Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

Lo ha confermato ieri sera il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, nel nord dell’Iraq, non ci sono né vittime né feriti tra il personale italiano, stanno tutti bene e al sicuro nel bunker. Il comandante del contingente italiano, Stefano Pezzotti, ha parlato a Sky Tg24 e ha detto che in realtà la tipologia di minaccia è ancora in fase di accertamento, non si capisce bene se sia un drone o un missile. Ad ogni modo, c’è stata un’esplosione che ha causato danni infrastrutturali, materiali alla base: l’allarme di minaccia aerea, ha ricostruito il comandante, si è attivato verso le 8.30, quindi tutto il personale, seguendo la procedura, si è recato verso il bunker per mettersi in sicurezza. E poi, poco prima dell’una, la minaccia aerea ha effettivamente colpito la base italiana, provocando una forte esplosione.
L'attacco alla base di Erbil
Tutti stanno bene, erano appunto dentro il bunker che li ha tenuti al sicuro nel momento dell’esplosione, ma è chiaro che quello che è successo è la prova di un allargamento del conflitto che rischia di essere totalmente fuori controllo. Ora l’allarme aereo sarebbe rientrato, gli artificieri della coalizione sono sul posto per mettere in sicurezza la base, ma comunque tre droni sono stati intercettati nelle vicinanze, sopra le città di Erbil e Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno.
Antonio Tajani, il ministro degli Esteri, oggi ha parlato con l’ambasciatore iracheno in Iraq e sui suoi canali social ha mandato un messaggio di solidarietà e gratitudine ai nostri militari. Lo stesso ha fatto Giorgia Meloni, che ha espresso vicinanza ai soldati e ha detto che l’Italia è orgogliosa del loro coraggio e della loro professionalità nel lavorare quotidianamente per la pace e la sicurezza in teatri di crisi così pericolosi.
Cos'è Camp Singara
Ad essere colpita è stata la base di Camp Singara, appunto nel nord dell’Iraq, al confine con Siria e Turchia, in quella regione che conosciamo come il Kurdistan iracheno. L’Italia è presente in questa zona, con la sua base militare, da circa 14 anni: la base era nata nel seno delle operazioni anti-ISIS e ospita centinaia di militari italiani, che non sono impegnati in operazioni di combattimento diretto, ma più che altro nell’addestramento delle forza di sicurezza curde, i Peshmerga, e irachene. Sono forze che per anni sono state in prima linea contro l’avanzata dello Stato islamico e che appunto i militari italiani supportano, lavorando fianco a fianco, per garantire la stabilità della regione ed evitare il ritorno del terrorismo fondamentalista.
La presenza italiana nel Golfo
Per questo quella di Erbil è una base che ha un’importanza strategica importantissima: la presenza dell’Italia lì è cruciale per le forze Nato, ma anche per la rappresentanza del nostro Paese in quella regione. L’Italia infatti è ben vista sia dalle autorità irachene che da quelle curde e negli anni si è ritagliata un ruolo nell’assicurare un Iraq stabile e libero dalle violenze. Colpire questa base e la presenza dell’Italia vuol dire potenzialmente destabilizzare un’intera regione. Per questo appaiono surreali i discorsi che in questi giorni abbiamo sentito dai rappresentanti del governo, che continuano a insistere sul fatto che l’Italia non sia in guerra, come se quello che sta accadendo nel Golfo non avesse nulla a che fare con noi. Non è così: le nostre basi e la nostra presenza in Medio Oriente viene colpita, abbiamo mandato una nave militare a Cipro per difendere l’isola dai droni iraniani, risentiamo degli effetti economici della crisi che passa dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, mandiamo sistemi di difesa aerea agli alleati nel Golfo.
Ci troviamo a dover gestire le conseguenze di un conflitto che Donald Trump, alleato personale e politico di Giorgia Meloni, ha scatenato insieme a Israele, attaccando l’Iran, senza né consultare né avvisare l’Europa. E il disastro di quella decisione è ogni giorno sempre più evidente. Questa è una guerra tragicomica: il caos è alle stelle e non sappiamo nemmeno bene il perché. Non sappiamo quale sia il reale obiettivo di Trump e quale sia la strategia degli Stati Uniti, di fronte alla feroce risposta degli Ayatollah. Qual è lo scopo della Casa Bianca? Lo smantellamento del programma nucleare iraniano? Il regime change? Il supporto alla popolazione iraniana dai Guardiani della Rivoluzione? Oppure il controllo dei flussi di petrolio?
L'obiettivo degli USA
In nessuno di questi casi gli Stati Uniti sembrano essersi avvicinati ai loro obiettivi. Perché a un Khamenei si è sostituito un altro Khamenei, perché sul programma atomico continuiamo a non sapere nulla – e invece abbiamo imparato molto bene che l’Iran può comunque contare su una potenza di fuoco devastante, su un arsenale missilistico che sta infliggendo danni importanti in tutto il Golfo – la popolazione civile se non rischia la vita a causa dei Pasdaran la rischia a causa dei bombardamenti, e sul petrolio ci sono solo cattive notizie, con il prezzo che è schizzato ai 100 dollari al barile e Teheran che minaccia di farlo addirittura raddoppiare mantenendo sigillato lo Stretto di Hormuz.
Trump aveva sottovalutato il pericolo? Ha mai avuto un piano? In questo momento la priorità del resto del mondo è evitare l’ulteriore escalation e trovare una soluzione alla devastante crisi economica ed energetica che rischia di scatenarsi. Però arriverà un momento in cui dovremmo provare a rispondere a queste domande. E a fare anche qualche riflessione conseguente.
Se questo contenuto ti è piaciuto, clicca su "segui" per non perderti i prossimi episodi.
Se vuoi accedere ad altri contenuti esclusivi e sostenere il nostro lavoro, abbonati a Fanpage.it!