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Qual è il vero obiettivo dell’ennesima svolta securitaria per mano di questo governo?
Creare un vero e proprio Stato di Polizia?
Reprimere il dissenso fino a cancellarlo del tutto, trasformando l’Italia in una sorta di Ungheria di Orban, in una democrazia illiberale?
Il pestaggio dell’agente di polizia a Torino va condannato, su questo non ci devono essere ambiguità. Ma non è stato l’unico episodio avvenuto sabato, a Torino. E non può nemmeno essere l’unico elemento a guidare la normativa in materia di sicurezza. Non dobbiamo cadere nel gioco di prestigio che vuole mettere in atto il governo: presentarci quel pestaggio come una realtà totalizzante, che ha bisogno di contromisure drastiche per evitare il panico generale. Che ha bisogno del pugno duro, altrimenti lo Stato – già minacciato, già in pericolo – soccomberà nel disordine più assoluto. No, la realtà è molto più sfaccettata di così. È una realtà fatta di decine di migliaia di persone – forse 20mila, forse di più, che hanno manifestato in modo pacifico a Torino. È una realtà fatta di abusi e violenze da parte della polizia, come dimostrano le immagini di un fotografo pestato a sangue, di cui però non sembra interessare troppo a nessuno. È una realtà, quella del nostro Paese, che ha vissuto sulla sua pelle la strategia della tensione, che dovrebbe riconoscere alcuni meccanismi. Come quello per cui alzare il livello dello scontro è solo propedeutico alla repressione e, contemporaneamente, all’accentramento del potere.
Cosa è successo al corteo per l'Askatasuna
Quello di sabato a Torino è stato un corteo contro lo sgombero dell’Askatasuna, centro sociale storico, un luogo di partecipazione collettiva e di inclusione sociale che appunto è stato perso. A manifestare c’erano migliaia e migliaia di persone, forse 20mila, forse anche di più. Studenti, famiglie con bambini, una cittadinanza molto varia che per una ragione o per un’altra si è trovata a frequentare quello spazio, oppure semplicemente ne riconosceva il valore e protestava contro la sua chiusura. Ma tutte queste persone non hanno fatto notizia. Il racconto che è passato, quello veicolato dal governo, è stato quello della guerriglia urbana, della criminalità organizzata.
Un agente di polizia è stato circondato e picchiato, con calci e pugni e pure con un martello: sono immagini terribili, questo nessuno lo mette in dubbio. Ma non possono diventare l’unico racconto possibile di quella giornata. Perché non la rappresentano. Non rappresentano le migliaia di persone che hanno sfilato e reclamato uno spazio sociale, non rappresentano le manifestazioni di dissenso pacifiche.
Gli scontri con la polizia ci sono stati, sì. Come ci sono state la manganellate gratuite, gli abusi di alcuni agenti. Raccontare solo un pezzo di realtà è pericoloso. Soprattutto se lo si fa con uno scopo ben preciso. Che, in questo caso, è quello di aumentare la repressione, di restringere lo spazio delle libertà personali in nome di maggiore sicurezza – una formula che sappiamo non funzionare mai – il tutto per accentrare potere.
Cosa ha detto Giorgia Meloni
Il primo commento a caldo di Giorgia Meloni, alle immagini del poliziotto aggredito, è stato questo: “Non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato. Questi non sono dissenso né protesta: sono aggressioni violente con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta. E per questo devono essere trattate per ciò che sono, senza sconti e senza giustificazioni. Il Governo ha fatto la sua parte, rafforzando gli strumenti per contrastare l’impunità. Ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria, perché non si ripetano episodi di lassismo che in passato hanno annullato provvedimenti sacrosanti contro chi devasta le nostre città e aggredisce chi le difende”.
Insomma, Meloni punta il dito ancora una volta contro la magistratura. Dice che il governo, con le sue strette securitarie sulle manifestazioni, ha fatto la sua parte, sono i giudici che non fanno la loro, che non condannano le persone che andrebbero fermate. Ma a quanto pare la parte del governo ancora non è finita, perché stamattina la presidente del Consiglio ha convocato un vertice a Palazzo Chigi per discutere delle aggiunte da fare al pacchetto Sicurezza, che si sta discutendo ormai da settimane.
Il pretesto della Sicurezza
Questo pacchetto – che è diviso in un decreto e in un disegno di legge – è l’esempio perfetto di come il governo stia utilizzando la cronaca per fare leva sulle paure delle cittadinanza e far passare norme repressive senza andare incontro alle obiezioni e alle contestazioni che normalmente tutto questo scatenerebbe. Quando c’è stato il terribile omicidio del ragazzo in una scuola di La Spezia si è iniziato a parlare di introdurre i metal detector nelle scuole, una misura che normalmentemmo avrebbe generato una reazione ben diversa, di forte preoccupazione. Avremmo parlato di controlli polizieschi sugli studenti, invece in quel contesto è cambiato tutto, in tante persone ha obiettivamente creato una sensazione di sicurezza.
