Giustizia, Ceccanti: “Voto Sì per avere giudici davvero neutrali, i referendum non sono elezioni politiche”

Il referendum sulla riforma della giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, si è trasformato anche in uno scontro aperto tra centrodestra (per il Sì) e centrosinistra (in gran parte schierato per il No). Ci sono, però, delle voci fuori dal coro. Tra queste quella di Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all’Università La Sapienza di Roma ed ex parlamentare del Partito democratico.
Ceccanti ha spiegato a Fanpage.it perché sostiene il Sì alla riforma e ha criticato le "strumentalizzazioni" di entrambe le parti. In fondo, ha ricordato, non è una novità che ai referendum si voti senza seguire le linee di partito: è avvenuto più volte, dal divorzio alla scala mobile.
Professore, al referendum mancano meno di sei settimane. Una prima questione: il governo ha fatto bene a non cambiare la data dopo che la Cassazione ha accolto il nuovo quesito?
La nuova ordinanza della Cassazione ha semplicemente cambiato il quesito, ma il referendum era già stato indetto, il suo oggetto, la legge di revisione costituzionale da approvare o da bocciare, non cambiava. Quindi era giusto, e direi anche alquanto ovvio, cambiare il quesito, ma non la data.
I punti centrali della riforma sono sostanzialmente tre: separazione delle carriere, sdoppiamento del Csm e nascita dell’Alta corte disciplinare…
Io direi che sono solo due. La separazione delle carriere è la separazione del Csm, non è un’altra cosa.
Pensa che separare le carriere sia necessario? I sostenitori del No sottolineano che, dalla riforma Cartabia in avanti, i cambi sono stati pochissimi.
Il punto è se un pm può incidere sulla carriera di un giudice e viceversa (ma questo secondo rischio è molto meno reale, anche perché i pm godono di un surplus di forza mediatica): quello che succede oggi con un Csm unico e che concretamente toglie autonomia ai giudici delle fasi preliminari, gip e gup, rispetto ai pm. Il divieto di passaggi distingue le carriere ma non le separa affatto, perché resta l’interferenza reciproca.
Il secondo punto è limitare il Csm a un ruolo di alta amministrazione, senza commistioni con la giurisdizione che deve essere collocata invece in un organo a parte, come scrisse già l’autorevolissima commissione Paladin nel 1991.
Organo a parte che sarebbe l'Alta corte, a cui adesso arriviamo. Ma lo sdoppiamento del Csm fa discutere anche per come saranno scelti i componenti: non più elezione ma sorteggio (‘puro’ per i togati, ‘temperato’ per i laici). Crede che così il Consiglio perderà forza?
La platea dei magistrati è ristretta ed omogenea, di poche migliaia di persone. Il sorteggio funziona già così, volendo può essere ristretto dalle norme attuative.
Non si tratta di dare forza a un organo di alta amministrazione come se il modello fosse un Parlamento. È una visione molto semplicistica che non distingue tra amministrazione e rappresentanza. La lista parlamentare tra avvocati e professori coprirebbe invece una platea molto più grande ed eterogenea, deve quindi essere più filtrata.
È possibile che il sorteggio dei membri laici venga ‘manipolato' selezionando una lista molto corta già in partenza, e quindi rendendo la scelta meno casuale?
Non capisco cosa significhi questa ipotesi di manipolazione. Se ci occupiamo di fantasmi si può anche pensare che siano manipolabili le elezioni, almeno quanto i sorteggi.
Il modello è stato mutuato da quello che la Costituzione già prevede per i giudizi su alto tradimento e attentato alla Costituzione del Presidente della Repubblica; si vota a maggioranza qualificata una lista di 45, quindi con un accordo tra i vari gruppi, e si scelgono poi con sorteggio da quella lista 16 giudici aggregati che si uniscono ai 15 ordinari della Corte.
Passiamo all'Alta corte a cui ha già fatto cenno: qual è il vantaggio di togliere la funzione disciplinare al Csm (o ai due Csm, in questo caso) e darla a questo nuovo organo?
È appunto dal 1991, con la Commissione Paladin, che si vuole evitare questa anomala commistione tra amministrazione che spetta al Csm e giurisdizione da collocare in una Corte autonoma. Era una soluzione ritenuta pacifica già al tempo della Commissione D’Alema e che lo stesso Pd aveva nel programma elettorale del 2022.
A proposito del ‘suo' Pd, il referendum è diventato terreno di duro scontro politico: i democratici hanno attaccato chi intende votare Sì, mentre il centrodestra spesso ha dipinto la riforma come la soluzione a tutti i problemi giudiziari in Italia, con continui attacchi alla magistratura. Come giudica il dibattito?
Penso che dovremmo prendere sul serio la Costituzione, quella che ha previsto i referendum sia all’articolo 75 (abrogativi) sia al 138 (approvativi) come momento di scelta puntuale, mirata, degli elettori, non come un bis delle elezioni politiche.
Un’opportunità che tanti cittadini hanno utilizzato in questa chiave in altre occasioni. Dal divorzio alla scala mobile: nel primo caso col dissenso di tanti elettori Dc, nel secondo del Pci. Lasciamo perdere le strumentalizzazioni.
Che effetti concreti può avere la riforma per i cittadini? È perché in ogni caso – per il Sì o per il No – è importante andare alle urne?
Nei referendum costituzionali contano solo i Sì e i No. Non deleghiamo ad altri un importante passaggio di riforma che non sarà la panacea ma che avrà effetti per decenni, al di là dei partiti e dei governi di oggi.
È una riforma che punta ad offrire ai cittadini la garanzia di un giudice veramente neutrale o terzo. Anche per questo non bisogna concentrarci sulle strumentalizzazioni del contesto odierno.