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Niente litigi e pugnalate alle spalle: la sfida della sinistra dopo la vittoria del No al referendum

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Ci sono due opzioni per il centrosinistra. Fare una bella festa e portarsi a casa questa vittoria, oppure provare a capitalizzare. Provare a cogliere l’opportunità di questi 14,4 milioni di voti che si sono posti contro una riforma importantissima del governo Meloni e tentare di convincerli a votare per una proposta alternativa a quella della maggioranza. Ma il punto sta tutto qui: questa proposta esiste? C’è qualcosa che unisce il cosiddetto campo largo oltre l’essere contro Meloni e i suoi? E poi, altra domanda: nel caso in cui questa piattaforma programmatica comune effettivamente esistesse, i suoi sottoscrittori sarebbero effettivamente in grado di portarla avanti senza provare ad sventrarsi a vicenda?

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I numeri di ieri sono interessanti per gli analisti politici e per i diretti interessati. C’è un 58,9% di aventi diritto che è andato a votare. Un’affluenza così, per un referendum tra l’altro senza quorum, non si vedeva da moltissimo tempo. Ed è un segnale di partecipazione, di cittadinanza attiva che si mobilita per dire la sua. Questo chiaramente non è un segnale solo all’opposizione, ma anche a Giorgia Meloni. Che c’è una difesa della Costituzione, una tutela che si contrappone a dei metodi che invece tendono a forzare la mano.

E poi, l’altro numero da considerare è quel 2 milioni di scarto tra il sì e il no: 12,4 milioni per il Sì, il 46,2%, e 14,4 milioni per il no, il 53,7%. Chiaramente non sono tutti voti, nel merito, sulla riforma. Tanti voti sono politici, sull’operato del governo e sui suoi metodi. Così come sulle scelte in politica estera, sull’amicizia senza se e senza ma a Donald Trump, che ci trascina in guerre impopolari e in crisi energetiche devastanti.

Chiaramente, lo farebbe chiunque, il centrodestra cerca di minimizzare l’impatto di questo colpo. Meloni ha sempre detto che questo non era un voto su di lei e che quindi non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta e anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, pur assumendosi la responsabilità della disfatta, ha intenzione di continuare ad andare avanti nel suo lavoro come se nulla fosse. Insomma, per il governo oggi non è cambiato assolutamente nulla. Per lo scenario politico italiano, però, è cambiato tutto. Perché certo, questo potrebbe essere solo un incidente di percorso dato dalle circostanze e dall’incrociarsi di decine di dinamiche diverse. Ma potrebbe anche essere l’inizio della fine di questa lunghissima luna di miele che c’è stata tra Giorgia Meloni e gli italiani.

Anche per l’opposizione cambia tutto. Perché il voto del 22 e 23 marzo rappresenta una gigantesca opportunità. Ma saperla cogliere è tutta un’altra sfida. E di sfide ieri già ne sono state lanciate internamente. Una delle prime dichiarazioni di Giuseppe Conte ieri è stata per le primarie. Ha detto che non si può soffocare questa voglia dei cittadini di essere protagonisti e che quindi lui apre alla prospettiva delle primarie. Quindi, in altre parole, di faccia a faccia con Elly Schlein per la corona di leader dell’opposizione che quindi, in caso di vittoria alle prossime elezioni, se ne andrà dritto verso Palazzo Chigi.

Conte, parlando in conferenza stampa quando ormai era chiara la vittoria del No, ha detto che non si devono fare delle primarie di qualche apparato, ma aperta anche ai cittadini. Perché “serve una discussione ampia in tutto il Paese per individuare il candidato più competitivo per rappresentare il programma”. Ovviamente una cosiddetta supercazzola, almeno per quanto lo riguarda: il candidato del Movimento Cinque Stelle sarebbe lui. Per il Partito democratico le cose potrebbero essere un po’ più complesse, visto comunque il sistema di correnti – tanto per restare in un perimetro lessicale ben noto alla Giustizia – e una leadership che in questi anni ha dovuto comunque affrontare critiche, delegittimazioni e biasimo su vari fronti.

Elly Schlein comunque si è detta disponibile. In un’intervista di Paolo Festuccia, uscita oggi su La Stampa ha risposto a una domanda su questo. E ha detto di essere “testardamente unitaria”,  intenzionata a continuare su questa strada e disponibile se quella delle primarie fosse la strada scelta per costruire l’alternativa. Non sono tutti d’accordo. Ad esempio, Nicola Fratoianni, leader di AVS, ieri durante Scanner Live ha detto che quella sulle primarie secondo lui è la discussione “meno intelligente” da mettere in campo adesso. Perché non è quello che serve al Paese in questo momento, ma una proposta politica coraggiosa, che parli dei problemi delle persone, di precarietà, di stipendi bassi, di diritto alla salute e all'istruzione. Secondo Fratoianni parlare ora del leader di coalizione non è una scelta giusta, perché è più urgente costruire un patto con il Paese. E per farlo bisogna parlare con gli italiani, perché chi è andato a votare in questi giorni lo ha fatto con la speranza che le cose possano cambiare.

Va detto che Conte non è stato l’unico a mettere sul tavolo l’idea delle primarie. Prima di lui, quando il risultato del voto non era ancora del tutto definito, ne aveva parlato Matteo Renzi. Che aveva detto che bisognasse andare velocemente alle primarie del centrosinistra perché questi numeri erano il segnale che Meloni avesse perso il tocco magico, che bisognasse sfruttare l’onda d’urto del referendum per rendere le elezioni davvero contendibili per il centrosinistra.

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