PODCAST

La fase distopica nell’era della post verità: come l’amministrazione Trump racconta gli omicidi dell’ICE

Immagine
Audio wave

Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

Immagine

Abbiamo iniziato a parlare di post-verità nei primi anni Duemila e dopo l’11 settembre Bush invadeva prima l’Afghanistan e poi l’Iraq, accusando il regime di Saddam Hussein di costruire armi di distruzione di massa. Non era vero, ma non interessava a nessuno. Serviva un motivo per mandare dei soldati americani in quella regione e tanto bastava. Ecco, in questo contesto il concetto di post-verità diventava sempre più ricorrente: indica quei contesti dove il racconto è tutto basato sull’emotività, su luoghi comuni e su fatti non verificati, ma comunque convincente e accettato come veritiero.

Ti è piaciuto questo episodio di NEL CASO TE LO FOSSI PERSO?

All’epoca però non c’erano i social media così come li conosciamo oggi. Non era possibile avere testimonianze di prima mano, che potessero confermare, ampliare o anche contraddire la versione delle autorità. Oggi è diverso: oggi chiunque può pubblicare foto, video, può andare in diretta in qualsiasi momento e portare così potenzialmente migliaia di persone a testimoniare quello che sta accadendo sul posto.

L'era della post verità

Se nei primi anni Duemila era difficile per un singolo cittadino capire se effettivamente in Medio Oriente stesse accadendo quello che la Casa Bianca raccontava, oggi le cose sono diverse. Oggi tutti noi possiamo guardare il video dell’omicidio di Alex Pretti, l’infermiere di 37 anni ucciso da un agente dell’ICE per le strade di Minneapolis, e confrontare diverse angolazioni, avere un’idea più precisa della dinamica, di come sono andate le cose. E con tutti questi elementi in mano possiamo contestualizzare le dichiarazioni che vengono fatte dalle autorità.

Una precisazione è d’obbligo. Non sto dicendo che allora chiunque può erigersi a giudice e giustiziere, solo sulla base di ciò che vediamo sui social. Ci mancherebbe. Anche perché sappiamo che ormai sulle piattaforme circola anche una marea di materiale manomesso attraverso l’intelligenza artificiale e una marea di propaganda. Ci sono inquirenti e professionisti che svolgono le indagini ed è giusto aspettarne gli esiti. Però allo stesso tempo questo non significa che dobbiamo essere acritici e accettare qualsiasi versione arrivi da chi detiene un certo tipo di autorità e potere. Il fatto che questi attori siano statunitensi, esponenti della più grande democrazia al mondo, non è più un sinonimo di garanzia. Se mai lo è stato.

L'omicidio di Alex Pretti

Ci sono moltissimi video dell’omicidio di Alex Pretti. Lo si vede mettersi tra una persona e alcuni agenti dell’ICE, con in mano un telefono, per registrare gli agenti. Inizia una colluttazione, lui finisce a terra circondato da vari agenti. Poi gli spari, diversi, circa una decina. Tutti gli agenti si allontanano, lui rimane a terra, ferito mortalmente.

La segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, ha detto che Pretti si sarebbe avvicinato agli agenti armato di pistola, con l’obiettivo di commettere una violenza. Gregory Bovino, l’uomo a capo dell’US Border Patrol, cioè la polizia di frontiera, ha detto che Pretti aveva una pistola e diverse munizioni e stava cercando di “massacrare” gli agenti dell’ICE. L’amministrazione trumpiana aveva fatto lo stesso con Renee Good, uccisa qualche settimana fa sempre a Minneapolis: l’aveva accusata di essere una terrorista interna, per cui gli agenti avevano agito per legittima difesa.

Di fronte a tutto questo il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha invitato tutti quanti a guardare i video dell’accaduto, accusando l’amministrazione nazionale di raccontare solo bugie. In uno dei video si vede effettivamente una pistola (o quella che sembra fortemente un’arma) alla cintura di Pretti. Sappiamo che era legalmente registrato e autorizzato a portare un’arma con sè. Nel filmato l’uomo è già a terra, le sue braccia e le sua mani non si vedono, sono coperte dagli agenti dell’ICE. Uno degli agenti gliela sottrae dalla cinta. E solo dopo partono gli spari. Insomma, non siamo di fronte a una situazione in cui l’infermiere stava cercando di impugnare la pistola e un agente ha agito preventivamente per difendersi.

Persino la lobby delle armi chiede un'indagine

Però la narrazione dell’amministrazione trumpiana fa il suo corso al di là dei fatti. Persino l’NRA – la National Rifle Association, la lobby delle armi statunitense – solitamente vicinissima a Trump ha chiesto un’indagine. L’organizzazione ha detto che in quanto cittadino registrato al possesso di un’arma, Pretti andava tutelato. E ha puntato il dito contro il procuratore federale californiano – Bill Essayli, nominato da Trump – secondo cui avvicinars alle forze dell’ordine con una pistola rende gli agenti legalmente legittimati a sparare. L’NRA ha replicato che affermazioni di questo tipo, che appunto non sono basate sulla verità, sono pericolose e che le figure pubbliche dovrebbero essere più responsabili invece di demonizzare cittadini che rispettano la legge. Perché il Secondo emendamento, al di là di come la si pensa sulla questione delle armi negli Stati Uniti, comunque tutela il diritto di portare con sé un’arma anche durante una manifestazione pacifica, se non ci si presenta come una minaccia imminente.

E Alex Pretti non lo era. Non  si stava avvicinando agli agenti impugnando l’arma, minacciandoli. Quello che aveva in mano era un telefono. Li stava riprendendo per documentare il terrore che stanno disseminando nelle città di tutto il Paese.

Cosa ha detto Trump

Trump, in tutto ciò, ha evitato di esprimere subito un giudizio netto. Come aveva fatto invece dopo la morte di Renee Good, definendola un’agitatrice che aveva cercato di uccidere l’agente investendolo (falso, l’auto lo aveva appena sfiorato facendo manovra). Questa volta Trump, in un’intervista con il Wall Street Journal, ha detto che la sua amministrazione sta esaminando tutto quanto e che comunque la presenza dell’ICE a Minneapolis potrebbe non essere eterna. Chiaramente il motivo del ritiro dell’ICE da Minneapolis per Trump non è morale, non è legato alle tensioni che sono scoppiate o agli abusi commessi. Semplicemente avrebbero finito il lavoro, un lavoro che il presidente ha comunque definito “fenomenale”.

Sulle manifestazioni e sul rischio di una guerra civile – che ormai non sembra più una remota e distopica possibilità, ma un rischio concreto – Trump ha attaccato i Democratici con una serie di post su Truth, accusandoli di fomentare le proteste, rifiutandosi di collaborare con l’amministrazione centrale. La spaccatura è sempre più evidente. Da un lato l’amministrazione trumpiana e l’ICE, che viene protetta, quasi gode di immunità, dall’altro i governi di diversi Stati e moltissimi cittadini che non hanno intenzione di smettere di protestare, chiedendo una cosa molto semplice. Giustizia per le vittime e abolizione dell’ICE.

Se questo contenuto ti è piaciuto, clicca su "segui" per non perderti i prossimi episodi.

Se vuoi accedere ad altri contenuti esclusivi e sostenere il nostro lavoro, abbonati a Fanpage.it!

Immagine

Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

api url views
Immagine

Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.