Abanoub Youssef
Abanoub Youssef

Un nuovo caso di violenza ha scioccato il mondo della scuola negli ultimi giorni: un ragazzo di soli 18 anni, Abanoud Youssef, venerdì scorso è stato colpito a coltellate da un compagno all'Istituto professionale “Domenico Chiodo” di La Spezia durante l’orario di lezione. Youssef, per tutti “Abu”, ha lottato per ore tra la vita e la morte e poi è deceduto in ospedale. L'altro giovane – disarmato da un professore – è stato arrestato per omicidio: nell'interrogatorio davanti al magistrato ha ammesso di aver ucciso il coetaneo perché “non doveva fare quello che ha fatto. Scambiare quelle foto con la ragazza che frequento”.

La magistratura sta procedendo nel massimo riserbo con le proprie indagini per cercare di ricostruire esattamente quanto successo e il movente dell’aggressione. Ma la politica, l’opinione pubblica e le istituzioni scolastiche si interrogano sul vero significato della morte di Youssef e sulla gestione di situazioni violente in un ambiente che per definizione dovrebbe garantire la sicurezza dei singoli. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha proposto l’installazione di metal detector all’interno di alcuni istituti più a rischio, trovando il sostegno – a sua detta – di alcuni presidi, ma anche l’ira dei sindacati che lo hanno considerato un “fallimento educativo”, come ha spiegato la Gilda degli Insegnanti a Fanpage.it.

E poi non sono mancate le polemiche sull’origine dei due ragazzi coinvolti in questo terribile fatto di cronaca. “È chiaro che l'uso dei coltelli arriva solo in certe etnie. Dobbiamo fare molto di più”, ha detto sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini a Otto e mezzo su La7 dopo l’accoltellamento, riferendosi al fatto che vittima e aggressore hanno rispettivamente origini egiziane e marocchine. Tutto questo non è più accettabile.

IL TEMA DEL GIORNO

L’omicidio di Youssef a scuola sia da monito: si investa in interventi educativi e non in logiche repressive

L’omicidio di Abanoud Youssef ci pone, dunque, davanti ad una serie di considerazioni. La prima – di cui ci occuperemo in questo spazio – riguarda la sicurezza a scuola, luogo che per sua definizione dovrebbe essere una seconda casa per gli studenti e per tutti coloro che ci lavorano. Abu è stato aggredito durante l’orario di lezione, davanti ai compagni di classe. È stato accoltellato non per strada o a casa, ma tra i banchi. Le modalità dell'omicidio sono state connotate da "peculiare brutalità" e "allarmante disinvoltura", ha scritto il gip nell'ordinanza al termine dell'udienza di convalida dell’arresto del coetaneo che l’ha aggredito perché – a sua detta – aveva "scambiato" alcune foto "con la ragazza che frequento”. Immagini che immortalavano i due da piccoli. Eppure, è bastato questo per far scatenare la furia omicida.

Cosa fare allora? Il ministro Valditara ha suggerito l’introduzione di metal detector all’ingresso di alcuni istituti considerati più a rischio. Un po’ come succede già nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove spesso sono presenti addirittura anche varchi fissi e controlli regolari. Che tuttavia non hanno evitato che si verificassero sparatorie di massa nelle scuole e nei campus. Secondo il Gun Violence Archive, solo nel 2025 ci sono state negli USA 389 sparatorie di massa, di cui sei sono avvenute nelle scuole. Anche in Italia, all’istituto superiore Marie Curie, nell’area orientale di Napoli, i controlli magnetici non sono una novità. “Ora i ragazzi si sentono protetti”, ha spiegato la dirigente Valeria Pirone. Basterebbe, dunque, questo per prevenire altre situazioni del genere? Altra violenza a scuola, aggravata – per di più, come ha specificato il Gip – da futili motivi?

La vera domanda da porsi, e che potrebbe evitare che le altre esistano, è: “Perché è successo?”. Non si arriverebbe neanche a pensare di dover installare dei metal detector all’ingresso degli istituti se si intervenisse prima, diffondendo una cultura del vivere civile che insegni agli studenti a essere cittadini, prima ancora che le tabelline o la coniugazione dei verbi. E i numeri sono tutt’altro che incoraggianti: quasi 90mila studenti tra i 15 e i 19 anni hanno usato coltelli o altre armi “per ottenere qualcosa da qualcuno”. Si tratta del 3,5% dei 2,5 milioni di ragazze e ragazzi che frequentano le scuole superiori in Italia. A riferire queste cifre è uno studio Espad dell’Istituto di fisiologia clinica del Cnr realizzato su campione di 17mila giovani in tutta Italia. I dati sono del 2025 e il lavoro è ancora inedito, ma alcune anticipazioni sono state rese note ieri da Repubblica.

Parlare, dunque, solo di sicurezza, di controlli – pur sempre necessari – significa comunque arrivare dopo. E invece si deve intervenire prima. La scuola deve restare luogo di fiducia e dialogo investendo in azioni educative, che possano dare ai ragazzi gli strumenti per capire ciò che giusto da ciò che non lo è, e non in logiche repressive.

L'APPROFONDIMENTO

Dopo l'omicidio di La Spezia il governo propone la solita ricetta razzista

Dopo la tragedia di La Spezia il governo ha reagito chiedendo un'accelerazione sulle norme per prevenire la violenza giovanile, come l'introduzione di metal detector all'interno delle scuole, le misure per contenere l'uso dei coltelli e l'introduzione di sanzioni amministrative pecuniarie da 200 a 1.000 euro a carico dei genitori dei minori che commettono reati. Stiamo parlando di norme che fanno parte delle bozze del nuovo pacchetto Sicurezza (un decreto e un disegno di legge in via di definizione).

