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Decreto Sicurezza, Sensi (PD): “Dal governo solo propaganda e punizioni: lo stop ai coltelli non ferma la violenza”

Dopo il caso di La Spezia, il governo accelera sul pacchetto sicurezza e valuta di rendere subito operative le norme anti-coltelli, spostandole nel decreto legge. Misure presentate come urgenti, ma che per il Partito democratico rischiano di essere una risposta emotiva, punitiva e priva di una strategia di lungo periodo sulla violenza giovanile.
Intervista a Filippo Sensi
Senatore del Partito Democratico
A cura di Francesca Moriero
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Dopo l'omicidio del diciottenne Aba Youssef, ucciso con una coltellata da un compagno di scuola all'istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia, il governo ha deciso di accelerare l'iter del cosiddetto "decreto sicurezza". Il tragico episodio ha infatti riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza giovanile e dell'uso delle armi da taglio, spingendo l'esecutivo a rivendicare la necessità di interventi rapidi e immediati. Nel vertice di governo che si è tenuto a Palazzo Chigi, prima del Consiglio dei ministri, sarebbe emersa una "piena condivisione" sull'impianto del provvedimento. In particolare, si starebbe valutando di spostare le norme sui coltelli dal disegno di legge al decreto, così da renderle subito operative. Una scelta che andrebbe nella stessa direzione auspicata dalla Lega di Matteo Salvini, da settimane in pressing per una stretta più rapida proprio sull'uso delle lame, anche in ambito scolastico.

Il pacchetto sicurezza, non parla però solo di divieto di porto e vendita di coltelli ai minori: articolato tra un decreto e un disegno di legge che dovrà essere discusso in Parlamento, mette infatti insieme nuove misure molto diverse tra loro. Dagli ammonimenti rivolti a ragazzi sempre più giovani, alle sanzioni ai genitori, alle cosiddette "zone rosse", fino all'ipotesi di introdurre metal detector nelle scuole e a nuove restrizioni in materia di immigrazione e ricongiungimenti familiari. Un insieme di interventi che il governo presenta come "risposta a un'emergenza", ma che solleva non pochi interrogativi sul metodo e sull'efficacia di un approccio fondato solo su misure punitive.

Di questo Fanpage.it ne ha parlato con Filippo Sensi, senatore del Partito Democratico, che ha criticato l'impostazione del provvedimento, sottolineando come appaia più frutto di un'urgenza politica che di una reale strategia per la sicurezza e la prevenzione.

Dopo il caso di La Spezia, il governo torna sul decreto sicurezza parlando di "emergenza violenza giovanile" e vara nuove misure drastiche su coltelli e minori. C'è il rischio, secondo Lei, che si legiferi sull'emozione, trasformando il dolore in norme punitive senza una vera strategia di lungo periodo?

Mi pare che su questo tema il governo abbia dormito per 4 anni. Hanno fatto provvedimenti su provvedimenti bandiera che non hanno portato a un solo passo avanti sulla questione della sicurezza delle persone, non soltanto nelle grandi città. E da quello che si annuncia questo provvedimento mette tutto quanto insieme, in una maniera che secondo noi non promette niente di buono.

Penso che sulla sicurezza non ci sia destra e sinistra, credo anche che pensare che la sicurezza sia un concetto solo di destra sia profondamente sbagliato perché è una questione che riguarda tutti quanti i cittadini, in particolare le persone più esposte, le persone più fragili. Quindi credo che su questo punto ci dovrebbe essere convergenza e confronto. Se ci troviamo di fronte a una serie di norme manifesto fatte per fare la faccia feroce, per discriminare, per comprimere e non per risolvere un problema, come ad esempio quello delle troppe armi da taglio, dei troppi coltelli, delle troppe lame nelle tasche dei ragazzi e non solo, allora ovviamente il nostro atteggiamento sarà diverso. Abbiamo presentato una proposta di legge proprio su questo, lo scorso aprile, caduta nel vuoto da parte della maggioranza. Ora improvvisamente sull'onda dell'emozione e dei casi che si succedono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, si sono svegliati e si muovono di gran carriera. Se l'esito di questa loro tardiva sollecitudine sarà lo stesso dei provvedimenti presi finora, 2022, 2023, 2024, 2025, insomma…. passi avanti per la sicurezza delle persone finora non ci sono stati.

Nel pacchetto sicurezza convivono repressione penale e misure simboliche: divieti, ammonimenti a 12 anni, multe ai genitori, zone rosse. C'è qualcosa che non torna, secondo lei, nell'idea che la violenza giovanile si governi principalmente con il codice penale? Perché in questi casi non si parla mai di educazione e quindi, di prevenzione?

Penso che la parte repressiva e la parte preventiva debbano stare assieme. Non mi rassegno all'idea che soltanto reprimendo si possa dare risposta alla richiesta di sicurezza che viene soprattutto alle persone più fragili. Non è così, e lo sappiamo. Penso altrettanto che non è soltanto però facendo sociologia e dicendo "ci vuole ben altro" che si danno delle risposte, perché poi le persone si sentono esposte, spesso sole letteralmente al buio. Penso, dunque, che le due cose debbano marciare insieme e questo, secondo me, solleciterebbe un confronto tra chi a destra evidentemente ha più a cuore risposte di tipo penalistico o di tipo repressivo, e chi a sinistra invece auspica prevenzione, formazione, educazione, accompagnamento. Ci vuole un punto incontro ed è questo, credo, proprio quello che ci chiedono i cittadini.