Ora sta accadendo qualcosa di molto simile con gli scontri di Torino. Il governo vuole sfruttare quell’onda emotiva, la paura che immagini di quel tipo possono aver generato in tante persone, per far passare una stretta sulle manifestazioni e sul dissenso che altrimenti ci farebbero scendere, paradossalmente, in strada a manifestare pieni di rabbia. Ma un conto è presentare una misura facendo discorsi generici, dicendo solo che in nome della sicurezza si devono fare delle scelte che restringono lo spazio delle libertà; un altro invece è prendere un episodio, singolo e concreto, e dire che questa misura è necessaria in risposta a quello che è accaduto.
Le misure nel pacchetto del governo
Ma andiamo al concerto, di che misure stiamo parlando? Nel pacchetto sicurezza c’erano già alcuni punti fermi: le zone rosse nelle città, per tenere appunto sotto controllo manifestazioni e cortei, lo scudo penale per gli agenti, gli sgomberi degli immobili occupati; ma anche le norme sui migranti – ad esempio con una stretta ai ricongiungimenti familiari – e poi quelle anti-maranza, come il divieto di vendere armi da taglio ai minori o, appunto, i metal detector nelle scuole.
Le novità di queste ore riguardano il primo filone, quello della stretta alle manifestazioni. E la misura più controversa in questo senso è sicuramente il fermo preventivo che darebbe la possibilità alle forze dell’ordine di trattenere quei manifestanti sospettati di costituire un pericolo per lo svolgimento pacifico della manifestazione e per l’ordine pubblico.
Matteo Salvini, che più di tutti spinge in questa direzione, stamattina ha commentato dicendo che questo fermo preventivo dovrebbe durare fino a 12, ma anche fino a 24 ore, per quei soggetti che, per un motivo o per un altro, sono sospettabili. Ma ha anche detto che un’altra norma a cui la Lega aveva già pensato è quella che permetterebbe agli agenti di fare delle perquisizioni sul posto, se c’è l’ipotesi di qualche violenza imminente, ma anche un’altra che prevederebbe una cauzione da depositare da parte di chi organizza i cortei. Così se ci sono danni, pagano loro. Una cosa di cui Salvini aveva già parlato in passato, nonostante sia qualcosa di scivoloso e gli arresti di queste ore dimostrano il perché: le persone fermate non hanno nulla o quasi a che fare con l’Askatasuna, segno che spesso si tratta di soggetti infiltrati, che hanno molto poco a che fare con gli organizzatori delle manifestazioni.
Il fermo preventivo voluto da Salvini
Salvini ha anche insistito sul fatto che tutte queste norme sarebbero estremamente urgenti, per cui il governo – che poi mercoledì si riunirà nel Consiglio dei ministri – dovrà approvarne subito alcune in un decreto, mentre le altre seguiranno l’iter ordinario in Parlamento, all’interno di un disegno di legge. Su questo però Meloni sa di dover fare attenzione non solo ai contenuti, ma anche alla forma. Perché il presidente della Repubblica ha già richiamato il suo governo per l’uso eccessivo della decretazione d’urgenza, che svilisce il ruolo del Parlamento. Soprattutto quando si tratta di tematiche delicate. O che potrebbero porre un tema di costituzionalità, come nel caso del fermo preventivo.
Forse per provare a blindarsi quanto più possibile, Palazzo Chigi si sta giocando l’arma della condivisione bipartisan, lanciando appelli direttamente all’opposizione. Subito dopo il vertice di questa mattina è uscita una nota in cui Meloni e il governo si rivolgono al centrosinistra – anche alla luce, lo dicono espressamente, delle dichiarazioni di Elly Schlein, che aveva chiamato la presidente del Consiglio sabato sera e aveva definito inqualifibabili le immagini del pestaggio al poliziotto – e chiedono la collaborazione istituzionale. In primis proponendo per domani, quando ci sarà l’informativa urgente del ministro Piantedosi in Parlamento sull’accaduto, una risoluzione unitaria.
Qual è l'obiettivo dietro questa strategia? Rendere l’informativa un momento in cui ribadire la necessità di una stretta alla sicurezza, invece che lasciare spazio alle domande che andrebbero fatte: come è stato possibile, se le forze dell’ordine erano preparate a gestire la manifestazione, che così tante cose siano andate storte? E perché nessuno parla anche dei manifestanti pacifici manganellati dagli agenti? Dove si vuole arrivare, con questa ennesima stretta alle manifestazioni? A uno stato di polizia?
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