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Decreto Sicurezza 2026

Decreto sicurezza, Mauri (Pd): “Il governo inventa emergenza dove non c’è e ignora i problemi veri”

All’indomani dell’approvazione del decreto Sicurezza, il confronto politico si inasprisce. Le opposizioni parlano di misure emergenziali e di un’impostazione repressiva che non risolve i problemi reali della sicurezza. Fanpage.it ne ha parlato con Matteo Mauri, deputato e responsabile nazionale Sicurezza del Partito Democratico.
Intervista a Matteo Mauri
Deputato e responsabile nazionale Sicurezza del Partito Democratico.
A cura di Francesca Moriero
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All'indomani dell'approvazione del decreto sicurezza in Consiglio dei ministri, lo scontro politico si fa ancora più netto. Il governo rivendica una svolta "più dura" su ordine pubblico, manifestazioni e tutele per le forze dell'ordine, mentre le opposizioni parlano di un intervento frammentario, costruito sull'emergenza e privo di una vera strategia strutturale. Per il Partito democratico non ci sarebbero però solo le misure – dal fermo preventivo alle norme sui coltelli, fino alle modifiche sul cosiddetto scudo penale – ma l'impostazione complessiva del decreto, giudicata profondamente repressiva nei confronti del dissenso e inefficace rispetto ai problemi reali della sicurezza. Sullo sfondo anche le accuse all'opposizione rivolte dalla stessa presidente del Consiglio Meloni sui fatti di Torino e il richiamo costante, da parte del governo, al terrorismo degli anni Settanta. Fanpage.it ne ha parlato con Matteo Mauri, deputato e responsabile nazionale Sicurezza del Partito Democratico.

Onorevole Mauri, nel complesso che giudizio date del decreto sicurezza approvato ieri? 

Più in generale, considerando tutto come se fosse un unico decreto, la verità è che questo provvedimento non affronta e non risolve nessuno dei problemi aperti che ci sono sul tema della sicurezza. E, tra l'altro, dà un segnale che abbiamo già visto anche nei decreti precedenti: un tentativo di spegnimento degli spazi del dissenso e della manifestazione del dissenso. Questa cosa è inaccettabile.

Stiamo parlando di una sessantina di articoli, ma da questo testo non si vede un tentativo minimamente organico di risolvere il tema della sicurezza. L'impressione che dà questo governo è che si senta talmente in difficoltà su questo tema – che era stato presentato come un punto di forza, anche in modo strumentale, in campagna elettorale e negli anni precedenti – da agitarsi in maniera scomposta. Hanno perso di vista i problemi veri e continuano, secondo noi, a fare solo norme spot di propaganda, sempre stando sull'emergenza.

Parla dei recenti fatti di cronaca?

Sì, assolutamente sì. Ed è il modo peggiore di legiferare. Questi decreti "emozionali" sono esattamente il contrario di quello che bisognerebbe fare per dare una risposta vera e concreta a una domanda di sicurezza che è molto cresciuta. Perché non è cresciuta solo la percezione: sono aumentati anche i reati nei due anni scorsi, nei primi due anni veri di governo del centrodestra. E invece di affrontare questo tema in modo strutturale, si procede con misure simboliche.

Veniamo allo scudo penale. Il governo dice di averlo esteso a tutti i cittadini per evitare trattamenti di favore alle forze dell'ordine. Questa modifica risolve i dubbi di costituzionalità?

La verità è che c'è stata una battage pubblicitario che dura da almeno un mese. È un mese che ci spiegano che sarebbe arrivato questo decreto sicurezza, con trasmissioni televisive tutte dedicate al tema. Sono venuti perfino in Parlamento, prima del decreto, a parlare del decreto. Hanno provato a far passare il messaggio che questo sarebbe stato uno scudo penale per le forze dell'ordine, cosa che evidentemente non avrebbe mai potuto essere, perché non si possono fare interventi di questo tipo ad hoc. Se si fanno, devono valere per tutti, erga omnes. E questo, poi, hanno dovuto fare.

