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L'antisemitismo è una piaga reale e storica, ma il termine si è trasformato in un'arma impropria, brandita non per proteggere una comunità, ma per blindare dalle critiche uno Stato estero. L'ultimo atto di questa strategia in Italia porta la firma, a sorpresa ma non troppo, di Graziano Delrio. La sua proposta di legge, co-firmata da Pier Ferdinando Casini, punta a equiparare l’antisionismo all’antisemitismo.
Non è un fulmine a ciel sereno, né un'esclusiva del centro-sinistra. In passato ci avevano provato la Lega, Maurizio Gasparri per Forza Italia e Ivan Scalfarotto per Italia Viva. La matrice è trasversale e il copione identico: recepire le linee guida dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Nata nel 1998, questa organizzazione porta avanti una battaglia politica che, dietro la memoria dell’Olocausto, punta a restringere il perimetro di ciò che è lecito dire sullo Stato di Israele.
Un bavaglio legale in sei mesi
Ciò che sconcerta della proposta Delrio non è solo il principio, ma l’attuazione pratica. Se approvata, il governo italiano avrebbe sei mesi per emanare decreti che prevedano sanzioni penali. Quindi il governo Meloni che ha appoggiato Netanyahu, che ha sostenuto il genocidio a Gaza, che ha criticato la Sumud Flotilla e le manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese, dovrebbe decidere cosa si può dire e cosa no. In breve: criticare le politiche di Israele potrebbe portarvi in tribunale con l'accusa di odio razziale.
L’adozione acritica dei parametri dell’IHRA — già accettati da una trentina di Paesi — impone paletti inquietanti al dibattito pubblico. Tra i punti contestati vi è il divieto di applicare "due pesi e due misure" nei confronti di Israele, richiedendo comportamenti non pretesi da altre democrazie. Ma chi decide qual è la misura? E ancora, diventerebbe antisemita paragonare la politica israeliana contemporanea a regimi totalitari del passato o accusare i cittadini ebrei di "doppia lealtà".
Il nodo della fedeltà e la critica politica
Su un punto la chiarezza è d'obbligo: ritenere tutti gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni di Netanyahu è sbagliato e razzista. Tuttavia, la questione della fedeltà nazionale apre a paradossi evidenti. Se la critica politica viene criminalizzata, come si pone il cittadino italiano di fede ebraica che difende in tutto e per tutto le azioni di uno Stato estero, anche quando queste confliggono con il diritto internazionale o con la posizione del proprio Paese? È una domanda lecita che rischia di diventare illegale.
La frattura a sinistra
Politicamente, la mossa di Delrio svela l'ipocrisia di una parte del Partito Democratico. Sebbene la maggioranza dem sembri dissociarsi, esiste una minoranza attiva — rappresentata da figure come Piero Fassino (che ha elogiato il modello israeliano alla Knesset), Pina Picierno e Lia Quartapelle — che continua a sostenere Israele "senza se e senza ma". È la linea di "Sinistra per Israele": un appoggio incondizionato che copre anche le derive più radicali e suprematiste dell'attuale governo di Tel Aviv.
"L'antisionismo non è antisemitismo. Criticare lo Stato di Israele, denunciare il genocidio in corso a Gaza e difendere il popolo palestinese è un diritto politico, non un crimine d'odio."
Confondere i piani è pericoloso. Voler eliminare ogni critica allo Stato ebraico non protegge gli ebrei, ma crea un precedente liberticida. In un momento storico in cui le immagini di Gaza interrogano le coscienze di tutto il mondo, l'Italia rischia di scegliere la strada della censura per legge. E questo, con la lotta all'odio, non c'entra nulla.