Iscriviti a Evening Review.
Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Immagine

L’addio alla Lega di Roberto Vannacci, che ha finalmente ufficializzato la nascita del suo nuovo partito, ha mandato letteralmente in cortocircuito i giornali della destra. Leggere le reazioni alla scelta del generale di abbandonare Matteo Salvini e cancellare mesi di promesse e di giuramenti di lealtà è un esercizio interessante e abbastanza sorprendente. A colpire è soprattutto la nettezza dei toni e la durezza delle critiche, che stridono con l’atteggiamento che i maggiori analisti politici dei giornali di riferimento della destra hanno sempre avuto nei confronti del generalissimo, dipinto spesso come un incrocio fra uno statista brillante e un leader autentico e illuminato, in grado di rinnovare la politica italiana riportando l’attenzione sui valori tradizionali. L’alfiere della lotta senza quartiere al pensiero woke, l’uomo in grado di far tremare i burocrati europei, l’europarlamentare in connessione profonda con il popolo italiano, di colpo è diventato un traditore, un opportunista, un reietto.

Ti è piaciuto questo episodio di EVENING REVIEW?

Il nervosismo della maggioranza, del resto, è giustificato, considerando gli scenari che si aprono con la nascita di Futuro Nazionale. La paura principale è che il generale sia riuscito a costruire davvero un seguito di natura “personale” e che possa essere capace di trovare tempo e risorse per costruire una propria casa politica. In altre parole, che il progetto di Vannacci possa essere solido e non rappresentare l’ennesimo tentativo velleitario di organizzare il voto di protesta da destra, andando così a sottrarre voti a Salvini e Meloni o comunque a limitarne i margini di manovra in quello spazio politico. Parlavamo nella scorsa newsletter di come la storia degli ultimi anni mostri la grande difficoltà di radicamento e crescita di nuovi soggetti politici che si pongano come “alternativi” in un bacino elettorale dal quale pescano (non sempre da versanti opposti) Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle. E di quanto sia difficile uscire da un contenitore politico strutturato per avventurarsi in mare aperto senza radicamento territoriale o compagni di viaggio in grado di supportare un nuovo progetto. Ed erano le ragioni della tranquillità con cui nella Lega in molti osservavano le mosse del generale, ricordando il motto latino “extra ecclesiam nulla salus”. Tuttavia, è pur vero che con una tale percentuale di astenuti esiste in potenza una platea cui rivolgersi e Vannacci ha comunque mostrato di saper arrivare in modo diretto alle persone.

Seguendo questo timore, Maurizio Belpietro su La Verità, da sempre giornale molto attento alla predicazione del generale, non nasconde la propria delusione pur cercando di essere comprensivo:

Si figuri se io non comprendo che lei abbia voglia di combattere e di conquistare il potere come un tempo provava a espugnare certi avamposti. Però la politica non è un reggimento. E un partito non è un corpo di incursori che deve penetrare in territorio nemico. Probabilmente lei si sentiva isolato dentro la Lega, anche perché alcuni colonnelli avevano marcato il territorio, segnando la distanza che la separava dalla nomenclatura del partito. Si è sentito un corpo estraneo, un innesto rigettato, e dunque ha deciso di andare per la sua strada.

Ribadisco: i motivi sono comprensibilissimi. Tuttavia, mi preme dirle una cosa. Uscendo dalla Lega lei rischia di fare il gioco di quella sinistra che tanto detesta. Lo so che lei pensa di far crescere la sua nuova formazione ben oltre il 3 per cento che oggi i giornali le attribuiscono. Ho letto che mira addirittura al 20 per cento, cosa che io le auguro. Però, a prescindere da quanti voti lei potrebbe conquistare, il pericolo è che non vadano a unirsi a quelli raccolti dal centrodestra, ma si sottraggano all'attuale coalizione.

Al che lei sarebbe libero di dire e fare ciò che vuole, senza più dover rendere conto a nessuno, ma a finire male sarebbe l'Italia se alle prossime elezioni si ritrovasse guidata da una maggioranza di sinistra o, peggio, da un governo tecnico. Nel passato, quando il risultato delle urne non è stato chiaro, il Quirinale ha affidato il mandato a un premier non eletto dal popolo e i risultati si sono visti. È per questo che a sinistra, pur non dichiarandolo, molti fanno il tifo per lei

L’ex portavoce di Giorgia Meloni e ora direttore di Libero Mario Sechi è durissimo e non fa sconti, definendo Vannacci un “utile idiota della sinistra” che “è salito salito sul taxi della Lega, ne è sceso senza pagare la corsa” e ha fondato un “partito il cui primo atto fondativo è la menzogna”. Ma ha già la soluzione di fronte al potenziale rischio che Vannacci possa essere un problema per la maggioranza: cambiare la legge elettorale. Non sto scherzando, ve lo cito testualmente:

Anticipo l'obiezione: Vannacci conserva il potere di far perdere. Sicuri? Tutti dimenticano che c'è da riscrivere la legge elettorale, che sono in discussione regole come il premio di maggioranza e la soglia di sbarramento, i pilastri per il voto utile, esattamente quello che non può essere Vannacci, un qualunquista non coalizzabile con nessuno. Quanto al valore di una sua lista, è a dir poco volatile: il generale best-sellerista è finito da un pezzo, il mito di Vannacci acchiappavoti è sparito nelle elezioni regionali in Toscana, tanto che la sua uscita va letta come un'evasione da quel flop che lo aveva «normalizzato» e fatto sparire dalle luci della ribalta.

