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“A Gaza si continua a morire sotto le bombe e nessuno ne parla più”: Francesca Albanese al Rumore Festival

A cura di Giulia Renda
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Intervistata da Valerio Nicolosi e Francesco Cancellato al Rumore Festival, Francesca Albanese ha fatto il punto sulla situazione a Gaza e in Cisgiordania a un anno dal cessate il fuoco. Dalle responsabilità internazionali al ruolo dell’Italia e dell’Europa, fino alle sanzioni contro chi si batte per la giustizia.

"In Italia abbiamo visto manifestazioni in sostegno alla Palestina, diventate storiche, che hanno ispirato tanti anche al di fuori di questo Paese. Abbiamo visto l’impegno degli studenti, dei lavoratori, dalle fabbriche ai porti. Tutto questo adesso è un po’ scemato". Con queste parole Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, apre il panel sulla Palestina condotto da Francesco Cancellato e Valerio Nicolosi.

A un anno di distanza dall'entrata in vigore del "piano di pace" statunitense, il genocidio palestinese resta al centro di una crisi che, nonostante il calo dell’attenzione mediatica, continua a interrogare la comunità internazionale. Nell’intervista si è parlato della situazione a Gaza e in Cisgiordania, delle responsabilità internazionali, delle sanzioni contro chi opera per la giustizia e del ruolo dell’Europa e dell’Italia, in tutto ciò. Un confronto sul futuro dei palestinesi, sul diritto internazionale e sulle scelte politiche necessarie per arrivare a una pace fondata sulla giustizia e sulla libertà.

Che cosa sta avvenendo in Palestina? Che cosa è cambiato nell'ultimo anno?

Credo che in Italia ci sia stata più repressione da parte del governo che distaccamento emotivo da parte della gente. Una parte della popolazione si è mossa, si è sensibilizzata e si è sentita attratta dalle manifestazioni, partecipando anche per curiosità. Ormai il nocciolo duro della società civile italiana ha capito che cosa sta succedendo in Palestina.

Il mio sospetto era che quel cessate il fuoco sarebbe stata la solita dinamica del, “io cesso, tu cessi e io continuo a fare fuoco”. Perché questa è la storia israeliana, soprattutto a Gaza, dove sono stati seguiti da un incancrenirsi della povertà, della disperazione e della distruzione. Ci sono stati giorni in cui, tra il 17 e il 18 marzo 2025, Israele ha ucciso 600 persone in un giorno. Le statistiche parlano chiaro: dall’inizio del genocidio, l’85% delle persone uccise erano donne e bambini. Oggi le morti numericamente si sono abbassate, ma si muore ancora di bombe. Ci sono bombardamenti costanti sul 30% della Striscia di Gaza, dove sono stipate 1.800.000 persone, tra case fatiscenti e una tendopoli vergognosa. È assurdo quello che sta succedendo a Gaza e non se ne parla neanche più. O, meglio, se ne parla dando voce a chi Gaza l’ha distrutta o a chi ha pagato per la sua distruzione: gli Stati Uniti e chi ha armato Israele.

Quando si parla della soluzione a due Stati, bisogna chiedersi: dove stanno i due Stati? Avete mai visto uno dei poliziotti palestinesi, per la cui formazione sono stati spesi milioni di contributi europei, intervenire per proteggere un palestinese dagli attacchi dei coloni o dalle aggressioni dei soldati, persino nelle zone sotto il controllo assoluto dell’Autorità palestinese? No, perché questo non è mai stato l’obiettivo degli accordi di Oslo, e oggi lo si vede. La situazione è gravissima. Ma è gravissima anche in tutto il Medio Oriente: Israele ha bombardato sei Paesi della regione. Ha bombardato la Siria, lo Yemen e il Qatar, sta distruggendo il Sud del Libano, e qui mi fermo.

 Il 27 ottobre si vota in Israele, cambierebbe qualcosa se Netanyahu non vincesse e se un’alleanza come quella che oggi regge Israele, tra Netanyahu e Ben-Gvir, perdesse le elezioni? O non cambierebbe nulla per Gaza e per la Cisgiordania?

Da osservatrice di quello che succede nella cosiddetta Terra Santa da vent’anni, questo discorso secondo cui Netanyahu sarebbe prossimo a perdere le elezioni l’ho sentito più e più volte. Quell’uomo, come un fiume carsico, riemerge sempre. Non è detto che Netanyahu perda le elezioni, ma, anche se le perdesse, dal mio punto di vista non cambierebbe molto per i palestinesi.

