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La conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, che si chiama ancora così malgrado da qualche tempo slitti sempre all’inizio dell’anno, è stata ancora una volta l’occasione per apprezzare alcune caratteristiche salienti della comunicazione della nostra presidente del Consiglio. Vittimismo, deresponsabilizzazione, retorica, spontaneismo, esasperazione della mimica facciale, insofferenza per le domande scomode, irrigidimento di fronte al contraddittorio e un approccio passivo-aggressivo nei momenti di maggiore tensione: insomma, il solito repertorio, che conosciamo ormai piuttosto bene. Come spiega bene la nostra Roberta Covelli qui, Meloni si è confermata molto brava nell’utilizzo di fallacie logiche e retorica per eludere la questione più spinosa, ovvero le risposte che il governo continua a non dare sulla vicenda Paragon, lo spionaggio ai danni di giornalisti, comunicatori e attivisti attraverso Graphite, uno spyware venduto solo ai governi (tra cui il nostro).
La performance di Meloni è stata variamente giudicata dalla stampa italiana, come potrete ben immaginare. Inutile dirvi che l’approccio dei giornali di area è stato pressoché unanime: la presidente domina, giganteggia, asfalta, rimette le cose in chiaro. Una copertura che è servita a dare manforte alla presidente sui temi su cui era andata più in difficoltà. Ovvero, laddove aveva detto cose inesatte (qui il nostro debunking), si era fatta prendere la mano (come sulla giustizia), aveva debordato (pensioni e politica estera). Vi metto solo qualche titolo, tanto per darvi un’idea:
- Il buon marinaio e la rotta giusta (Mario Sechi, ex portavoce di Meloni, su Libero)
- Chi lascia gironzolare assassini e maniaci non può fare il giudice (Maurizio Belpietro, La Verità)
- Una leader e una coalizione contro un’assemblea scolastica e gli scappati di casa (Daniele Capezzone, Il Tempo)
- Il messaggio di Giorgia per l’Italia di domani: la stabilità prima di tutto (Ernesto Menicucci, Il Messaggero)
Molto interessante è invece il silenzio su un aspetto chiave della narrazione meloniana: il continuo e costante rimpallo di responsabilità, come sempre in chiave vittimista, che la presidente del Consiglio ha adottato essenzialmente su tutti i temi che ha affrontato nel corso delle quasi quattro ore di conferenza. Nel racconto della leader di Fratelli d'Italia il governo ha tutto sotto controllo, ogni cosa sta andando per il verso giusto, la situazione non è mai stata così promettente e il futuro è roseo. Certo, "si può sempre migliorare", ma "dato il contesto", i risultati raggiunti sono straordinari e lei ha davvero poco da rimproverarsi.
Intendiamoci, non è in discussione l'idea che la stabilità dell'esecutivo e la fiducia dei comparti istituzionali/produttivi fuori dal Paese stiano avendo un effetto positivo. Così come va dato atto al governo di aver gestito con rigore e cautela (finanche eccessiva) i conti pubblici. Ma la realtà è molto diversa da racconto che ne fa Meloni. E ci sono evidentemente degli elementi di grande preoccupazione, che resistono e hanno un peso molto importante per la vita delle persone. Dati, report, proiezioni, dossier, di fronte ai quali, semplicemente, Meloni si rifugia nel vittimismo e nella deresponsabilizzazione. In modo pressoché automatico, quasi inconsapevole, come fosse un vero riflesso condizionato.
Prendiamo solo qualche esempio, tanto per farvi capire il modus comunicandi di Meloni. Su salari, potere d’acquisto e inflazione, per cominciare. La presidente del Consiglio racconta una storiella che sembra funzionare: nei decenni precedenti “abbiamo assistito a una progressiva erosione dei salari”, ma con questo governo c’è stata un’inversione di tendenza “a partire dall’ottobre del 2023”. Il meccanismo è semplice: a un dato vero (la risalita dei salari) si accompagna un generico e soprattutto impreciso rimando a responsabilità del passato (omettendo che anche negli anni precedenti c’erano stati cicli differenti), senza dare ordini di grandezza utili alla comprensione (nel caso, il divario che resta con l’inflazione) e attribuendosi meriti che non ha, considerando il recupero fisiologico post ondata inflazionaria.
Quando non ricorre alla manipolazione/interpretazione orientata dei numeri, Meloni si rifugia nel suo sport preferito: il rimpallo delle responsabilità. La crisi di produttività e la bassa crescita del Paese? Colpa delle politiche europee, in primo luogo del green deal, che il nostro governo sta già riuscendo a cambiare. Dal 2027 aumenterà l’età pensionabile? Colpa dei governi precedenti, anzi il nostro governo è riuscito a impedire un aumento addirittura maggiore. Poco importa, insomma, che Meloni fosse ministra del governo Berlusconi che varò la legge di riferimento e che la maggioranza aveva promesso di intervenire.
