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Qualche giorno fa la notizia della liberazione. Poi il video dall’ambasciata italiana a Caracas, nella prima notte di libertà per Alberto Trentini e Mario Burlò. E oggi il rientro in Italia, a casa. Un video condiviso questa mattina dalla presidente del Consiglio li mostra entrambi scendere dall’aereo, entrambi con la testa rasata e i corpi provati che, nonostante i sorrisi, rivelano i segni della lunga detenzione. Abbracciano le loro famiglie: Trentini si butta tra le braccia di mamma Armanda che in questi mesi, instancabilmente, si è battuta per il figlio. Poi si vede anche il saluto con le istituzioni, quindi con Giorgia Meloni e con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Proprio Tajani nella notte aveva ricevuto una chiamata dall’ambasciatore italiano in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito, che lo aveva avvisato che fossero entrambi arrivati, finalmente, nella sua residenza a Caracas. I giornali di questa mattina ci raccontano quell’incontro. Ci raccontano che per Trentini è stato tutto molto improvviso e inaspettato. In quel carcere, del resto, non filtrano informazioni, i contatti con l’esterno sono al minimo. Quindi non sapeva della caduta di Maduro, non sapeva che le cose si stessero muovendo. Quando è arrivato all’ambasciata ha chiesto di poter telefonare a casa e di fumare una sigaretta.
Trentini liberato: le prime testimonianze dopo la detenzione
La moglie dell’ambasciatore gli ha prestato il telefono (il suo è stato sequestrato all’arresto, nel novembre del 2024) e ha chiamato a casa. Poi racconta della detenzione. Dice che non sono mai stati torturati, che le razioni di cibo erano sufficienti. Ma sul suo volto si vedono i segni della lunga detenzione, una detenzione con accuse vaghe, mai troppo chiarite, che ha una data di inizio ma non ha quella della fine. E quindi consuma dall’interno, un’attesa infinita di non si sa che cosa.
Mario Burlò ha perso 30 chili da quando è stato incarcerato. I due si sono conosciuti durante l’ora d’aria. Anche lui era detenuto dal 2024 e anche per lui le circostanze dall’arresto non sono chiare. Burlò è un imprenditore torinese che qui in Italia era al centro di diversi processi per reati fiscali e finanziari. E proprio in questo scenario le autorità hanno appreso che era stato incarcerato, perché non riuscivano più a rintracciarlo. Il suo avvocato ora racconta che sarebbe stato accusato di cospirazione e terrorismo in Venezuela per le sue attività imprenditoriali, però anche nel suo caso non sono accuse fondate su particolari elementi concreti.
Gli arresti usati come merce di scambio
Il punto è che in entrambi i casi il governo venezuelano guidato da Nicolas Maduro cercava di usare l’arresto e la detenzione come uno strumento, per fare pressione sul governo italiano. Non è un caso che i due siano finiti in carcere poco dopo le elezioni: elezioni che il governo italiano non ha riconosciuto nei suoi risultati, che ha considerato illegittime. Trentini e Burlò avrebbero dovuto essere una sorta di merce di scambio: i due cittadini italiani liberi in cambio di un riconoscimento formale.
Riconoscimento che però come sappiamo, non è mai avvenuto. La situazione si è sbloccata solo dopo l’intervento militare statunitense, che ha arrestato Maduro e lo ha condotto a sua volta in un carcere, questa volta a New York. Chiariamolo: la liberazione dei prigionieri politici è un effetto collaterale positivo, ma non era questo l’obiettivo di Trump. E per questo non dovrebbe cambiare il giudizio su quell’atto illegale. Si può gioire per la liberazione dei dissidenti al regime, per il fatto che il popolo venezuelano abbia oggi uno spiraglio in più di democrazia, di pace, di libertà e di benessere, con la caduta di Maduro. Ma tutto ciò non cambia lo sprezzo della Casa Bianca per il diritto internazionale, la pericolosità delle azioni di questa amministrazione. Chiusa parentesi.
Quell’effetto domino che ha portato anche alla liberazione di alcuni cittadini italiani, tra cui appunto Alberto Trentini, ci deve comunque far interrogare. Sul perché ci si sia riusciti solo adesso. Sul come sia stato possibile avere un nostro connazionale in carcere, senza accuse precise, per oltre 400 giorni.
Le parole di mamma Armanda
La mamma di Alberto, Armanda, lo ha detto: questo è il momento della gioia, di riabbracciare quel figlio che non sapeva quando e se avrebbe rivisto, ma questo incubo durato troppo a lungo lascia comunque delle "ferite che difficilmente sono guaribili". Ha detto che “ci sarà tempo per trovare le parole giuste, per raccontare fatti e accertare responsabilità”, ma che ora “vogliono solo pace”. E poi ringraziato “tutti quelli che hanno reso possibile, anche lavorando nell’invisibilità, la liberazione” del figlio.
Quindi sicuramente il governo e la diplomazia, ma forse anche il Vaticano, visto che non è un segreto che sia stato particolarmente attento a tutto ciò che è successo in Venezuela nelle ultime settimane. Complice anche il fatto che il segretario di Stato Pietro Parolin è stato a lungo nunzio a Caracas. E infatti aveva parlato con l’ambasciatore statunitense nei giorni che hanno preceduto l’intervento del Pentagono, per sapere cosa stesse accadendo. Ma anche il Papa Leone XIV, il primo statunitense, è molto vicino all’America Latina, dove ha trascorso molti anni.
Il ruolo del Vaticano
E infatti proprio ieri, Prevost ha anche incontrato in Vaticano Maria Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana che giovedì incontrerà anche Trump a Washington. Sappiamo decisamente poco di quel faccia a faccia, ma sappiamo che Machado ha chiesto al Papa di intercedere “per tutti i venezuelani rapiti e scomparsi” e per i prigionieri politici. Da giorni il Vaticano, da dietro le quinte, lavora su questa strada, così come su quella della pacificazione, di una transizione democratica per il Paese dove ora, anche senza Maduro, continua comunque a governare la sua classe dirigente, il suo partito. Non è chiaro che tipo di ruolo potrà avere Machado nel futuro. Trump del resto l’ha scaricata, dicendo che non ha le carte in regola per governare, non ha il sostegno popolare che ci vorrebbe. Tra 48 ore i due si incontreranno, lei diceva anche di volergli cedere il Nobel per la pace per ciò che ha fatto per il popolo venezuelano. Vedremo come andrà.
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