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Donald Trump, l'uomo che si vanta di "chiudere le guerre", sembra in realtà preparare il terreno per un nuovo, sanguinoso conflitto in Sud America. La recente intensificazione delle manovre militari statunitensi, con l'invio di imponenti portaerei e mezzi da guerra, non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti. Non è solo una dimostrazione di forza; è la fase preparatoria di un'operazione di regime change che riporta alla memoria le pagine più oscure e violente della storia geopolitica americana.
L'escalation è stata sottilmente preannunciata dalla controversa nomina di Maria Corina Machado al Premio Nobel per la Pace, un gesto che, lungi dall'essere un'ode ai diritti umani, si è rivelato la miccia per una campagna di destabilizzazione. Machado, pur premiata per la sua difesa dei diritti dei venezuelani, appare infatti allineata con una strategia d'attacco americana che, secondo recenti notizie, avrebbe già causato decine di vittime con attacchi alle navi venezuelane accusate di trasportare droga, senza però nessuna prova. Invece di celebrare la pace, Oslo ha, forse involontariamente, benedetto una mossa propedeutica alla guerra.
La storia, purtroppo, è maestra in questo schema.
La strategia in atto in Venezuela riecheggia una drammatica costante della politica estera statunitense in America Latina: il colpo di Stato imposto, motivato dalla Dottrina Monroe e consolidato durante la Guerra Fredda per "contenere" ogni governo a matrice socialista, nazionalista o più semplicemente indipendente dalla Casa Bianca. Questi precedenti non sono semplici analogie, ma veri e propri modelli operativi. Si pensi al Guatemala nel 1954, dove la CIA rovesciò il presidente Jacobo Árbenz Guzmán per difendere gli interessi della United Fruit Company, e alla fallimentare invasione della Baia dei Porci (1961) a Cuba. Fu un colpo di Stato sostenuto dagli USA anche quello in Brasile nel 1964 contro il presidente João Goulart. Ma l'esempio più emblematico rimane il Cile dell'11 settembre 1973: gli Stati Uniti, attraverso la CIA, orchestrarono una sistematica campagna di destabilizzazione economica ("make the economy scream") e infine sostennero il violento colpo di Stato del generale Augusto Pinochet, che pose fine al governo democratico di Salvador Allende. Questo modello di ingerenza culminò nell'Operazione Condor, una rete di repressione coordinata tra dittature del Cono Sud e appoggiata dagli USA per eliminare oppositori politici in tutta la regione.
L'obiettivo dichiarato è un "cambio di regime" per eliminare Nicolás Maduro, un presidente la cui leadership autocratica ha innegabilmente trascinato il Venezuela in una crisi umanitaria ed economica senza precedenti dal 2016, raccogliendo l'eredità del percorso "rivoluzionario" iniziato da Hugo Chávez. Maduro è un autocrate, ma la via d'uscita che si sta profilando non è democratica, bensì un violento golpe militare sostenuto da una potenza straniera.
La tragica realtà di questa crisi l'ho potuta toccare con mano nei mesi scorsi in Colombia per la realizzazione del podcast “Almas, le anime della Colombia”. La frontiera tra i due Paesi è un teatro di disperazione: una marea di migranti venezuelani ha attraversato il confine per sfuggire al collasso economico e alla fame. Oggi, la rotta migratoria si è invertita in modo drammatico rispetto al passato, quando erano i colombiani ad andare nel più stabile Venezuela.
Adesso invece i migranti si dirigono verso il Nord, un'odissea che li porta verso Santa Marta, Barranquilla, o, ancora più a nord, nel lungo e pericoloso percorso che culmina al confine con gli Stati Uniti. Ma “el Norte”, la terra promessa, si rivela un miraggio bloccato dal muro e da un apparato securitario sempre più militarizzato, voluto da Trump e dai suoi predecessori per blindare la frontiera e respingere chi, spesso, scappa proprio dalle conseguenze delle scelte geopolitiche che il suo stesso governo sta alimentando. È un tragico paradosso: gli Stati Uniti prima contribuiscono alla destabilizzazione di un Paese, e poi negano l'accoglienza a coloro che ne subiscono le conseguenze.
Siamo di fronte alla preparazione di una nuova guerra, mascherata da operazione umanitaria. I 303 miliardi di barili di petrolio a disposizione del Venezuela, il 18% della disponibilità mondiale, la più alta al mondo in un solo Paese, e il controllo di un pezzo importante del Golfo del Messico hanno messo Caracas in cima alla lista delle priorità del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, con il benestare della presidente in pectore, la premio Nobel Machado.