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Contesa sulla Groenlandia

Groenlandia, Trump colpisce otto paesi Ue con nuovi dazi, Bruxelles: “L’isola non è in vendita”

Donald Trump ha annunciato nuovi dazi contro otto Paesi europei per forzare l’acquisto della Groenlandia, trasformando un alleato Nato in un bersaglio economico. L’Ue reagisce compatta: la sovranità non si negozia e la Groenlandia non è in vendita.
A cura di Francesca Moriero
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Donald Trump ha deciso di trasformare la Groenlandia in una leva commerciale, O, più precisamente, in un ostaggio economico. Da Washington infatti, è arrivato l'annuncio di nuovi dazi contro otto Paesi europei, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, con un aumento progressivo: 10% a partire dal primo febbraio, 25 % da giugno. La motivazione, esplicitata senza troppi giri di parole sul suo social Truth, è provocatoria: le tariffe sono un modo per mettere pressione sull'Europa, anche se non porteranno all' "acquisto completo e totale della Groenlandia". In altre parole, Trump conferma che il territorio non è in vendita ma anche che le sanzioni economiche servono a esercitare influenza politica e a far capire che gli Stati Uniti possono punire un alleato strategico se lo ritengono opportuno. Insomma, non si tratterebbe quindi di una disputa commerciale, né di un braccio di ferro su acciaio, auto o tecnologia, ma di una pressione economia diretta su un territorio autonomo. Una mossa che segna un nuovo salto nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa: un alleato strategico che viene però trattato apertamente come controparte da punire.

Una scelta che arriva dopo giorni di tensioni crescenti. Il tentativo diplomatico più recente, e cioè l'incontro tra il vicepresidente JD Vance e i ministri degli Esteri danese e groenlandese, si era chiuso infatti senza risultati. Per questo Trump ha scelto un'altra strada, quella della minaccia economica, decisa ancora una volta senza passare dal Congresso. Una decisione che si inserisce in una visione molto più ampia, rivendicata dallo stesso presidente, del ruolo degli Stati Uniti nei confronti dell'Europa.

Trump: "L'Uè è in credito con gli Stati Uniti: è il momento di restituire"

Nelle sue dichiarazioni, infatti, Trump ha rivendicato una sorta di "credito storico" degli Stati Uniti nei confronti dell'Ue: decenni senza dazi, alleanze militari, protezione strategica. Ora, sostiene, è il momento di "restituire". Non in termini di cooperazione, ma di concessioni unilaterali. Dentro questa cornice, la Groenlandia viene descritta come un territorio indifeso e incapace, secondo Trump, di resistere alle mire di Russia e Cina. Un racconto che ignora deliberatamente la realtà: la presenza Nato nell'Artico, il ruolo della Danimarca, e soprattutto il diritto del popolo groenlandese a decidere del proprio futuro

Proprio il rafforzamento della presenza militare europea sull'isola, nell'ambito delle missioni Nato nell'Artico, è indicato da Trump come il motivo diretto della "punizione". I dazi colpiscono infatti i Paesi che hanno partecipato o sostenuto l'invio di contingenti. L'Italia, che non ha preso parte a questa specifica missione, è invece rimasta fuori dalle misure, almeno per ora, anche se il governo non ha escluso un possibile coinvolgimento futuro nelle operazioni nell'area.

Il paradosso è dunque evidente: gli Stati Uniti restano formalmente il perno dell'Alleanza Atlantica, ma agiscono come se l'Europa fosse un avversario strategico. Non è certo la prima volta nell'ultimo anno. Ma è forse la prima in cui la leva commerciale viene utilizzata in modo così esplicito per mettere in discussione la sovranità territoriale di un alleato e ridefinire i rapporti di forza all'interno dello stesso campo occidentale.

Il pretesto della sicurezza

Trump giustifica l'operazione richiamando la necessità di installare un nuovo sistema di difesa missilistica, il cosiddetto Golden Dome. Le spiegazioni tecniche restano vaghe, infarcite di riferimenti a "angoli", "limiti" e "metriche" mai realmente chiariti. Il messaggio politico, invece, è profondamente diretto: senza la Groenlandia, sostiene il presidente Usa, la sicurezza degli Stati Uniti sarebbe a rischio. E se la sicurezza nazionale è in gioco, ogni mezzo, come abbiamo già visto, diventa legittimo.

La piazza di Copenaghen

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Nel frattempo, a Copenaghen, la risposta è arrivata prima ancora dell'annuncio ufficiale: migliaia di persone si sono infatti radunate  davanti al municipio, sventolando bandiere danesi e groenlandesi. Una distesa di rosso e bianco attraversata da uno slogan ripetuto in lingua inuit, "Kalaallit Nunaat", il nome della Groenlandia nella lingua del suo popolo. I cartelli, ironici e durissimi allo stesso tempo, "Make America go away", "Giù le mani dalla Groenlandia", hanno accompagnato una protesta che va chiaramente oltre la difesa di un'isola: "Qui c'è in gioco il diritto all'autodeterminazione", hanno spiegato i manifestanti, "e il diritto internazionale non può essere sospeso perché un alleato è più potente".

Le mobilitazioni continueranno nei prossimi giorni anche in altre città danesi, spiegano, mentre a Copenaghen è arrivata una delegazione bipartisan del Congresso americano. Ufficialmente, per rassicurare il governo danese e le autorità groenlandesi. Di fatto, per ribadire che Trump non rappresenta l'intero Paese. Un messaggio che trova conferma anche negli ultimi sondaggi: la maggioranza degli americani, infatti, non sostiene affatto l'idea di "comprare la Groenlandia".

L'Europa prova a fare fronte comune

Intanto, dopo l'annuncio dei dazi, Bruxelles si è immediatamente attivata. L'Unione eruropea ha infatti convocato una riunione di emergenza degli ambasciatori dei Ventisette, con il tentativo di mantenere una linea umanitaria, consapevoli che la partita va ben oltre il commercio: "Sovranità e integrità territoriale non sono negoziabili", ha dichiarato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, con un post su X (ex Twitter). Le minacce tariffarie, avverte, rischiano solo di innescare una spirale pericolosa e di indeoplie proprio quel fronte occidentale che proprio Trump dice di voler difendere.  Anche le capitali europee hanno reagito con toni insolitamente netti: Londra ha infatti definito la volontà di Trump "completamente sbagliata", Parigi ha parlato di "minacce inermi e inaccettabili", nel frattempo Berlino ha invocato una risposta coordinata. Non è ancora chiaro se e quando arriveranno contromisure, è però chiaro che il terreno dello scontro si è spostato dalla diplomazia alla coercizione.

Nel cuore dell'Artico, tra basi militari e ghiacci che si ritirano, la Groenlandia è diventata insomma qualcosa di più di un punto su una mappa, un luogo ora in cui si sta mostrando una frattura più profonda. Non solo tra Stati Uniti ed Europa, ma tra due modi diversi di intendere l'ordine internazionale: da una parte il diritto, le regole condivise e i confini che non si negoziano; dall'altra la forza e l'idea che tutto possa diventare merce di scambio. Questa volta non si discute più solo di acciaio, di lavatrici o di percentuali di export. La posta in gioco è più semplice e più grave allo stesso tempo: capire se le regole valgono ancora per tutti, o solo finché non intralciano gli interessi di chi è più forte.

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