Tutti i dati mostrano un aumento della criminalità, facendo venir meno uno dei pilastri della propaganda elettorale della destra? Nessun problema, c’è sempre la soluzione, anche se in questo caso servirà un doppio salto carpiato. Perché, insomma, è vero che c’è qualche problemino e “i risultati non sono sufficienti”, ma “noi abbiamo lavorato moltissimo” e da quest’anno cambiamo passo. La colpa di chi è, dunque? Come vi dicevo, qui serve un doppio salto carpiato: dunque è colpa del “lassismo degli anni precedenti” (che per qualche strana magia sta producendo danni al quarto anno del suo governo) e, immancabile, della magistratura. Sono i magistrati, nella sua narrazione, a “rendere vano il lavoro delle forze dell'ordine e del Parlamento”. Un’accusa gravissima, che motiva con un altro grande classico della sua comunicazione: il cherry picking, la citazione di episodi specifici che intenderebbero rafforzare il suo punto. Come vi ho già raccontato, in questo caso siamo in presenza di un elemento di forza della strategia comunicativa della destra: si prende un fatto, magari marginale ma vero, lo si estrae dal contesto, lo si banalizza e infine assolutizza. Un errore giudiziario, ad esempio, diviene il pretesto per un attacco generalizzato all’intera magistratura. Una sentenza discutibile viene banalizzata e sfruttata per veicolare un’immagine distorta del rapporto fra giudici e pm.
Non è solo la politica del "diciamo", come in tanti hanno scritto, in fin dei conti. Perché siamo in una nuova era. Quella in cui ai politici è richiesto dire la verità, ma fino a un certo punto. In cui competenza e preparazione hanno un valore relativo. E in cui tutto si può interpretare secondo logiche di convenienza, come insegna il maestro Donald Trump (non è un caso che gran parte delle strategie comunicative, sui social ad esempio, siano mutuate da quelle delle nuova destra statunitense). Siamo oltre Berlusconi, che aveva il fascino dell'imbonitore e un prodotto da vendere. Meloni non usa trucchi, non fa leva sulla speranza e sull'ottimismo. È decisamente autentica e ti spinge a cambiare prospettiva, a decostruire la realtà e a ragionare in termini di colpa (degli altri) e dualismi (alto vs basso, "noi" contro gli altri). Quello a cui tende è una specie di stato di mobilitazione permanente, una costante tensione da trasmettere ai propri sostenitori, cui indica continuamente ostacoli da superare, nemici da contrastare, insidie da temere. Non è tanto "governare come se fosse all'opposizione", ma governare sentendosi sotto assedio, sempre minacciata o quantomeno frenata, limitata.
E, ma so di non dire una cosa nuova per voi che seguite questa newsletter, la cosa formidabile è che tutto ciò funziona. Non è soltanto una sensazione, amplificata magari dall'unanimismo con cui gran parte dei mezzi di informazione copre l'agenda politica, oppure dall'incapacità dell'opposizione di uscire dai frame comunicativi scelti dalla presidente. Ci sono riscontri oggettivi sull'efficacia della deresponsabilizzazione meloniana, quella che le consente di parlare ed esporsi come se non fosse lei al governo da tre anni e mezzo. In effetti, tra i tanti dati che abbiamo letto in questi giorni a cavallo del nuovo anno, ce n’è uno che colpisce particolarmente: quello sui sondaggi elettorali di fine 2025. Per il quarto anno consecutivo, infatti, la maggioranza di governo vede sostanzialmente inalterato il proprio consenso, fatto del tutto inusuale nella storia recente del nostro Paese. Nello specifico, Fratelli d’Italia risulta in crescita rispetto allo scorso gennaio, sia pure in un contesto in cui cala leggermente il gradimento personale di Giorgia Meloni (comunque ampiamente sopra il 40%); Forza Italia cala leggermente, restando comunque sopra l’8%; la Lega di Matteo Salvini stabile sulle percentuali delle elezioni europee. L’intera coalizione, contando anche le altre formazioni minori che gravitano nell’area di centrodestra, è a ridosso del 50%.
Al di là delle proiezioni sugli scenari futuri con questa o quella legge elettorale, è questo che deve preoccupare le opposizioni: hanno di fronte un'avversaria che sceglie sempre il terreno della contesa, che sa manipolare il discorso pubblico e ha una scusa per ogni occasione.