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Cosa c’entra Taiwan con quel che sta facendo Trump in Venezuela e Groenlandia

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Partiamo come sempre dalle domande: oggi dalla domanda di Giancarlo:

“Venezuela, Groenlandia, Iran: qual è il senso di quel che sta facendo Donald Trump?”

Giancarlo, hai presente il gioco della ghigliottina, in cui date alcune parole, devi trovare quella che le tiene insieme tutte? Ecco, nel caso di Trump, del suo blitz in Venezuela, delle sue pretese sulla Groenlandia, delle voci su un imminente attacco in Iran, la parola chiave, il filo rosso che tiene insieme tutto è una parola di sei lettere: quella parola è Taiwan.

Facciamo una decina di passi indietro, come i giorni sul calendario.

È il 1 gennaio quando nel suo messaggio di auguri alla nazione cinese per il nuovo anno, il presidente cinese Xi Jinping ha detto che la riunificazione tra Cina e Taiwan è un processo inarrestabile.

Un messaggio che è ha seguito di qualche giorno un’esercitazione tra le più minacciose e aggressive dell’esercito di Pechino attorno all’isola. Due giorni di esercitazioni militari che simulavano un blocco dell’isola, in quello che i funzionari hanno definito un “severo avvertimento” contro le forze “separatiste” e “di interferenza esterna”. Cioè, il governo di Taiwan e gli Stati Uniti d’America.

Altro passettino indietro.

Cosa c’entrano le minacce a Taiwan con la defenestrazione di Maduro e tutto il resto?

C’entra, perché – l’abbiamo già ricordato più volte, in tante puntate di Direct – Taiwan produce oltre il 60% dei semiconduttori globali e oltre il 90% di quelli più sofisticati. Avete capito bene: la quasi totalità del prodotto fondamentale per produrre chip e transistor – quindi praticamente tutto ciò che ha una componente elettronica e informatica – dipende dal destino di un’isoletta che ha una superficie di poco superiore a quella di Sicilia e Sardegna, al largo della Cina.

Una delle follie totali della globalizzazione e dell’idea di delocalizzare completamente alcune produzioni dove era competitivo produrle, in nome delle virtù taumaturgiche del libero mercato.

Piccolo, ulteriore dettaglio, che rende la follia ancora più folle: quell’isoletta al largo della Cina non è un vero e proprio Stato.

Dal 1949, l'isola ospita il governo di quella che a Taiwan chiamano Repubblica di Cina, sorta nel 1912. La Cina continentale, invece, è governata dalla Repubblica Popolare Cinese.

Entrambe le repubbliche rivendicano la sovranità l'una sull'altra, quindi di fatto è impossibile riconoscerle entrambe: se pensi sia legittima l’esistenza di una, è impossibile riconoscere la legittimità dell’altra.

E infatti, Taiwan non è riconosciuta come un’entità statuale legittima da nessuno o quasi al mondo, se si eccettua il Vaticano, il Paraguay e qualche isola del Pacifico. Di fatto, se vuoi avere rapporti con la Repubblica Popolare Cinese non puoi riconoscere la legittimità dell’esistenza di Taiwan. E infatti non lo fanno né gli Usa né i Paesi europei, Italia compresa.

Quindi, per dirla meglio: abbiamo appeso il destino di tutta l’economia del pianeta a un’isola al largo della Cina, che la Cina rivendica come propriae che noi non riconosciamo nemmeno come uno Stato autonomo da essa.

Tenetevi gli applausi per dopo, perché il bello deve ancora arrivare.

Ovviamente, pur non riconoscendo Taiwan, gli Stati Uniti hanno offerto all’isola la loro più totale protezione da eventuali azioni militari cinesi. E finora le cose hanno funzionato, più o meno: nessuno, né a Pechino né a Washington e così matto da volere una guerra tra Cina e Stati Uniti d’America.

A Pechino, perché la potenza militare americana è ancora incredibilmente maggiore rispetto a quella cinese.

A Washington, perché c’è un altro piccolo dettaglio da tenere in considerazione. Che la Cina detiene quello che viene definito un “dominio strategico” sulle terre rare, cioè sulle materie prime necessarie a produrre tutto ciò che definisce la nostra idea di elettronica e informatica. A oggi è cinese circa il 60% dell’estrazione e oltre l'80% della raffinazione globale.

Ve l’avevo detto di tenervi gli applausi: ecco, questo è il momento.

Il mondo, tutta la sua industria, è nelle mani delle materie prime cinesi e dei semiconduttori di Taiwan.
Se, per ipotesi, la Cina invadesse Taiwan si ritroverebbe in mano tutta l’industria americana ed europea.
Non c’è niente di più vicino a uno scacco matto di questo.

Se gli Stati Uniti decidessero di difendere militarmente Taiwan, in caso di invasione, finirebbero per subire il blocco delle esportazioni di terre rare dalla Cina, provocando un crollo di borsa che in confronto il 1929 o il 2008 sembrerebbero due inciampi.

Di fatto, non avrebbe altra scelta che provare a invadere la Cina continentale e dare vita alla più grande guerra che la Storia umana ricordi.

Più o meno, siamo qua.

Ed ecco quel che sta facendo Trump, più o meno da quando è stato eletto. Sta cercando di riportare a casa più produzione di semiconduttori possibili e di prendersi più terre rare possibili per sganciare la sopravvivenza dell’economia americana dal destino di Taiwan.

Di fatto, il suo attivismo è una cartina tornasole: più Trump si agita, più probabilmente dalle parti di Washington ritengono probabile o imminente un’invasione di Taiwan.

Quindi, ecco la volontà di arrivare a un accordo di pace tra Russia e Ucraina, per prendersi le terre rare dell’Ucraina per sganciare, almeno un po’, Mosca da Pechino.
Ed ecco l’attacco al Venezuela, ricco di petrolio ma soprattutto di coltan, uno dei più pregiati e importanti tra i metalli rari. Ed ecco le pretese territoriali sulla Groenlandia, che sotto i suoi ghiacci ha giacimenti enormi di minerali rari.
Ed ecco le voci di intervento in Iran, uno dei principali fornitori di idrocarburi ed energia di Pechino.
Ed ecco le guerre per procura con la Cina in Sud Sudan e in Repubblica Democratica del Congo, altri giacimenti enormi di terre e metalli rari.

Il ragionamento che fanno alla Casa Bianca, quello che si nasconde dietro i proclami dozzinali del presidente americano è semplice e lineare: meno siamo dipendenti dalle terre rare di Pechino, più sono credibili le nostre minacce di ritorsione, in caso di invasione cinese di Taiwan.

Giusto? Sbagliato?

Quel che è certo è che stiamo assistendo a una strategia che, nel nome della primazia americana e dell’Occidente, sta facendo strame di tutto. Dell’indipendenza di Stati sovrani. Dell’integrità dei confini di altri Stati sovrani. Del diritto internazionale, o di quel che rimane. Delle organizzazioni sovranazionali come l’Onu, che Washington ritiene essere dominate dalla Cina e dai suoi alleati del Terzo Mondo.

Quindi, sì. Quello che sta facendo Trump ha perfettamente senso, nel contesto attuale. È il tentativo di ribaltare uno scenario in cui, di fatto, la Cina ha in mano le chiavi dell’economia mondiale.

Il problema, semmai, è che assomiglia più a una mossa della disperazione, che a una reale strategia di lungo termine. E nelle mani di Trump e della sua eccentricità rischia di produrre più disastri di quelli che vuole cercare di evitare.

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