Sostanzialmente la via che l'esecutivo vuole seguire non è quella di un intervento strutturale sulla prevenzione, ma è ancora una volta un approccio emergenziale, con una logica esclusivamente repressivo-punitiva. Quanto questo modo di ragionare possa essere fallimentare lo dimostrano i fatti: tutti gli interventi messi in campo fino ad ora denunciano una mancanza di visione, un'idea di scuola pubblica non certo proiettata verso le sfide contemporanee. A partire dall'assenza dello psicologo fisso a scuola, risolta con la sottoscrizione di una convenzione con l’Ordine degli psicologi che prevede appena cinque sedute gratuite per gli studenti che ne facciano richiesta; dalla mancanza di una vera educazione sessuo-affettiva, trattata ancora oggi come materia extra-curricolare, da attivare solo previo consenso informato dei genitori; dall'introduzione di misure sanzionatorie come la riforma del 6 in condotta, necessario per passare l'anno anche alla secondaria di primo grado, che impone agli studenti anche il superamento di un esame di cittadinanza (con il 5 da quest'anno si viene bocciati); dal divieto di cellulari in classe, al posto di interventi mirati ad accompagnare gli studenti nel mondo digitale, sotto la guida di un adulto; dalla riduzione delle risorse per il comparto Istruzione nel prossimo triennio. Abbiamo chiesto un parere al capogruppo M5s in commissione Cultura alla Camera, Antonio Caso.

Che idea si è fatto di questa tragedia e della risposta del governo?

Si è riaperto un dibattito dove si alimenta purtroppo la pancia delle persone. Ho letto di soluzioni razziste, e le peggiori provengono sempre dalla Lega. Penso per esempio alle misure che riguardano i giovani stranieri che trasgrediscono la legge , come lo stop ai ricongiungimenti familiari ‘facili' o ai rimpatri più veloci. Quanto ai metal detector a scuola, Valditara ha poi aggiustato il tiro, dicendo che non sarà un intervento generalizzato, ma che devono essere introdotti lì dove è necessario. È miope immaginare che i metal detector nelle scuole siano una soluzione e che la causa della tragedia che è accaduta sia il coltello in sé, e non tutte le condizioni sociali, economiche, culturali che ci sono dietro.

Si parla della possibile introduzione di una sanzione pecuniaria per i genitori o i tutori di minori responsabili. È giusto responsabilizzarli maggiormente?

È la solita via seguita con i decreti Sicurezza, che vedono la punizione come unico elemento per intervenire. Non si va mai alla radice dei problemi. Quello che serve è un intervento educativo, per lavorare sulla reale integrazione. Cosa si pensa di risolvere vietando i coltelli a scuola? È un palliativo. È importante però sottolineare che una rivoluzione educativa non può avvenire solo con gli strumenti oggi a disposizione dei docenti. Bisogna creare una rete intorno alla scuola, coinvolgendo anche il mondo dell'associazionismo e le parrocchie. Sono passati due anni da quando nella settima commissione, che si occupa di scuola, sono state messe in pausa tutte le proposte di legge sullo psicologo scolastico e universitario che erano arrivate dalle varie opposizioni, e ora sono ferme.

Quello dello psicologo viene ancora immaginato come un intervento spot. 

Abbiamo solo la convenzione che è stata firmata con l'Ordine dei psicologi, ma è una goccia nell'Oceano perché prevede solo cinque sedute gratuite e poi eventualmente si valuta la necessità di intraprendere un percorso psicologico. È proprio l'approccio che è sbagliato. L'assistenza psicologica è ancora intesa come un rimedio che arriva dopo che si è manifestato il problema. I ragazzi ci dicono invece che a loro se servirebbe una misura integrata nel percorso scolastico-universitario, che faccia parte della quotidianità.

La scuola di Valditara vuole ritornare al rigore e alla punizione come unica forma educativa. La riforma del 6 in condotta sta avendo effetti negativi?

È presto per dirlo, è entrata in vigore quest'anno. Ma sicuramente denuncia la volontà di un ritorno al passato. Così come è accaduto con il ritorno ai giudizi sintetici alle scuole elementari al posto dei giudizi descrittivi.

L'EVIDENZIATORE

Mentre il governo valuta di inserire la stretta sull'uso dei coltelli direttamente in un decreto, con l'obiettivo di farla entrare subito in vigore, Roberto Di Stefano, sindaco leghista di Sesto San Giovanni (Milano) ha comunicato sui social di aver presentato un’interrogazione alla Città metropolitana di Milano chiedendo "Metal detector nelle scuole superiori contro armi e coltelli". Un modo per accelerare i tempi, invece di aspettare che il Parlamento approvi un disegno di legge. "Ritengo sia un passo indispensabile per arginare un fenomeno dilagante ed evitare che episodi come quello di La Spezia diventino la normalità. Non è accettabile che un genitore, accompagnando il figlio a scuola, debba vivere con l’angoscia di ritrovarlo ferito, o peggio, senza vita". La spinta arriva dopo l'uccisione di Abanoud Youssef, ma anche a seguito di un altro episodio, che si era verificato a dicembre alla scuola De Nicola di Sesto di San Giovanni, quando un ragazzo era stato accoltellato al torace davanti all’ingresso dell'istituto. E tu che ne pensi? Ti sentiresti più sicuro con i metal detector a scuola?

A cura di Ida Artiaco e Annalisa Cangemi

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