Groenlandia, l’Unione europea valuta contromisure fino a 93 miliardi contro i dazi di Trump

Per ora non ci sarebbe alcun annuncio ufficiale, ne una decisione formalizzata, ma qualcosa di ancor più significativo: una possibilità messa sul tavolo, fatta circolare tra le capitali, discussa a porte chiuse e lasciata filtrare come messaggio politico. Secondo il Financial Times, infatti l'Unione europea starebbe preparando una risposta economica pesantissima alle minacce di Donald Trump, fino a 93 miliardi di euro in dazi, o in alternativa, limitazioni all'accesso delle aziende americane al mercato europeo. Non una dichiarazione ufficiale, dunque. Ma un segnale: se la Groenlandia diventa il pretesto per colpire gli alleati della Nato, l'Europa non intende restare ferma a guardare.
Le misure Ue
Le misure allo studio non nascerebbero oggi. Quel pacchetto di contro dazi infatti esiste già, era stato elaborato mesi fa e poi congelato per evitare una guerra commerciale con Washington dopo l'intesa raggiunta a fine estate. Ora, però quel congelamento ha una data di scadenza precisa: il 6 febbraio. Cinque giorni dopo l'eventuale entrata in vigore dei nuovi dazi annunciati da Trump. Se non ci sarà infatti una retromarcia americana, le contromisure europee potrebbero riattivarsi automaticamente, senza bisogno di nuovi passaggi legislativi. Questo sarebbe il punto che rende la fase attuale ancor più delicata: non si tratterebbe quindi di valutare una risposta futura, ma di decidere se lasciare scadere volontariamente una sospensione già in essere. In altre parole: l'Europa non dovrebbe "fare" qualcosa contro gli Stati Uniti di Trump, basterebbe non fare nulla.
Il retroscena del Financial Times
Secondo le fonti del FT la riattivazione di questo arsenale economico verrà discussa anche in funzione degli incontri previsti nei prossimi giorni a Davos, dove Trump vedrà di persona proprio i diversi leader europei e la stessa presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen al World Economic Forum. Davos diventerebbe così, almeno per qualche giorno, teatro di una partita che andrebbe ben oltre l'economia globale: in gioco in fatti ci sono i rapporti transatlantici, la tenuta dell'Ue e la stessa idea di alleanza.
Da una parte, almeno ufficialmente, Bruxelles continua a ripetere che la priorità resta la de-escalation: "La Groenlandia non è in vendita e la sua sovranità va rispettata", ha scritto la presidente del Parlamento Ue Roberta Metsola, in un post su X, chiarendo che "le minacce tariffarie non contribuiscono alla sicurezza dell'Artico". Posizione condivisa anche dalla Commissione europea, Ursula Von er Leyern, che, al termine di una serie di colloqui con i leader europei e con il segretario generale della Nato, ha infatti ribadito che l'Ue "difenderà sempre i propri interessi strategici economici e di sicurezza" e che ogni tentativo di mettere in discussione l'unità europea "troverà sempre una risposta ferma e coordinata".
Il "bazooka" europeo: di cosa si tratta
È in questo contesto che tornerebbe a circolare, seppur con estrema cautela, il riferimento allo Strumento anti-coercizione dell'Ue, il cosiddetto "bazooka" europeo: un meccanismo previsto dai trattati ma mai utilizzato, pensato per rispondere a pressioni economiche esercitate da Paesi terzi con finalità politiche. In concreto consentirebbe all'Ue di adottare misure molto dure, dal blocco degli appalti pubblici europei per le aziende del Paese coinvolto fino a restrizioni commerciali mirate. "Non è uno strumento che si tira fuori alle leggera", spiegano dall'Ue, "ma esiste proprio per situazioni in cui il commercio viene usato come arma politica". Una vera e propria arma di ultima istanza, evocata da alcune capitali come deterrente, ma che nessuno, almeno per ora, sembra voler attivare.
La linea Ue: "Evitare l'escalation"
Anche perché la linea prevalente resta quella della prudenza: "Una guerra commerciale sarebbe dannosa per tutti" ha infatti detto il primo ministro irlandese Micheal Martin, mentre da Berlino il cancelliere Friedrich Merz ha sottolineato che "le minacce tariffarie cosi come sono rischiano di innescare un'escalation pericolosa e di compromettere le relazioni transatlantiche". Colpire frontalmente gli Stati Uniti significherebbe infatti ammettere che lo scontro è ormai aperto. È per questo che l'Unione europea cerca di tenere insieme due piani: da un lato ribadire la disponibilità al confronto, dall'altro chiarire che la coercizione economica non è un terreno sul quale l'Europa intende arretrare.
Nel frattempo la decisione degli Usa di colpire solo alcune Paesi europei, quelli coinvolti cioè nel rafforzamento della presenza Nato in Groenlandia, viene letta a Bruxelles come un tentativo di dividere proprio i Ventisette. Un tentativo che, però, nei fatti funzionerebbe poco: il mercato unico infatti rende quasi impossibile distinguere l'origine nazionale delle merci, e politicamente l'effetto è già stato l'opposto visto che ha rafforzato la solidarietà attorno a Danimarca e Groenlandia.
Non a caso, nelle ultime ore si sono moltiplicate le prese di posizione comuni: a difesa della sovranità dell'isola, dell'inviolabilità dei confini e contro il rischio che una guerra commerciale tra alleati finisca per indebolire la Nato nel momento di massima tensione globale. Dietro le dichiarazioni pubbliche, tuttavia, si fa strada anche una valutazione più cruda: se l'Unione europea accettasse che i dazi vengano utilizzati come strumento per forzare l'acquisizione di un territorio, il precedente diventerebbe ingestibile. Da qui la linea che si consolida a Bruxelles: mantenere aperto il canale del dialogo, anche a Davos, anche fino all'ultimo minuto, ma arrivarci con una risposta pronta e credibile. Non per usarla subito, quanto per chiarire che il ricatto ha un prezzo.