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Nonostante il blackout di Internet, qualche immagine dall’Iran riesce ad arrivare. Alcune più di altre racchiudono tutto l’orrore della repressione che il regime degli Ayatollah sta operando sui suoi stessi cittadini: sono quelle che mostrano l’esterno dell’obitorio di Tehran. Ci sono sacchi neri ammassati sui marciapiedi, lungo il perimetro di tutto l’edificio. I corpi dei manifestanti uccisi, uno accanto all’altro. Alcune cerniere sono aperte e si intravedono volti tumefatti, insanguinati. Ci sono persone che si aggirano tra questi sacchi, cercano i propri familiari. Forse un figlio, o un fratello. È questo, concretamente, il soffocamento che Teheran fa delle proteste. Proteste scoppiate per il carovita, ma che presto hanno travolto tutta la struttura e l’impianto del regime. I morti sarebbero già centinaia e in tutto questo gli occhi sono anche puntati sulle prossime mosse di Israele e Stati Uniti. Trump del resto l’ha detto: la Casa Bianca è pronta a intervenire.
Come sono scoppiate le proteste in Iran
Da giorni, ormai da settimane, le proteste stanno paralizzando diverse città in tutto l’Iran. Migliaia di persone sono scese per le strade a manifestare contro il carovita, contro condizioni sempre più difficili. Ma subito hanno trovato lo scontro con le forze di polizia. E non ci è voluto molto perché le piazze iniziassero a chiedere la caduta del regime, la fine degli Ayatollah. A innescare la scintilla è stato il profondo malessere economico – dato dalla cattiva gestione, dalle sanzioni – ma presto l’incendio si è propagato: si contesta la corruzione strutturale, la repressione sempre più asfissiante, le libertà ridotte all’osso.
Le proteste non riguardano solo la capitale, ma città in tutto il Paese. E contestualmente si stanno organizzando manifestazioni in tutto il mondo, per mostrare solidarietà al popolo iraniano. Non sappiamo se gli iraniani lo sappiano, che tantissime città in tutti i continenti sono al loro fianco: il regime ha staccato internet, ha fatto precipitare il Paese in un blackout mediatico, ha tagliato le comunicazioni. Chiaramente questo è solo un lato della repressione: c’è anche quello più violento, più sanguinario, fatto di uccisioni e arresti. Alcune Ong parlano di centinaia di morti, c’è chi dice 250, chi oltre i 400. Parlano di uccisioni di massa, di spari sulla folla. Le persone arrestate e sbattute nelle carceri iraniane sarebbero migliaia. Non è chiaro a che futuro vadano incontro.
La repressione nel sangue
L’Ayatollah Ali Khamenei, che non è solo la figura religiosa più importante del Paese, ma anche il primo riferimento politico (dopo la rivoluzione islamica del 1979 i due livelli sono sovrapposti, chiaramente), ha detto venerdì che i manifestanti sono dei rivoltosi, che fanno gli interessi di Donald Trump e che il regime non ha intenzione di permetterlo. Il procuratore generale di Teheran ha detto che non ci saranno compromessi con i “terroristi armati”. Cioè i manifestanti.
Nonostante la repressione durissima le persone continuano a riversarsi nelle strade e nelle piazze. Lo fanno gridando slogan come “morte a Khamenei”, “morte al dittatore”. E anche questa è una cosa interessante: a differenza delle proteste del 2022, quelle scoppiate dopo la morte di Masha Amini, o quelle del 2019, non si chiedono più libertà per le donne, o la liberazione dei detenuti politici, degli oppositori. Si chiedono anche queste cose, ma la prima è la fine totale del regime. È come se le condizioni di vita, a livello economico ma anche sociale, si fossero fatte talmente dure, che le persone non hanno davvero più nulla da perdere. E così scendono in strada a manifestare, sapendo che incontreranno la repressione brutale dei Guardiani della Rivoluzione. Ma ormai il moto di protesta è innescato: gli iraniani esigono la fine del regime.