La domanda che emerge, in effetti, è su quanto questo progetto possa essere un problema per Giorgia Meloni. Su questo ci sono due approcci diversi.

Per il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa l’uscita del generale va annoverata tra “le conseguenze inaspettate del trumpismo”. E la questione va letta nell’ambito di un processo di normalizzazione della piattaforma politico-ideologico di Meloni, che starebbe cambiando in profondità l’intero panorama della destra italiana (dove non ci sarebbe più posto per Salvini). Vi segnalo questo passaggio:

Vannacci, lo sappiamo, è l'Alberto Sordi del trumpismo, con tutto il rispetto per Alberto Sordi, ma la fuoriuscita di Vannacci dalla Lega rientra all'interno di un processo interessante con cui stanno facendo i conti molte destre europee, anche quelle più estreme: non riuscire a essere contemporaneamente trumpiane e di governo. […] La destra italiana, evidentemente, sta diventando normale suo malgrado, per una sorta di complotto quotidiano dei suoi avversari, che fanno di tutto per renderla normale, e in questo quadro il tema forse più interessante riguarda proprio la Lega: riuscirà il partito guidato da Salvini, che ha salvato la pelle alle europee grazie al contributo di Vannacci, a trovare un Vannacci per così dire moderato in grado di non permettere al salvinismo di prosperare andando all'inseguimento del generale filoputiniano? Riuscirà la famosa classe dirigente della Lega, quella di governo, quella non trumpiana, quella moderata, a sfidare il salvinismo, a metterlo in minoranza, ad allontanare la Lega dall'estremismo e a riavvicinarla alle imprese, al nord, all'Europa e agli elettori tradizionali della Lega?

Simile anche la lettura di  Mario Ajello sul Messaggero, il quale mette il carico, spingendosi a ipotizzare che “se l’impresa politico-elettorale dovesse andare male, egli potrebbe finire come il generale Cadorna a Caporetto, prendendosela con le proprie truppe ‘vilmente ritiratesi senza combattere”. Quanto alla linea di Vannacci è “un misto di arditismo e futurismo, di smoderatismo e di attacco, probabilmente improbabile, al cuore non solo del calvinismo ma soprattutto del melonismo”, che muove da premesse  “pacifiste e putiniane”, mentre l’altra destra sta con Kiev e con la libertà dell’Occidente. Insomma, la destra di Meloni sta diventando istituzionale, responsabile, moderatamente europeista e strettamente occidentalista, espellendo in modo quasi automatico i corpi estranei.

C'è invece chi già considera irrilevante in termini di consenso elettorale il nuovo partito, ragionando magari di possibili aperture della maggioranza ad altre formazioni politiche (l'area centrista e liberal-democratica, tendenzialmente).

Su questa linea Tommaso Cerno, ex parlamentare del Pd, poi diventato direttore de Il Tempo e ora al Giornale, che reagisce all’abbandono con un altro dei comportamenti standard delle crisi sentimentali: il disprezzo e la derisione per mascherare la delusione. Insistendo sulla probabilità che la lista di Vannacci floppi alla prova delle urne:

Più delle stelle ricorderemo la cometa. Un bel chissenefrega saluta Roberto Vannacci, generale senza truppe in ritirata dal suo esercito, dopo avere ceduto al canto, sinistro, delle sirene. Chi alla fine lo ringrazierà sarà Matteo Salvini, che da questa frattura, forse non ancora consapevolmente, esce più forte. In politica, uno più uno non fa quasi mai due. E la destra vinse le elezioni quando Vannacci nemmeno esisteva, certo non le perderà per lui, anzi perché lui se n'è andato. Verso l'illusione di una iperdestra in dissolvenza, museale, che nemmeno gli appartiene. Non bado nemmeno ai sondaggi che già lo collocano sotto l'uno per cento, al fianco del suo fido gemello diverso Soumahoro.

Tradito e abbandonato anche Francesco Storace, sul Tempo, che racconta di un messaggio ricevuto dall’europarlamentare e della sua piccata risposta: “Fai come credi. Non ti vedo dal giorno prima delle elezioni, problema tuo”. Per poi affondare: “C'è nelle sue parole tutta la cifra del tratto umano, inesistente, di chi ha scoperto in età avanzata la politica e pensa di trarre giovamento da comportamenti irrispettosi. Non nei miei confronti – che è poca cosa – ma di una comunità che lo ha votato nelle file della Lega”.

Insomma, che il generale potesse far incazzare qualcuno era prevedibile. Un po' meno che la risposta potesse essere così unanime, netta e finanche livorosa, non tanto della politica ma degli opinion-maker di area. Eppure, a parere di chi scrive, le valutazioni sul possibile risultato dell'esperimento di Vannacci sono ancora molto premature. Né può essere dato per scontato che si tratterà di una creatura politica esterna al campo del centrodestra, considerando che non sarebbe la prima volta in cui si mettono in pratica strani ripescaggi di fuoriusciti o di ex avversari (e non è un mistero che da tempo c'è chi lavora ad allargare la maggioranza, anche se verso il centro…). Capisco il livore, ecco. Un po' meno la frenesia.

Immagine

Iscriviti a Evening Review.
Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

api url views
Fai la tua domanda per il prossimo episodio di "%s"
Immagine

Iscriviti a Evening Review.
Ricevi la rassegna speciale a cura di Adriano Biondi

Proseguendo dichiari di aver letto e compreso l'informativa privacy