L’autoritarismo di Trump e Meloni cresce anche grazie a chi guarda altrove: il prezzo delle ambiguità di élite e opposizioni

– di Francesco Boccia
C’è un errore che continuiamo a commettere, ed è un errore che rischia di renderci ciechi: pensare che Donald Trump sia un incidente della storia, una deviazione temporanea, una parentesi destinata prima o poi a richiudersi. Non è così. Lo dimostrano i fatti quotidiani: minacce di nuovi dazi punitivi contro i Paesi europei che difendono la Groenlandia, uso del commercio come arma geopolitica, sicurezza e sovranità trattate come variabili di pressione economica. Non sono provocazioni estemporanee. Sono metodo di governo. Trump non è un’eccezione. È un paradigma. È l’espressione di un tempo nuovo, segnato dalla crisi delle democrazie liberali, dall’aumento strutturale delle diseguaglianze, dalla trasformazione della paura in strumento politico, dalla progressiva accettazione dell’idea che la forza possa sostituire il diritto. Trump non inventa questo tempo: lo interpreta e lo radicalizza. Trasforma la politica estera in una transazione. La sicurezza in una merce. La sovranità in una clava: da usare contro i deboli e da consegnare ai forti. È un modello di potere che non cerca consenso morale, ma obbedienza. Che non promette emancipazione, ma protezione selettiva. Che non rafforza la democrazia, ma la svuota, lasciandone in piedi le procedure mentre ne cancella la sostanza.
Questo modello ha un nome che dobbiamo avere il coraggio di usare: autoritarismo predatorio. Non il fascismo storico del Novecento, non il totalitarismo ideologico classico, ma qualcosa di diverso e oggi persino più insidioso: un potere che governa attraverso lo scambio. Fedeltà in cambio di sicurezza. Silenzio in cambio di vantaggi. Diritti sacrificabili in nome dell’ordine.
È un potere che non mobilita le masse con un’ideologia organica, ma le disgrega, le divide, le usa. Che non costruisce un futuro, ma amministra la paura. E la paura, quando diventa sistema di governo, ha sempre bisogno di un nemico e di un silenzio complice. Ed è qui che il multilateralismo viene colpito a morte. Perché il multilateralismo è l’esatto contrario della politica come business: è l’idea che le regole contino più dei rapporti di forza, che la cooperazione limiti l’arbitrio, che il diritto internazionale non sia un intralcio, ma il fondamento della convivenza globale.
Trump fa l’opposto: svaluta le organizzazioni internazionali, ridicolizza il diritto internazionale, legittima l’uso disinvolto della forza, normalizza la violazione delle regole quando conviene ai più forti. E questo modello non resta confinato negli Stati Uniti. Contamina il mondo. Lo vediamo nel ritorno delle sfere di influenza. Nella brutalizzazione del linguaggio politico. Nella trasformazione della crudeltà in metodo amministrativo. In ogni violazione del diritto giustificata come “realismo”. La storia insegna che gli ordini internazionali non crollano all’improvviso: si sgretolano quando smettono di essere credibili, quando le regole diventano negoziabili, quando la forza torna a sembrare più efficace della legge. Il mondo costruito dopo il 1945, con tutti i suoi limiti, si reggeva su un’idea semplice e rivoluzionaria: nessuno Stato sopra le regole, la sovranità come responsabilità, la pace come interesse comune.
Oggi quell’idea è sotto attacco. Ed è qui che entra in gioco l’Europa. Se Trump è il paradigma globale di questo tempo, i nazionalismi europei ne sono il moltiplicatore interno. Non rafforzano l’Europa: la indeboliscono. Non aumentano la sovranità: la frammentano. Non difendono gli interessi nazionali: li rendono subalterni. È il grande paradosso del nostro tempo: chi urla sovranità in casa, come Giorgia Meloni, accetta la subordinazione fuori. Chi attacca Bruxelles, tace davanti alle grandi potenze. Chi dice di difendere l’interesse nazionale, finisce per consegnarlo. Il governo Meloni non sceglie: scivola. E mentre finge equilibrio, accompagna l’Italia sempre più nel pantano della peggiore ambiguità strategica, dove si rinuncia al diritto per non disturbare i forti e si chiama prudenza ciò che è solo subalternità.
Il multilateralismo, invece, non è buonismo. È una scelta di governo!
È la scelta di chi sa che, in un mondo dominato da imperi, i Paesi medi e piccoli contano solo se fanno sistema. È la scelta di chi sa che le regole servono soprattutto a chi non può imporre la propria volontà con la forza. Per l’Italia questo punto è decisivo. L’Europa non è un vincolo esterno. È l’unico spazio politico in cui l’Italia può ancora contare nel mondo. Fuori dall’Europa siamo marginali. Divisi in Europa siamo deboli. Uniti in Europa possiamo essere un soggetto politico globale. Ed è proprio qui che si misura la responsabilità della destra italiana al governo.