Ma il punto è un altro: non è uno scudo penale. Perché la montagna ha partorito il topolino. Invece di essere iscritti nel registro degli indagati, si viene iscritti in un altro registro separato. Però hanno introdotto norme che garantiscono che le tutele legate all'iscrizione nel registro degli indagati, a partire dall'avviso di garanzia, restino in piedi. Alla fine, insomma, cambia solo il nome del registro. L'utilità concreta di questa cosa, per un agente o anche per un cittadino qualsiasi, non è affatto chiara. Anzi, non esiste. Lo stesso ministro Nordio, in conferenza stampa, a un certo punto ha detto che si tratta di "zuppe e pan bagnato", dicendo di fatto la verità.

Il governo sostiene che l'avviso di garanzia sia uno stigma sociale. Cosa ne pensa?

È paradossale, perché sono proprio loro ad aver costruito negli anni questa lettura giustizialista. In realtà, l'avviso di garanzia nasce come uno strumento a tutela dell'indagato, per informarlo e consentirgli di attivare tutte le procedure di difesa. Sono loro, anche attraverso le loro televisioni e una certa cultura politica, ad aver trasformato l'avviso di garanzia in uno stigma. Ora pensano di risolvere tutto semplicemente dicendo che invece di essere iscritti in un registro si viene iscritti in un altro. Sinceramente farebbe sorridere, se non fosse pericoloso giocare con le norme dello Stato e con i messaggi che si mandano all'esterno. E poi credo che le forze dell'ordine abbiano ben altre esigenze: risorse, salari, organici. Non certo la differenza tra un elenco e un altro.

Però la maggioranza rivendica l'assunzione di 40mila agenti.

Peccato che quei 40mila agenti vengano venduti come se fossero in più, mentre in realtà sono solo sostituzioni di persone andate in pensione. E nemmeno a copertura piena del turnover. I numeri del Viminale, non ce li inventiamo noi del Pd, dicono che negli ultimi due anni si sono persi 2.700 poliziotti rispetto a tre anni fa. Questo mi sembra già indicativo di quanto questo governo parli molto, ma poi sulle cose concrete non incida.

Ieri sera, ospite di Dritto e Rovescio, su Rete4 Meloni vi ha accusato di "ambiguità con i violenti", parlando dei fatti di Torino. Qual è la vostra posizione?

Io penso che ci voglia del coraggio a sostenere le cose che ha sostenuto la Meloni, e anche altri. Noi abbiamo dimostrato sempre, quotidianamente, da che parte stiamo: dalla parte della giustizia e delle istituzioni. Non abbiamo mai dato neanche lontanamente l'impressione di ambiguità su questi punti. Lo abbiamo detto chiaramente subito dopo i fatti, lo abbiamo ribadito in Parlamento, sono intervenuto io stesso come responsabile sicurezza del Pd, e continueremo a farlo. Queste accuse sono totalmente strumentali e dimostrano la difficoltà in cui si trova il governo. Quando uno suona la gran cassa sul tema della sicurezza e poi viene messo nell'angolo dai fatti, e anche dal lavoro delle opposizioni che ne evidenziano le incoerenze, allora reagisce così. Questo è un governo che è incapace di fare molte cose, ma è molto bravo a cercare sempre colpevoli altrove: un giorno i governi precedenti, un giorno i sindaci del Pd, un giorno la sinistra. In realtà basterebbe guardarsi allo specchio.

Un'ultima osservazione: cosa pensa del continuo richiamo al terrorismo degli anni Settanta.

È una cosa gravissima. O questo pericolo esiste davvero, e allora si viene davanti alle Camere e se ne discute seriamente, e noi saremmo i primi a dare disponibilità e collaborazione, oppure non esiste, e allora è gravissimo evocare il terrorismo per fare propaganda. Che lo facciano il ministro dell'Interno e il ministro della Giustizia, in aula e in conferenza stampa, è ancora più preoccupante. Sono due capisaldi della tenuta democratica del Paese e su questo dovrebbero essere chiamati a una responsabilità molto chiara.

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