Guardiamo i sondaggi in Israele: tra il 50 e il 70% delle preferenze nei sondaggi, gli israeliani vogliono la pulizia etnica dei palestinesi. Non c’è pentimento per quello che è stato fatto a Gaza. Togliamoci dalla testa che gli israeliani non sappiano niente: sanno benissimo che cosa è stato fatto ai palestinesi. Innanzitutto sono il popolo con il maggiore accesso a Internet pro capite della Terra, e questo la dice lunga. Inoltre, i loro stessi soldati hanno diffuso immagini di quello che hanno fatto a Gaza, dei crimini e di quanto sia stata dissacrata la vita, l’umanità e la dignità umana. Quindi no! I partiti alternativi non propongono una visione alternativa di rispetto per Gaza. Non si parla di due Stati, non si parla di libertà. I palestinesi sono nell’ombra, nell’oscurità più totale: oscurati e ammutoliti.

e sanzioni statunitensi contro giudici e procuratori della Corte penale internazionale rischiano di bloccarne il lavoro? E l’Europa sta facendo abbastanza per difenderla?

Innanzitutto, non credo che l’Europa abbia dato alcuna risposta. Doveva intervenire immediatamente attivando quello che si chiama “blocking statute”, una sorta di scudo per proteggere gli europei e le europee colpiti da sanzioni statunitensi, sarebbe stato un segnale fortissimo. Invece non è stato fatto. Sono stati sanzionati i procuratori, sono stata sanzionata io, sono state sanzionate organizzazioni non governative palestinesi che hanno ricevuto premi, riconoscimenti e finanziamenti dall’Europa, nonostante siano dichiarate terroristiche dallo Stato di Israele. È stato sanzionato anche tutto il collegio giudicante della Corte penale internazionale che si occupa della situazione in Palestina e adesso, di fronte a questo, la reazione resta timidissima.

L’ho detto altre volte e lo dico con cognizione di causa: gli strumenti che gli Stati Uniti stanno utilizzando sono mafiosi, intimidatori. Trump ha detto apertamente che sanziona per proteggere lo Stato di Israele. Un senatore americano, Lindsey Graham, che adesso non c’è più, ha detto: “Questa è una Corte fatta per i neri, non per noi occidentali. Noi siamo al di sopra della legge”. Ancora una volta ci stanno mostrando un’immagine medievale del diritto internazionale: non c’è più una legge uguale per tutti e non si rispetta più una Corte che è l’erede istituzionale dei processi di Norimberga. Non si rispetta più il principio per cui la guerra deve essere affidata alla diplomazia e può avvenire soltanto quando è autorizzata dalle Nazioni Unite.

E l’Europa è lì, percossa e attonita, e non dice nulla: ci sono stati mugugni e pigolii qua e là, “non si fa”, “è un po’ esagerato”. Ma lo statuto di blocco va approvato: non ci vuole niente. Ci sono state tre decisioni del Parlamento europeo, che non è proprio l’espressione delle forze progressiste in Europa. Eppure sono state approvate tre mozioni che chiedono alla Commissione europea di passare questo benedetto statuto di blocco e proteggerci. La situazione è gravissima e, finché non usciamo da questa subordinazione agli Stati Uniti, questo è soltanto l’inizio. Si sta cannibalizzando il sistema delle garanzie fondamentali che abbiamo ottenuto con grande sacrificio dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Hai percepito un segnale in controtendenza da una parte della comunità internazionale, con l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Navi Pillay, che ha indagato e messo a nudo Israele? Possiamo aggrapparci a questo simbolo e trovare un po’ di speranza in un momento così buio?

Sì. Secondo me il premio Nobel a Navi Pillay è meglio del premio Nobel ai chihuahua di Trump, mettiamola così. Sono davvero felice, perché questo riconoscimento non è soltanto per la donna che ha presieduto la commissione d’inchiesta che, in mancanza di una decisione di un tribunale, è l’organo più vicino a un tribunale. La commissione ha concluso che Israele ha commesso quattro atti di genocidio. È un riconoscimento, dopo 65 anni a lavorare per la giustizia. È stata la prima donna a far parte della Corte suprema del Sudafrica post-apartheid; ha lavorato come giudice al tribunale penale per i crimini in Ruanda e si è battuta perché lo stupro fosse riconosciuto come crimine che può costituire un atto di genocidio. Tutta la sua vita è una testimonianza di impegno per la giustizia, non soltanto gli ultimi due o tre anni. Il fatto che sia stata vilipesa e accusata di antisemitismo e di sostenere il terrorismo, e che ancora oggi venga dileggiata, è significativo. Così, non soltanto si strazia e si distrugge ciò che rimane della Palestina, ma si distruggono anche le conquiste del diritto internazionale ottenute per vivere in un mondo senza guerra. Ci stanno riportando in guerra.

Hai visto Naza? Che cosa ne pensi? Che effetto ti ha fatto?

Mi ha dato una conferma, perché Yuval Abraham queste cose le aveva già scritte nel dicembre del 2023. Non mi sono inventata che Israele abbia commesso atti di genocidio. Per cinque mesi, giorno per giorno, ho registrato parole, analizzato mappe della distruzione, messaggi e ordini dati dall’esercito, bombardamenti in zone dichiarate sicure e testimonianze che arrivavano da Gaza.