Chi è Reza Ciro Pahlavi
In tutto questo sono circolati anche dei video in cui si vedono delle persone inneggiare a Reza Ciro Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià di Persia, cioè il monarca scacciato dalla rivoluzione del ‘79. Ad esempio c’è un video di qualche giorno fa, di un manifestante che scrive su un cartellone a Teheran “Lunga vita allo scià”. Reza Pahlavi figlio – ha lo stesso nome del padre, che quando è stato deposto è fuggito negli Stati Uniti, e poi in diversi altri Paesi, ed è morto l’anno dopo, nel 1980 al Cairo, di cancro – non mette piede in Iran dalla Rivoluzione, che è scoppiata quando lui aveva 18 anni e si trovata già negli States per studiare. Oggi di anni ne ha 65 e si vorrebbe proporre come figura di mediazione. Dice che non vuole restaurare la monarchia, ma essere il garante di una transizione democratica.
Ma ci sono diverse precisazioni da fare. In primis il fatto che resta comunque un nome molto divisivo: molti iraniani vogliono la fine degli Ayatollah più di ogni altra cosa, ma altrettanto convintamente non vogliono che tornino i Pahlavi, una dinastia che si è anche lei macchiata di repressioni e oppressioni e disprezzata da molti, perché considerata servile al potere di Washington.
E poi, dopo tutti questi anni all’estero e completamente tagliato fuori dalla vita politica del suo Paese di origine, Reza Pahlavi non ha praticamente legami con le opposizioni iraniane. Il plurale è d’obbligo, perché parliamo di un fronte incredibilmente frammentato e poco organizzato. Non è chiaro che tipo di sostegno abbia, quante persone condividano quel messaggio di sostegno al figlio dello scià scritto su un cartellone a Teheran.
Le vie di comunicazione ridotte all’osso chiaramente non aiutano. Anche perché ci sono diversi attori che hanno tutti gli interessi a fare emergere questa narrativa, al di là della sua marginalità o della sua rilevanza. E questo è bene tenerlo a mente.
Cosa vuole fare Trump
E così arriviamo agli Stati Uniti e, parallelamente, a Israele. Nemmeno un anno fa, a giugno 2025, tra Teheran e Tel Aviv era scoppiata la guerra dei 12 giorni, con attacchi aerei e missilistici reciproci. Washington aveva subito difeso Israele, per poi bombardare tre siti nucleari iraniani, a cui Teheran aveva reagito con dei missili contro una base militare USA in Qatar. Insomma, tutto questo per dire che l’atmosfera tra le due parti è sempre stata tesa, dalla Rivoluzione islamica in poi, e che solo l’anno scorso si è arrivati anche allo scontro armato.
Ora Donald Trump, che arriva da settimane in cui non solo è intervenuto in Venezuela, ma ha minacciato di farlo in Groenlandia, a Cuba, in Colombia e chi più ne ha più ne metta, dice che potrebbe aiutare gli iraniani. In un post su Truth ha scritto che l’Iran sta guardando alla libertà (scritto LIBERTÀ, in maiuscolo) forse come mai prima, e che gli Stati Uniti sono pronti a dare una mano. Il regime iraniano chiaramente ha risposto, minacciando attacchi alle basi militari statunitensi in Medio Oriente, così come a Israele e alle rotte marittime internazionali.
Tutto è in divenire. Dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che sono comunque in corso dei contatti con Teheran e per domani è prevista una riunione per valutare tutte le opzioni sul tavolo e per stabilire quando potrebbe esserci un colloquio telefonico tra le parti. Quello che possiamo presupporre è che difficilmente ci sarà un attacco statunitense nel futuro immediato: non perché Trump non ne sia capace, ma per questioni meramente logistiche. Bisognerebbe muovere militari e mezzi, attrezzare le basi. E ad oggi questo non è stato fatto.
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