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Alle 5:27 di questa mattina il governo italiano ha dato l'annuncio della liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò, italiani detenuti in Venezuela.
L'Iran è in fiamme. Per la terza notte consecutiva le piazze si sono riempite, animate da una folla che non chiede riforme, ma l’abbattimento del regime nato nel 1979 dalla rivoluzione Khomeinista. Quella che vediamo dilagare è una marea che ricorda le proteste degli ultimi anni, inclusa la sanguinosa esperienza del 2022, ma la percezione è che questa volta l'asticella si sia alzata: non siamo più nel campo della rivolta, ma forse alle porte di una rivoluzione, esattamente con nel 1979.
Le ingerenze straniere in Iran
Parlare di Iran, però, impone cautela. Nulla è banale in un contesto dove una cultura millenaria si intreccia con pesanti ingerenze esterne. Non mancano infatti le voci critiche, quelle che bollano le manifestazioni come manovre eterodirette da Washington e Tel Aviv. Un sospetto alimentato dallo stesso Israele: lo Stato ebraico ha confermato che i suoi agenti del Mossad — già visti all'opera in azioni mirate contro il regime — dispongono di una rete capillare che arriva fino ai palazzi del potere di Teheran. Una presenza rivendicata persino dall’account in lingua farsi del Mossad, con un messaggio inequivocabile rivolto ai manifestanti: "Siamo nelle strade con voi".
Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump alza la posta. Il tycoon continua a schierarsi verbalmente al fianco della popolazione, tracciando una linea rossa: se la rivolta venisse soffocata nel sangue, gli Stati Uniti interverranno militarmente. Una minaccia a cui il regime di Teheran ha risposto con la consueta retorica bellica, promettendo di colpire Israele e le basi americane nell'area in caso di attacco.
La rivoluzione del 1979
Ma per capire davvero cosa sta accadendo, al di là dei movimenti geopolitici, bisogna fare un passo indietro. Dobbiamo tornare al 1979. Quando la rivoluzione di Khomeini prese il potere, abbattendo l’ultimo Scià Reza Pahlavi (il secondo della sua dinastia, nata a sua volta da un golpe cinquant'anni prima), la spinta non fu solo religiosa. In quelle piazze c’erano riformisti, c’erano i comunisti iraniani. Erano tutti uniti contro un monarca percepito come un burattino di Regno Unito e Stati Uniti, colpevole di svendere il petrolio e di mantenere il paese in una profonda diseguaglianza economica attraverso la repressione.
Quella rivoluzione del '79, nata con un ampio consenso popolare contro il padre, oggi viene rinnegata da chi vorrebbe il ritorno del figlio: un altro Reza Pahlavi. Quest’ultimo, che in questi giorni si trova in Florida e ha incontrato Trump nella residenza di Mar-a-Lago, vanta strettissimi rapporti proprio con quegli attori esterni — Israele e USA — che il popolo iraniano voleva cacciare più di quarant'anni fa.
La voglia di autodeterminazione
Eppure, ridurre tutto a alla fredda geopolitica sarebbe un errore. Queste mobilitazioni, esattamente come quelle del 1979, hanno radici profonde e autentiche. Sono il grido contro un regime teocratico oscurantista che ha tradito le promesse, represso le donne e chiuso ogni spazio di libertà. L'Iran è la culla di una civiltà che va oltre la religione, nonostante sia il grande Paese sciita nel mondo, ma con un’identità culturale millenaria e che oggi chiede di tornare libera.
Il pericolo, ora, è tattico e storico. Un intervento militare esterno indebolirebbe la legittimità della protesta. Un cambio di regime telecomandato per rimettere un Pahlavi sul trono rischierebbe di scatenare un "effetto Afghanistan": anni di guerra civile seguiti dal collasso dopo un'occupazione straniera.
L'Iran è in rivolta, ed è la sua popolazione a doverne scrivere il destino.
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