Il governo Meloni riproduce, in forma nazionale, lo stesso riflesso autoritario predatorio: sul piano internazionale si allinea alla linea trumpiana, evita di difendere apertamente il diritto internazionale, sacrifica l’Europa relegandola ai margini, richiama in modo strumentale la “legittima difesa” e abbassa lo sguardo quando le regole vengono piegate. Sul piano interno, questa cultura di potere si traduce in una sequenza coerente di atti: dal decreto rave ai decreti securitari, fino all’espansione continua del diritto penale come risposta a ogni conflitto sociale. È panpenalismo di governo: più reati, più carcere, meno politica.
I numeri delle carceri raccontano un fallimento: sovraffollamento cronico, condizioni incompatibili con la dignità costituzionale. Non è sicurezza. È ingiustizia istituzionalizzata. La stessa logica ispira i centri detentivi in Albania: fingere di delocalizzare il problema per rendere invisibili le persone, aggirare controlli e garanzie, sottrarre diritti allo sguardo pubblico. A tutto questo si aggiunge l’insofferenza verso ogni limite al potere esecutivo: attacchi alla magistratura ordinaria, tentativi di ridimensionare la Corte dei conti, delegittimazione delle autorità indipendenti, compressione del ruolo del Parlamento, opacità crescente nei rapporti tra apparati dello Stato e potere politico. Ogni contrappeso viene vissuto come un intralcio, non come una garanzia.
Questa non è fermezza. È una deriva. Ma sarebbe un errore grave pensare che la responsabilità di questa fase storica ricada solo sulla destra nazionalista, sempre più autoritaria. Esiste una responsabilità politica più ampia, che riguarda anche chi a quella destra si oppone o dice di opporsi. In Italia riguarda anzitutto il Partito Democratico, che in questi anni si è assunto il peso della guida e del coordinamento dell’opposizione, in Parlamento e nel Paese: sul lavoro e sulla sanità pubblica, sull’Europa, sui diritti, sulla pace, su Gaza, nei territori e nelle piazze. Tenendo insieme istituzioni e conflitto democratico, rappresentanza e mobilitazione.
È a partire da questo dato di realtà che va posta la questione irrinunciabile dell’unità. Perché chi mina l’unità interna del Pd indebolisce l’opposizione nel suo complesso e finisce, consapevolmente o meno, per aiutare questa destra. Allo stesso modo, nella coalizione progressista, chi contesta più gli alleati che la destra al governo, chi alimenta polemiche laterali invece di costruire un’alternativa credibile, chi insegue l’illusione di recuperare qualche decimale in sondaggi effimeri, compie un errore politico grave. Perché in questa fase la divisione non è pluralismo: è disarmo.
In un passaggio storico come questo, l’alternativa non nasce dalla somma delle identità, ma dalla capacità di tenere insieme differenze legittime dentro un orizzonte comune. Trasformare temi cruciali come politica estera, diritti civili, diritti sociali ed economici, in strumenti di lotta interna significa alimentare fratture che spesso non esistono nella società reale, ma che paralizzano l’azione politica. Perché in un tempo come questo, voltarsi dall’altra parte non è neutralità. È una scelta. E spesso è la scelta che consente agli altri di vincere.
La storia lo insegna: le derive autoritarie non avanzano solo per l’aggressività di chi le promuove, ma per l’inerzia, l’ipocrisia, il silenzio di chi le tollera. L’eccezione diventa abitudine. La forza diventa normalità. Il diritto viene aggirato “per necessità”. Questo tempo non è solo un tempo di rischio, ma di bivio storico. Il futuro non è un ritorno a ciò che è stato: è la capacità di interpretare e governare la nuova rivoluzione capitalistica nell’era della società digitale, evitando che tecnologia, mercato e potere si fondano in un nuovo autoritarismo senza volto. Senza una politica capace di rimettere diritti, giustizia sociale e regole democratiche al centro, il capitalismo digitale non produrrà libertà, ma nuove diseguaglianze e nuove forme di dominio. Il progressismo del XXI secolo ha una responsabilità storica: non difendere il passato, ma governare il futuro. Difendere il diritto quando è scomodo. Rafforzare l’Europa quando è difficile. Scegliere il multilateralismo non come testimonianza morale, ma come cifra del futuro ordine mondiale.
Perché la storia non assolve chi ha capito troppo tardi e non perdona chi, pur avendo visto, ha scelto di guardare altrove.