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Un’altra società fallita, un’altra indagine per bancarotta. Dopo i casi di Ki Group e Visibilia, per la ministra del Turismo, Daniela Santanché, si aggiunge un altro problema con la giustizia. La procura di Milano ha aperto un’indagine con l’ipotesi di bancarotta sul crac di Bioera, la società operativa nel settore del biofood di cui è stata presidente fino al 2021 e che è fallita circa un anno fa. È un’inchiesta che si lega a quella – sempre per bancarotta – su Ki Group srl, un’altra società dello stesso gruppo.
Poi Santanché è già a processo, sempre a Milano, per il caso Visibilia, dove l’ipotesi di reato è falso in bilancio per delle presunte irregolarità nei conti. E infine, è fermo il procedimento per truffa aggravata ai danni dell’Inps, quello legato a delle presunte irregolarità sulla cassa integrazione Covid fornita a oltre una decina di dipendenti Visibilia. Perché è tutto fermo? Perché lo scorso ottobre il Senato è intervenuto invocando un conflitto di attribuzione tra i poteri dello Stato contro la Procura di Milano.
Le indagini a carico di Santanché
Quindi, ricapitolando: due indagini per bancarotta – per Bioera e Ki Group – un rinvio al giudizio per falso in bilancio – per Visibilia – e un’indagine per truffa aggravata al momento bloccata dal Parlamento. Questi però sono solo gli aspetti giudiziari, perché poi c’è un tema che è tutto politico. E va affrontato.
È una questione di opportunità. Si può rimanere perfettamente garantisti, credere fermamente che chiunque meriti di essere considerato innocente fino a prova contraria (cioè, fino a una condanna), ma allo stesso tempo porre comunque un tema di opportunità politica. Le due cose non sono in contrasto. È legittimo chiedersi se una ministra coinvolta in diverse indagini, al centro di molteplici inchieste – tra cui una per truffa aggravata ai danni dell’Inps, quindi rispetto ai danni di soldi pubblici – rimanga nel suo incarico e continui a svolgere il suo incarico?
Un tema di opportunità politica
Certo, c’è chi potrebbe rispondere che se una persona viene indagata, lascia un incarico importante e poi magari non viene nemmeno rinviata a giudizio, oppure alla fine del processo emerge che è innocente, saremmo di fronte a un’ingiustizia bella e buona. Perché quella persona avrebbe perso un’opportunità, un incarico, senza avere alcuna colpa. Chi dovrebbe risarcire di quella perdita?
C’è chi pensa che si dovrebbe adottare una formula che tenga conto delle differenze tra persona indagata e persona imputata. Un conto sono le indagini, che non dovrebbero intaccare la vita personale e lavorativa delle persone, perché appunto sono delle indagini esplorative, senza alcuna accusa formalmente in piedi. Altro conto, invece, è il processo, cioè quando alla fine delle indagini c’è un giudice che decide di aprire il processo contro quella persona per quello specifico reato. Certo, l’imputazione non è la sentenza, e anche in quella fase l’imputato non dovrebbe essere considerato e trattato come se fosse colpevole, però potrebbe effettivamente essere controverso, soprattutto quando ci sono accuse molto pesanti e prove di un certo tipo a carico, continuare ad occupare un certo ruolo.
La precisazione degli avvocati
La verità è che si tratta di una questione molto complessa, su cui forse non esiste una risposta univoca, che va sempre bene. Forse è il caso di guardare ogni volta caso per caso, tenendo sempre presente che non è una questione di legittimità ma di opportunità. In questo caso specifico, quello della ministra Santanché, chiaramente le parti politiche la pensano diversamente.
Prima di capire chi ha detto cosa, però, una precisazione, arrivata nelle ultime ore dagli avvocati di Santanché. Questa nuova indagine a suo carico potrebbe essere più che altro un atto dovuto ai fini di garanzia, da leggere esclusivamente come legata all’altra indagine per bancarotta. In ogni caso la ministra non avrebbe ancora ricevuto alcuna notifica.
Le reazioni politiche
Tornando alle varie reazioni che ci sono state a questa notizia, chiaramente le opposizioni sono tornate a chiedere a gran voce le dimissioni. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha chiamato in causa direttamente Meloni, chiedendole se preferisce continuare a difendere i suoi amici o preferisce iniziare a difendere la credibilità delle istituzioni. Per Schlein le indagini dovrebbero bastare alle dimissioni: già una ministra indagata è inaccettabile, ha detto, figuriamoci una ministra plurindagata. In quel caso siamo proprio all’oltraggio alle istituzioni della Repubblica. Sulla stessa linea Giuseppe Conte, presidente del Movimento Cinque Stelle, che sui suoi social ha scritto che questa è l’idea di politica che hanno Meloni e i suoi e la base delle loro norme sulla giustizia: chi è al potere è intoccabile.
Da parte del governo per ora non sono arrivati commenti. Finora la linea è sempre stata quella di difendere la ministra, di continuare a blindarla nel suo lavoro nonostante ovviamente l’imbarazzo di vedersi aprire le indagini una dopo l’altra. Ora siamo all’ennesima: Meloni e il suo governo continueranno sulla stessa linea anche se si dovesse andare a processo pure per bancarotta? 112
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