A proposito di questo, parliamo del piano del ministro Valditara che prevede l'introduzione di metal detector (su richiesta) nelle scuole, proprio come misura di "prevenzione" della violenza. Secondo lei c'è il rischio di trasformare l'autonomia scolastica in una delega alla securizzazione, scaricando sulle scuole un problema culturale, sociale e politico più ampio?

Francamente pensare ai metal detector nelle scuole "più a rischio"…. ritorna la logica delle zone rosse e cioè della divisione dell'Italia nei buoni e nei cattivi, dove si rischia di più e dove si rischia di meno. Nel caso specifico, episodi relativi a coltelli a serramanico, a scatto, sono avvenuti e avvengono non solo davanti alle scuole o fuori dalle scuole ma anche davanti alle discoteche, in giro per strada, nelle piazze, vicino ai bar. Dunque, che cosa facciamo? Mettiamo metal detector dappertutto? Mi pare una risposta parziale, insufficiente per dire: "Abbiamo fatto qualcosa, abbiamo blindato le scuole". Ma vuoi blindare le scuole quando poi questi scontri e questa violenza è a un passo dalla scuola. Costruiamo insieme delle risposte possibili invece di correre dietro a soluzioni sensazionalistiche e ridurci allo scontro del "metal detector sì, metal detector no".

La Lega spinge poi per collegare violenza giovanile, immigrazione e ricongiungimenti familiari, arrivando a parlare di più rimpatri di minori stranieri. Qui siamo ancora nel terreno della sicurezza o siamo già dentro una costruzione etnica del problema?

È evidente che da parte della Lega ci sia una razzializzazione del problema. Il termine maranza vuol dire "non i nostri figli". Vuol dire altre culture, gli altri. Lo sappiamo bene. Poi, se si vanno a guardare i singoli episodi, è vero che ce ne sono alcuni che hanno un certo segno, ma ce ne sono molti altri che ne hanno uno completamente diverso e che nulla hanno a che vedere con l'etnia, con la cittadinanza o con la nazionalità delle persone. Certo, dobbiamo porci delle domande e dobbiamo darci delle risposte. Ma le risposte giuste arrivano solo se ci poniamo le domande giuste. Se invece il problema della Lega è fare una gara a chi fa la faccia più cattiva con Fratelli d'Italia, e a dare un'altra stretta sui migranti perché così questo risuona con la loro base elettorale, francamente questa è una strada che non funziona. Non funziona perché quella stessa base è esposta, è fragile, è insicura. E non è con un ulteriore giro di vite contro i migranti che si costruisce sicurezza. Al contrario, si creano le condizioni per maggiore insicurezza nel nostro Paese.

Lei ha più volte detto che questi pacchetti sicurezza "si rivelano dei pacchi", ma ha anche avvertito la sinistra: "non di sola sociologia sopravvivono i ragazzi". Qual è, allora, il confine giusto tra prevenzione, responsabilità penale e risposta educativa che oggi la destra sta cancellando, e che la sinistra rischia invece di non saper più nominare?

Io penso che il giusto compromesso sia quello che ogni giorno sono chiamati a esercitare i sindaci. I sindaci delle grandi città sono per lo più di centrosinistra, ma non solo, e si confrontano quotidianamente con un'esigenza molto concreta: dare risposte alle persone. Perché il senso di sicurezza lo senti sulla pelle e ha a che fare non solo con la democrazia, ma anche con la libertà delle persone. Il lavoro che i sindaci fanno ogni giorno, certo, tra scacchi, arretramenti, enormi difficoltà, ma anche conquiste, consiste proprio nel riconquistare zone e territori all'incertezza e all'insicurezza, attraverso informazione e prevenzione. È un lavoro faticoso, ma reale. I sindaci delle grandi città stanno già sperimentando questo spazio di confronto, che va sottratto sia alle grida leghiste e della destra, quelle del "facciamo la faccia feroce", sia a una certa rassegnazione della sinistra, che tende a dire: "Non possiamo dare risposte che non siano risposte di contesto di lungo orizzonte". Risposte importanti, certo, ma questa complessità e questo lungo respiro devono poi tradursi nella vita quotidiana delle persone, qui e ora. Forse quindi anche noi dovremmo mettere da parte un eccesso di sociologia e di psicologia e capire che è necessario trovare un punto di incontro tra il dare risposte sulla sicurezza e l'andare alla radice di quella fragilità.

Le chiedo allora qual è, secondo lei, il discorso che oggi la sinistra dovrebbe fare al Paese, e quali sono le misure che dovrebbe proporre.

Penso che la sinistra dovrebbe fare un discorso di serietà e di chiarezza nei confronti dei cittadini e cioè: vogliamo impegnarci sul fronte della sicurezza, così come fanno da anni i nostri sindaci, tra successi e scacchi. Siamo pronti a confrontarci con la destra, se il confronto è serio, se non si vuole trasformare la sicurezza in una bandiera di parte, con uno sguardo corto ed elettorale. Se invece c'è la volontà di discutere davvero di come rendere più sicure le nostre città e il Paese nel suo insieme, noi ci siamo. Noi ci siamo per dare soluzioni concrete, pratiche, da discutere insieme e da condividere insieme. Questo, per noi, vuol dire "fare sicurezza".

Se invece per sicurezza si intende una gara a chi fa la faccia più feroce tra la Lega di Vannacci e la destra di Fratelli d'Italia, allora francamente se la possono tenere per loro, senza scomodare il Parlamento e senza prendere in giro gli italiani.

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