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Nonostante le frenate del Quirinale, nonostante lo scontro con i giudici negli ultimi anni, nonostante il fallimento dei centri in Albania, Giorgia Meloni alla fine ha messo a terra il suo tanto ambito blocco navale. Quello di cui ha parlato per anni, anche se all’epoca, ai giorni in cui era all’opposizione, lo immaginava un po’ diversamente. Immaginava di schierare le navi da guerra della Marina militare di fronte alle coste italiane, in modo da bloccare le imbarcazioni dei migranti. Una cosa che chiaramente è un po’ più difficile da proporre quando si è a capo di un governo europeo, perché appunto vorrebbe dire violare esplicitamente il diritto internazionale, potenzialmente dichiarare anche guerra a Paesi terzi nel caso in cui questa azione di respingimento sconfinasse in acque territoriali. Però l’escamotage si può trovare. E alla fine Meloni l’ha trovato.
Sui social ha scritto: "Oggi abbiamo potuto mantenere un altro impegno che avevamo preso con i cittadini nel nostro programma di governo del centrodestra, cioè la possibilità in caso di minaccia grave per l'ordine pubblico o la sicurezza nazionale come il rischio di terrorismo ma anche una pressione migratoria eccezionale di impedire l'attraversamento delle acque territoriali italiane e di condurre i migranti che sono a bordo di quelle imbarcazione sottoposte all'interdizione anche in paesi terzi. Un'opzione che è compatibile con le nuove regole europee che tra l'altro l'Italia ha contribuito a definire".
Il blocco navale di Giorgia Meloni
Se nelle scorse settimane il discorso sulla sicurezza di Meloni e dei suoi si era tutto concentrato sulla lotta alla micro criminalità, sull’emergenza maranza, sulla repressione delle manifestazioni e del dissenso, con questo nuovo provvedimento il focus principale torna quello del contrasto all’immigrazione.
Andiamo a vedere nello specifico le misure principali, partendo appunto dal blocco navale. Non viene chiamato in questo modo, ma “interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali in presenza di una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Quindi, parafrasando: se il governo ha ragione di credere che quell’imbarcazione che si sta avvicinando alle acque territoriali italiane ponga una seria minaccia alla nostra sicurezza nazionale, può intimarle l’alt e impedirle il passaggio. Ma quali sarebbero queste minacce eccezionali? Si parla di rischio concreto di infiltrazione di terroristi, di emergenze sanitarie, ma anche di pressione migratoria eccezionale.
Cosa significa l’interdizione alle acque territoriali
L’impressione è che sia tutto molto discrezionale, cioè che il governo possa decidere arbitrariamente quando si profila una minaccia e quando no. Nel disegno di legge non si parla solo di divieti, ma ovviamente anche di sanzioni: per i trasgressori, quindi potenzialmente anche per le navi delle Ong che non rispettano l’interdizione, è prevista una multa che va dai 10mila ai 50mila euro, e in caso di reiterazione si prevede anche il sequestro della barca.
Un’altra misura – che è la naturale conseguenza del nuovo Patto europeo sulla migrazione e asilo, che ha rivisto anche la lista dei Paesi considerati sicuri – stabilisce che i migranti a bordo di queste imbarcazioni bloccate potranno essere condotti anche in Paesi terzi, con cui l’Italia ha stipulato degli accordi. Per capirci, un migrante che arriva dal Bangladesh o dall’Africa subsahariana potrebbe essere deportato in Tunisia, unicamente sulla base di un accordo stretto tra Roma e Tunisi. Anche se quella persona non ha nessuno in Tunisia, non è il suo Paese di origine o un Paese di riferimento per lei. Anche se in Tunisia sono state documentate decine di terribili violazioni dei diritti umani, con persone abbandonate
La stretta alla protezione speciale
E ancora, richiedere la protezione speciale sarà molto più difficile con questo provvedimento. Serviranno requisiti più stringenti: un soggiorno regolare di almeno cinque anni, la conoscenza certificata della lingua italiana, la disponibilità di alloggio e finanziaria pari a quella richiesta per i ricongiungimenti familiari. Chi lavora nel campo dell’accoglienza sa bene che con questa stretta per tantissime persone sarà impossibile chiedere la protezione internazionale, e questo lascerà semplicemente più spazio alla marginalità e alla precarietà.
I divieti ai telefoni nei Cpr
Infine, un’altra misura è quella che vieta di avere un telefono per i migranti trattenuti all’interno dei Cpri (che sono sempre più assimilabili a dei carceri). I cellulari sono autorizzati solamente in alcune finestre orarie e secondo modalità prestabilite. Per tutto il resto del tempo i telefoni saranno sequestrati dal personale dei centri per il rimpatrio. Una norma assurda, che sembra solo volta a nascondere ancora di più cosa avviene all’interno di questi luoghi, in cui negli anni sono state documentate centinaia e centinaia di abusi e violazioni dei diritti umani.
Le Ong che soccorrono i migranti in mare in queste ore stanno denunciando l’ennesima deriva che punta a criminalizzare chi salva vite. Con conseguenze concrete sulla pelle delle persone migranti. Non c’é alcuna ambizione di gestire e regolare i flussi, è solo propaganda. Probabilmente volta anche ad alzare il livello dello scontro con i giudici, perché è chiaro che alcune interdizioni verranno contrastate dai tribunali, porranno un tema di costituzionalità, di contrasto con il diritto internazionale.
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