Nel dicembre 2023 Yuval Abraham aveva pubblicato un articolo denunciando l’uso di “Where’s Daddy?” e “Lavender”, due sistemi utilizzati dall’esercito israeliano per ampliare il raggio dei bombardamenti, in sostanza per colpire non soltanto i combattenti. Nel diritto internazionale non si può colpire qualcuno semplicemente perché è affiliato a un movimento: si può colpire chi sta combattendo contro il nemico. È stato fatto, ed è stata data carta bianca. Questa inchiesta non ebbe grande risonanza, e non parlo dell’opinione pubblica, ma della risposta degli Stati.

Dopo aver letto e recepito il mio rapporto, così come dopo gli ordini cautelari della Corte internazionale di giustizia che hanno riconosciuto il rischio di genocidio e il rischio di un danno permanente alla popolazione palestinese protetta dalla Convenzione sul genocidio, gli Stati avrebbero dovuto interrompere i trasferimenti di armi e le relazioni commerciali con Israele.

Non è successo. Non è successo quando sono state denunciate le complicità degli Stati, né quando sono stati denunciati enti privati, multinazionali, università ed enti finanziari che traggono profitto da ciò che sta accadendo. A dicembre saranno tre anni dalla pubblicazione dell’inchiesta di Yuval Abraham.

Rachel Szor e Yuval Abraham, che hanno lavorato insieme anche a No Other Land, hanno realizzato questo documentario. La gente è sconvolta. Io ero in un cinema e vedevo quanto fosse attonita: persone sensibilizzate, colpite da ciò che vedevano e sentivano dalla voce dei soldati. Perché quelli sono criminali, non eroi. Trovo incredibile il lavoro che Rachel e Yuval hanno fatto. È incredibile anche la reazione che c’è stata in Israele: molti non hanno neanche visto il documentario, ma dicono che è una bugia. Non vogliono prendere atto di quello che è stato fatto.

Dal documentario emerge una sola persona dispiaciuta, su 28 intervistati. Anche questo colpisce, no?

Penso davvero che ci sia un trauma, frutto dell’indottrinamento. Bisogna essere indottrinati e riempiti di veleno: e lo sono, perché quei ragazzi sono educati sin da piccoli a odiare i palestinesi. Leggete Nurit Peled un testo scritto dalla filologa israeliana. "I palestinesi nei testi scolastici israeliani", solo così si può capire che cosa viene insegnato e come i palestinesi siano rappresentati come coloro che avrebbero ordito il genocidio e vorrebbero uccidere tutti gli israeliani. Il 7 ottobre ha attivato quella paura. Dico che noi, che non abbiamo carne e ossa coinvolte in questo martirio, dobbiamo cercare di utilizzare la massima compassione possibile. Anche la società israeliana deve essere recuperata: non può vivere così, nella percezione di essere sotto assedio permanente. Deve essere portata alla giustizia, e ci vorranno tanta pazienza e tanta amorevolezza perché questo avvenga senza alimentare ulteriore conflitti.

Un governo alternativo a questo, in Italia, che cosa dovrebbe fare? Il centrosinistra dice di essere d’accordo sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Ma dove lo facciamo, questo Stato? Secondo te, quali dovrebbero essere le prime cose da fare su questo tema?

Innanzitutto è fondamentale che gli elettori e le elettrici esigano il rispetto della Costituzione. Lo dirò fino allo sfinimento, fino alla morte: la Costituzione deve essere davvero il vostro Rubicone, perché viene violata costantemente. Nessun programma elettorale può stare al di là o al di sopra della Costituzione, né violarla. Per quanto riguarda la Palestina, mi colpisce la superficialità del dibattito: si ripete “soluzione a due popoli, due Stati” come un mantra, ma è una formula davvero vuota di significato. C’è uno Stato oppressore, colonizzatore, razzista, che pratica il razzismo e quindi deve essere riportato nei limiti del diritto internazionale. Non può continuare a praticare l’apartheid: deve smettere di opprimere i palestinesi, ritirare le truppe e ritirare le colonie, che ci siano due Stati oppure no.

Perché ci siano due Stati, le condizioni ribadite dalla Corte internazionale di giustizia sono: fine dell’occupazione militare e ritiro di tutte le truppe da Gaza, dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est. Devono essere ritirate tutte le colonie. I coloni sono oltre 800.000 e il loro numero è triplicato dal 1990 a oggi, da quando è cominciato il cosiddetto processo di pace.Un’altra cosa è che devono essere offerte riparazioni e indennizzi ai palestinesi per quello che hanno subito negli ultimi sessant’anni. E non è neanche tutto, perché non si parla di quello che è successo ai palestinesi dal 1948 a oggi.

Un governo serio dovrebbe concentrarsi su questo e partire dalla decisione della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024. Saranno poi i palestinesi e gli israeliani a decidere se vogliono due Stati o uno Stato. Per me la cosa importante è che ci sia libertà per tutti, dalla riva al mare.

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