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Meloni non può fare gli interessi dell’Italia ed essere alleata di Trump: deve prendere posizione

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Il referendum è stato come una doccia fredda per Giorgia Meloni, una di quelle che ti fanno capire che le cose devono cambiare. A livello interno, la presidente del Consiglio ha cercato di cambiarle rimuovendo dagli incarichi di governo le persone che più le stavano dando problemi: Bartolozzi, Delmastro e Santanché. A livello internazionale, invece, ha provato a marcare una certa distanza da Donald Trump. Il presidente statunitense doveva essere il suo asso nella manica, quell’amicizia che apre porte e porta con sé riconoscimento bipartisan. Invece, è stato tutto il contrario: è diventato un peso nei consensi in patria e motivo di sfiducia in Europa, dove gli alleati (quelli veri) escludono l’Italia quando si tratta di fare riunioni per decidere la strategia di Bruxelles. Perché la considerano troppo appiattita sulla linea di Washington.

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Meloni, Sigonella e un problema di sovranità

Meloni ha cercato di usare a proprio vantaggio la storia del divieto per i cacciabombardieri statunitensi di usare la base militare a Sigonella. Sperava che fosse vista come una dimostrazione di forza, di sovranità, sulla scia di quanto accaduto a Sigonella nel 1985 tra Bettino Craxi e Ronald Reagan. Ma è durata poco, perché presto sono arrivate le precisazioni e le specifiche, forse per paura di innescare reazioni sui social come quelle che Trump stava avendo nei confronti della Francia, rea – a suo dire – di aver chiuso il suo spazio aereo ai caccia statunitensi che portavano armamenti a Israele.

Trump minaccia (di nuovo) la Francia

Ieri infatti Trump ha scritto che la Francia non è per niente d'aiuto quando si tratta di eliminare i “macellai iraniani” e che gli Stati Uniti se ne ricorderanno. E prima ancora era stata la volta del Regno Unito, accusato di non voler intervenire nella decapitazione dell’Iran. Trump gli aveva rivolto due suggerimenti: andare a comprare il petrolio negli Stati Uniti, oppure farsi coraggio e andare nello Stretto di Hormuz a prendersi i barili di greggio.

Nelle settimane precedenti invece era ovviamente toccato alla Spagna. Pedro Sanchez, dopo una crisi politica dietro l’altra che gli aveva fatto perdere quasi totalmente i consensi a suo favore, sta ritrovando una popolarità incredibile proprio per la sua presa di posizione contro gli Stati Uniti trumpiani. Prima lo aveva fatto rifiutandosi di aumentare le sue spese militari a scapito di sanità e welfare, solo per andare a rimpoplare il budget della Nato. E poi, allo scoppio della guerra, negando l’uso delle basi spagnole agli aerei militari statunitensi.

La Spagna e la presa di posizione anti USA

Forse Meloni voleva, paradossalmente, prendere ispirazione proprio da Sanchez, sperando così di riportare il termometro politico a suo favore. Ma l’Italia non è la Spagna. C’è una differenza abissale che è emersa in poche ore: quella di Sanchez è una precisa presa di posizione politica, quello italiano è stato un goffo tentativo di operazione politica. Ma in realtà non è stato altro che ordinaria amministrazione, l’implementazione di quello che i trattati dicono che si possa e non si possa fare.

Meloni non ha affatto scaricato Trump, nonostante sia consapevole che l’amicizia personale e politica con gli Stati Uniti in questo momento, non sia affatto popolare in Italia. La guerra che ha scatenato nel Golfo sta avendo effetti economici disastrosi. I prezzi continuano ad aumentare, in primis quelli dei carburanti, ed è difficile spiegare a un Paese che si stanno difendendo gli interessi nazionali se si continua a non ostacolare in alcun modo il primo soggetto che li mette a repentaglio.

La guerra degli Stati Uniti

La guerra di Trump sta avendo conseguenze molto concrete sui Paesi europei. La Commissione europea ha calcolato che dai giorni dei primi attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il prezzo del gas è aumentato di circa il 70%, mentre quello del petrolio è quasi raddoppiato. Ragion per cui, da Bruxelles, hanno invitato i Paesi dell’Unione ad adottare una serie di misure che ricordano le grandi crisi petrolifere degli anni Settanta, sottolineando che lo shock energetico durerà ancora a lungo.

Come si spiega allora alla cittadinanza intera – che si trova a pagare il carburante due euro al litro, che vede le proprie bollette aumentare vertiginosamente i costi – che tutte queste misure vanno accettate senza mettere in discussione l’alleanza con l’amministrazione che non solo ha innescato tutto questo senza nemmeno avvisare i – presunti – alleati. Ma a cui nemmeno importa di peggiorare le cose. I media statunitensi infatti raccontano che Trump si sarebbe deciso a completare le operazioni in Iran – altamente impopolari anche Oltreoceano – nelle prossime due o tre settimane, anche a costo di chiudere la guerra con lo Stretto di Hormuz ancora impraticabile.

Gli effetti della crisi

Per capirci, da quel canale passa circa un quinto della produzione globale del petrolio. Cioè quella che rifornisce in primis l’Europa e l’Asia. Anche se gli Stati Uniti, a causa della globalizzazione, stanno risentendo gli effetti dell’aumento dei prezzi, sono comunque indipendenti sul piano energetico. Per cui si potrebbero permettere di dire stop ai bombardamenti prima della riapertura dello Stretto. Ovviamente questo complica, e non di poco, le cose agli europei. Che magari nelle prossime settimane riusciranno a non farsi trascinare in guerra, ma resteranno comunque i più colpiti dalla crisi. E si troveranno a fare i conti, alla fine, con una rotta commerciale strategica divenuta impraticabile.

E non è nemmeno tutto. Perché oltre a minacciare di disinteressarsi dello Stretto, Trump è anche tornato a minacciare di uscire dalla Nato. E a quel punto Meloni avrà ancora più cose da spiegare.

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