisola), passando per l'alternanza scuola lavoro (che, così com'è, non solo non funziona, ma rimanda a una sorta di logica "aziendale" nella formazione degli studenti), per l'eccessivo potere garantito ai presidi (che comporta una singolare pratica della "meritocrazia" interna agli istituti), l'apertura ai capitali privati, fino ad arrivare alla possibilità per gli istituti di ricorrere a crowdfunding ma anche a manovre di tipo "finanziario".

Insomma, siamo in presenza di una riforma complessa e articolata. Che ha lati positivi e limiti enormi. Certo è che se scontenti tutti, ma proprio tutti, qualche domanda dovresti portela…

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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