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Non sappiamo ancora come sia morta Zoe Trinchero. Dovremmo aspettare l’autopsia per capire se siano stati i pugni, lo strangolamento o la caduta in quel canale di Nizza Monferrato dove il suo corpo è stato recuperato. Quello che sappiamo è che è stata uccisa da un ragazzo di 19 anni, Alez Manna, che ci aveva provato ed era stato rifiutato.
Dalle prime ricostruzioni il 6 febbraio Zoe è andata come sempre a lavoro al bar della stazione. Un lavoro, a quello che hanno raccontato in questi giorni gli amici della ragazza, a cui teneva per ottenere una stabilità che desiderava moltissimo. Dopo aver finito il turno, ha raggiunto un gruppo di amici per cena, per poi allontanarsi con uno di loro: Alex Manna. E da quel momento è scomparsa.
Il femminicidio di Zoe Trinchero
Lui stesso avrebbe fatto poi scattare l’allarme, raccontando agli altri amici di essere stato aggredito mentre era con lei da un giovane di origine nordafricana con dei problemi psichici, noto in Paese. La voce si è subito diffusa e una piccola folla si è radunata sotto casa dell’uomo minacciando la gogna. I carabinieri sono dovuti intervenire per proteggerlo da quello che sarebbe potuto accadere. Fin da subito è emerso che non aveva nulla a che fare con la sparizione di Zoe.
Il corpo della ragazza è stato ritrovato poco dopo, in un canalone. È caduto da un’altezza di alcuni metri. Ma l’ipotesi di un incidente non è mai stata nemmeno sul tavolo. Sul volto e sul collo c’erano i segni dei pugni e dello strangolamento. L’attenzione degli inquirenti si è concentrata immediatamente su Alex Manna, che era l’ultima persona ad averla vista in vita e la persona ad aver fornito una ricostruzione degli eventi poco credibile, con troppi elementi che non tornavano.
E infatti, dopo qualche ora di interrogatorio, Manna ha confessato tutto. Ha ammesso di essere stato lui ad ucciderla e di aver cercato di depistare le indagini, puntando il dito contro un altro uomo. Avrebbe detto, questo almeno è quello che riferiscono i giornali, che aveva fatto il suo nome perché in giro “si sa che è un po’ strano”. Ha ammesso di aver raccontato di essere stato aggredito e di essere scappato. Avrebbe anche detto: “Mi dispiace, ho fatto male”.
L’incapacità di accettare un rifiuto
Insomma, avrebbe espresso dispiacere per il tentativo di depistaggio che ha rischiato di causare il linciaggio di un’altra persona. A Zoe non sembrerebbe aver riservato lo stesso dispiacere. Sempre secondo quello che raccontano i giornali, agli inquirenti avrebbe detto di averle dato un pugno – o forse più pugni – dopo una discussione e di non sapere bene il perché. Ma comunque, ci ha tenuto a precisare, non l’ha buttata lui giù nel canale. Ci sarebbe caduta da sola. Lui l’avrebbe semplicemente lasciata cadere. L’autopsia ci dirà se quando è caduta in quel canalone Zoe era ancora viva. Ci dirà se avrebbe potuto essere salvata. Fatto sta che Alex Manna l’ha colpita, l’ha strangolata, l’ha lasciata lì, è andato a casa a cambiarsi i vestiti sporchi di sangue e poi ha raccontato a tutti di essere stato aggredito da una terza persona.
Ancora una volta un uomo – giovanissimo, 19 anni – che uccide perché non è capace di accettare un no, un rifiuto. Non è capace di accettare che una donna possa decidere per sé stessa. Possa volere cose che non coincidono con quello che vuole lui. E chiaramente tutto questo ha a che vedere con la donna concepita come oggetto, piuttosto che come soggetto, che esiste solo in funzione della volontà e del desiderio maschile.
L’emergenza tra i giovanissimi
Questo non è un retaggio culturale che appartiene al passato, di cui ci stiamo liberando con l’emancipazione delle donne e le battaglie di genere. Tutto il contrario. Perché se da un lato le giovani donne hanno intrapreso e portano avanti un percorso di liberazione rispetto ai vecchi modelli che le volevano subalterne e relegate a determinati spazi e discorsi; dall’altro i giovani uomini stanno reagendo con aggressività a questo cambiamento. Forse perché sono lasciati soli senza modelli alternativi e gli unici riferimenti che trovano sono quelli sempre più radicali della manosfera. Che non è più una nicchia online, ma qualcosa di mainstram, che attecchisce sempre di più tra le giovani generazioni.
La questione anagrafica torna a lanciare un allarme gigantesco. Giulia Cecchettin, Sara Campanella, Ilaria Sula, Martina Carbonaro. Quante ragazze, quante giovani donne, hanno perso la vita, uccise da uomini e ragazzi che non accettavano la loro libertà.
Oltre una donna uccisa a settimana nel 2026
Manca educazione, mancano strumenti. Che devono essere pensati per parlare al maschile: quando la smetteremo di insegnare alle ragazze come riconoscere il problema e inizieremo a educare i ragazzi ad accettare i rifiuti, il rispetto dell’altro, ad abbandonare l’idea del controllo e del possesso come forma di amore e di relazione?
Dall’inzio dell’anno – questi sono i numeri dell’Osservatorio di Non Una di Meno – sono state uccise sette donne. Sono più di una a settimana. Gli operatori e le operatrici che vanno nelle scuole ci raccontano come sia sempre più ampio un divario tra i giovanissimi, tra le ragazze sempre più informate e consapevoli e i ragazzi sempre più sulla difensiva, sempre più aggressivi. Lo smantellamento del patriarcato passa anche attraverso la costruzione dell’alternativa. Altrimenti continueremo ad assistere a questi processi di radicalizzazione del maschile, che tornano a idolatrare modelli che speravamo di aver archiviato nel passato, basati sulla prevaricazione e sul controllo totale. Altrimenti continueremo a contare sempre più ragazze e donne uccise.
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