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Le proteste in Iran non conoscono tregua. Le piazze restano piene, affollate, vive, incuranti di una repressione che il regime sta mettendo in campo. La polizia spara ad altezza d'uomo e le famiglie si mettono in fila davanti agli obitori per il riconoscimento dei corpi, ma la paura sembra aver ceduto il passo a qualcosa di diverso, di più profondo rispetto al passato.
Se nel 2019 la miccia era stata il caro benzina, innescando manifestazioni poi virate contro il regime, oggi la dinamica è strutturale. Il fattore economico è diventato esistenziale: l'Iran è al centro di una crisi senza precedenti, con un'inflazione che ha eroso il ceto medio schiacciandolo verso la soglia di povertà. È questa la chiave di volta che spiega perché le piazze, questa volta, sono diverse. Sono più ampie, più larghe, più trasversali.
Le manifestazioni e gli slogan
Dal 28 dicembre non vediamo scendere in strada solo Teheran o le grandi città, dove la borghesia liberale ha una lunga storia di dissenso. La rabbia ha contagiato i quartieri periferici, le aree più conservatrici e le zone rurali. La base sociale del dissenso si è allargata perché la fame non fa distinzioni ideologiche.
È qui che avviene il salto di qualità: dalla protesta economica a quella squisitamente politica. Lo slogan che risuona ovunque, «Né Libano né Gaza, la mia vita per l'Iran», è la sintesi perfetta del fallimento strategico degli ayatollah. Riassume la frustrazione di un popolo che ha visto le proprie risorse dilapidate per finanziare i proxy in chiave anti-israeliana e anti-statunitense, mentre la nazione veniva lasciata a se stessa, dimenticata e impoverita.
Oggi il regime sta pagando il conto di quelle scelte. Lo sta pagando nonostante una repressione feroce che ha già falciato centinaia, forse migliaia di vite. Ma proprio per questo, il movimento che sta riempiendo le strade appare irreversibile: è più maturo, lucido e consapevole del proprio presente. E soprattutto del proprio futuro: un futuro che non contempla più la Repubblica Islamica.
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