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In una sera Giorgia Meloni ha lanciato un attacco frontale al presidente della Repubblica, alluso a un complotto contro il suo governo persino da parte dell’Istat e poi ha minacciato le dimissioni nel caso in cui alla Camera non passasse il compromesso sulle preferenze nella nuova legge elettorale approvata in Senato. È chiaro che la presidente del Consiglio sia entrata totalmente nel ring della campagna elettorale, rimasticando da un lato il linguaggio e le proposte più identitarie della destra, e provando dall’altro a rigiocarsi la carta dell’underdog contro tutti che era risultata vincente nel 2022.
Ospite da Bruno Vespa, ha scelto di difendere la sua proposta sul tetto al 30% per gli stranieri nelle classi facendo direttamente lei quello che normalmente viene affidato ai parlamentari o ai media della destra. Ha scelto di andare direttamente all’attacco chiamando in causa il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Per riavvolgere il nastro: il capo dello Stato era intervenuto all’indomani dell’annuncio di Meloni dal palco di Fenix, difendendo un ideale di scuola aperta a tutti, che non crea barriere ma che punta all’integrazione.
Cosa aveva detto Mattarella
Mattarella era intervenuto a un evento a Roma dove c’era anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Colui, cioè, che sta lavorando al decreto Scuola contenente la proposta di Meloni. E aveva detto:
“La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti – ‘è aperta a tutti': così dispone l'articolo 34 della Costituzione. Deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell'incomunicabilità. La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”
Un messaggio molto chiaro, al governo. Che però Meloni, con un’abilissima giravolta comunicativa, ha ribaltato per lanciare una stoccata al Colle.
La replica della presidente del Consiglio
A Bruno Vespa che le chiedeva come rispondesse a questa critica, la presidente del Consiglio ha detto di non ritenere, in realtà, che Mattarella fosse in disaccordo con lei. Anche perché lui stesso aveva firmato una circolare simile negli anni Novanta, quando era ministro dell’Istruzione.
"Il presidente della Repubblica, per l'appunto, dice che la scuola deve non creare ghetti. Ora, il ghetto è chiaramente molto più semplice se tu prendi un bambino straniero che non parla la nostra lingua e lo metti in una classe dove la prevalenza degli studenti non parla la nostra lingua. Questo è il ghetto. Creare una distribuzione più equa delle classi, delle classi più equilibrate, serve proprio a impedire un ghetto".
Una precisazione, su questo. Dal palco della kermesse di Gioventù Nazionale, per presentare la misura, Meloni aveva parlato con altri toni. Aveva detto che “non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani, perché sono diventati la minoranza”. Il punto di Meloni appena qualche giorno fa non sembrava tanto concentrarsi sul rischio di isolare e ghettizzare i bambini stranieri. Era chiaramente l’annuncio di una misura identitaria, di destra, fatto con l’obiettivo di attirare consensi.
La circolare del 1990
Giorgia Meloni non si è fermata all’interpretazione delle dichiarazioni di Mattarella. Ha anche ripescato una sua vecchia circolare, pubblicata quando era ministro dell’Istruzione. Non ha lasciato che lo facessero i suoi parlamentari o gli account dell’universo della destra. Lo ha fatto lei personalmente, in prima serata, per smontare l’avvertimento del Colle e alludere al fatto che anche il presidente della Repubblica, quando era stato ministro dell’Istruzione, fosse d’accordo con le stesse sue proposte.
“Il presidente della Repubblica, quando era ministro dell'Istruzione, redigeva circolari che, più o meno anche li invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nella stessa classe, ma perché è una misura di buon senso. E io quindi, mi pare che sia giusto, buon senso”.
Ma davvero, quindi, trent’anni fa Mattarella proponeva in una circolare le stesse cose che annuncia oggi Meloni?
Le differenze con la proposta di Meloni
Non proprio. Ci sono delle differenze sostanziali tra le due proposte. La circolare di Mattarella, esattamente come quella firmata da Mariastella Gelmini nel 2010, dava delle indicazioni per la distribuzione degli alunni stranieri nelle scuole, lasciando ai singoli istituti la facoltà di formare le classi a seconda delle esigenze specifiche, caso per caso. E soprattutto l’obiettivo era quello di promuovere l’integrazione in un contesto completamente diverso, quello delle prime ondate migratorie, quando la maggior parte degli studenti stranieri che arrivava in Italia non parlava la lingua. Nella circolare si legge:
“L'assegnazione alle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe. Al riguardo sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani, mentre può essere utile costituire gruppi anche superiori alle cinque unità nei momenti di specifiche attività linguistiche”.
Insomma, si diceva che “ove possibile” fosse preferibile mettere alunni dello stesso gruppo linguistico nella stessa classe, senza superare il numero di cinque in modo da garantire il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano e tutte le attività per l’inserimento. Nessuna imposizione per legge, come vorrebbe fare Meloni. Anche se, in realtà, la presidente sa benissimo che una misura come la sua è difficilmente irrealizzabile, perché si scontrerebbe con il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione, che non può essere garantito o negato in base all’etnia o al background migratorio degli studenti.
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