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Quando nasce un figlio, in Italia, la donna ha diritto a un congedo di maternità pienamente retribuito di cinque mesi, mentre quello del padre si ferma a 10 giorni. Ora, ovviamente ci sono delle differenze biologiche che impongono alla madre di restare a casa appena nasce un figlio. Perché deve riprendersi dal parto e dai 9 mesi di gravidanza, perché in molti casi deve allattare, e così via. Per i padri, però, dieci giorni sono davvero pochissimi. E non solo per quanto riguarda il momento immediatamente successivo alla nascita. Ma anche nei mesi successivi, quando potrebbe effettivamente essere lui a farsi carico del figlio, ma la legge non glielo permette.
Come funziona il congedo parentale in Italia
E questo scompenso ha ricadute enormi sugli equilibri di genere, oltre che ovviamente sul benessere dei papà, che hanno pochissimo tempo a disposizione da passare accanto ai figli appena nati e accanto alla compagna. Avere una differenza tale nei congedi significa, di fatto, avallare tutte le discriminazioni che le donne subiscono sul lavoro: le difficoltà di carriera e di crescita professionale, le stabilizzazioni che non arrivano per paura che rimanga a casa, i part time obbligati e così via. E, al tempo stesso, significa anche porre il carico di cura della famiglia unicamente sulle spalle delle donne, o quasi.
La situazione in Europa: il modello scandinavo e spagnolo
Per tutte queste ragioni, da anni c’è un dibattito su come rendere i congedi più equi. O appunto, paritari. Nei Paesi del Nord Europa questo è da tempo già realtà. Ad esempio in Svezia sia alla madre che al padre spetta oltre un anno di congedo, da poter usare a proprio piacimento entro il compimento del nono anno del figlio. E non è una misura pensata esclusivamente in termini di equità di genere, ma anche in termini economici, per garantire una crescita più solida al Paese. Anche la Finlandia prevede un congedo paritario, che per entrambi i genitori dura fino a sei mesi. E infine, la Norvegia è stato il primo Paese a rendere il congedo obbligatorio per i papà. E qui si pone un altro tema, quello dell’obbligatorietà, a cui arriveremo a breve.
Non sono solo i Paesi scandinavi ad essere più avanzati da questo punto di vista. C’è anche la Spagna, che ha un congedo di 19 settimane per ciascun genitore. La Spagna è un Paese che se qualche anno fa veniva considerato simile all’Italia – per posizione geografica, lingua, cultura, ma anche economia spesso e volentieri in difficoltà – oggi è invece un Paese che si distingue sempre di più dal nostro. E la questione dei congedi non fa differenza.
In Italia appunto i padri hanno 10 giorni, di cui possono che possono utilizzare in un periodo di tempo che va dai due mesi prima ai cinque mesi dopo il parto. E questo è allo stesso tempo insufficiente per gli uomini e discriminante per le donne.
La proposta delle opposizioni
Così tutte le opposizioni – unite, per una volta senza nemmeno un distinguo, quindi Partito democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza verdi e sinistra, Italia Viva, +Europa e Azione – hanno presentato una proposta di legge comune per rendere il congedo paritario a tutti gli effetti, o quasi: 5 mesi di cui 4 obbligatori. Su questo va aperta una parentesi: il punto di questa proposta di legge non era solamente equiparare le mensilità di congedo, ma anche renderle obbligatorie per i padri. Perché in Italia c’è anche un problema culturale forte da dover affrontare.
Perché è una questione culturale
Sicuramente negli ultimi anni stanno aumentando i padri che usufruiscono del congedo, che si assentano dal lavoro per prendersi cura della casa e della famiglia alla nascita di un figlio. Ma non è ancora qualcosa di automatico, perchè appunto esiste uno stigma culturale che vuole l’uomo a lavoro, a portare a casa la pagnotta, e la donna a casa con la prole. Per cui la verità – e ce lo dicono i dati, anche su quando c’è stato il passaggio da 7 a 10 giorni di congedo – è che anche in presenza di cinque mesi di congedo, se facoltativi, ancora tanti uomini probabilmente non ne usufruirebbero a pieno. A differenza delle donne.
L’affondo della destra
Ma, al di là di queste specifiche, la proposta è stata affossata dalla maggioranza di centrodestra. Prima ha chiesto un parere alla Ragioneria generale dello Stato, che ha parlato di coperture finanziarie non idonee. Poi in commissione Bilancio ha approvato un parere negativo chiedendo di sopprimere, nei fatti, la proposta. E infine ha negato la proposta delle opposizioni di andare in Aula per provare a rivedere le coperture. Insomma, ha affossato il congedo paritario.
Il commento alla Camera di Elly Schlein, che era la prima firmataria di questa proposta, è stato molto duro. Ha chiesto a che serve avere una presidente del Consiglio donna, se poi non si batte per migliorare le condizioni di vita di tutte le altre donne. Ma il punto è anche un altro: a che serve mettere tra le priorità del proprio piano di governo il sostegno alla natalità, se poi non si riesce nemmeno ad approvare una misura come quella del congedo paritario?
In che modo si pensa di poter sostenere la natalità se non con misure come questa, oltre che con gli asili nido e gli aiuti economici alle famiglie? Con gli slogan sulla famiglia del Mulino Bianco? Questa è l’ennesima occasione mancata, che ancora una volta peserà prima di tutto sulla quotidianità di tutte le donne, perché anche se non hai figli, per un datore di lavoro sarai sempre vista come una potenziale madre, e quindi una potenziale perdita in termini economici. E peserà su tutto il Paese, che resterà tra gli ultimi in Europa, senza la capacità di vedere che altri modelli sono possibili. E sono migliori per tutti.
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