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Negli ultimi anni, i Consigli europei particolarmente complessi, tra crisi internazionali e shock geopolitici di vario tipo, non hanno fatto che aumentare. Quello di ieri non è stato da meno. Si è discusso di guerra in Ucraina, con un appello di Zelensky a non essere lasciato solo mentre gli occhi del resto del mondo guardano altrove, e poi ovviamente si è parlato della guerra nel Golfo, dell’instabilità sempre più critica in Medio Oriente. Ovviamente in questo quadro si è inserita anche la discussione sullo stretto di Hormuz e sulle conseguenze disastrose che sta avendo la sua chiusura. Alla fine ne è uscito un comunicato di sei Paesi, cinque europei a cui si è aggiunto il Giappone, che parla di un’iniziativa congiunta per riaprire questa importantissima rotta commerciale. Quella da cui passa un quinto del petrolio e del gas globale, per capirci.
I Paesi che partecipano all'iniziativa
In questa rosa di Paesi c’è anche l’Italia. Gli altri sono Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone. E il Canada ha fatto sapere di essere pronto ad accordarsi. Nello specifico il comunicato afferma che i sei leader di questi Paesi sono “pronti a contribuire agli sforzi appropriati per assicurare il transito in sicurezza attraverso lo stretto” di Hormuz e apprezzano “l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella fase preliminare di pianificazione”. Non solo, c’è anche la condanna degli attacchi condotti dall’Iran contro le imbarcazioni nel Golfo, contro le infrastrutture civili, come gli impianti del gas o petroliferi, e la chiusura de facto dello stretto.
Ma ad avere catturato l’attenzione – e ad aver anche innescato reazioni scomposte tra la denuncia e la paura – è stata la parte sugli “sforzi appropriati” per garantire che le navi commerciali possano continuare a navigare nel Golfo, attraverso lo stretto di Hormuz. È una formula volutamente vaga, che di fatto non dice nulla. Ma proprio per questa sua definizione poco chiara, potrebbe aprire a molte cose. Anche all’intervento militare. Del resto, per garantire alle navi cargo di passare indisturbate per quella rotta – una rotta disseminata di mine iraniane, e che Teheran minaccia di colpire con i suoi missili – bisognerebbe mobilitare delle navi militari per scortarle. E per difenderle, quindi, in caso di attacco.
Una missione militare?
Cosa significa questo? Neutralizzare i missili? Rispondere all’attacco con altri missili? In entrambi i casi avremmo delle navi militari di Paesi europei, Paesi Nato o del G7, nel mirino dei Pasdaran. Vorrebbe dire, di fatto, prendere parto al conflitto. E questa è una cosa che, tutti i Paesi europei lo hanno già chiarito soprattutto a Donald Trump in mille modi, non è nell’interesse di nessuno.
La posizione dell'Italia e di Meloni
Giorgia Meloni lo ha subito chiarito, appena è uscito il comunicato. Ha detto di voler essere chiara, perchè avevano già iniziato a circolare delle interpretazioni che ha definito forzate. E ha assicurato che nessuno pensa a una missione militare per forzare il blocco dello stretto di Hormuz, ma che quello a cui si sta pensando è come offrire il contributo per garantire e difendere la libertà di navigazione. Ma questo, ha sottolineato Meloni, è più probabile che avvenga in una fase post-conflitto. Anche Francia e Germania, Emmanuel Macron e Friedrich Merz, hanno quasi subito chiarito che prima deve arrivare la de-escalation e solo dopo si potrà ragionare di questa iniziativa. Ma è chiaro che, con questa formula aperta, nulla è da escludere. E forse è proprio quello il messaggio che si vuole dare.
Da parte italiana, hanno ribadito il concetto anche i ministri Tajani e Crosetto, che hanno spiegato che questa iniziativa non è una missione di guerra e che nessuno sta pensando di andare a Hormuz senza una tregua. E, hanno aggiunto, senza un’iniziativa multilaterale estesa. I ministri, con questo, hanno messo anche un altro elemento sul tavolo: le Nazioni Unite. Infatti hanno sottolineato che l’Onu dovrebbe offrire la cornice giuridica per questa iniziativa. In altre parole, la missione dovrebbe realizzarsi sotto l’egida dell’ONU.
Il ruolo dell'Onu
In effetti ci sarebbe una risoluzione della Nazioni Unite, la 2817, che tutela la libertà di navigazione, e a cui ci si potrebbe quindi appellare per un piano del genere. Ma c’è un problema. Che azioni multilaterali in una zona comunque di conflitto armato, hanno bisogno del lasciapassare del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove siedono anche Russia e Cina. Che non hanno alcuna intenzione di fare un favore agli europei, figuriamoci agli Stati Uniti. La Russia, del resto, sta beneficiando dell’aumento dei prezzi del greggio e la Cina, invece, gode del favore iraniano che sta permettendo ai barili destinati a Pechino di continuare a transitare.
Insomma, un ombrello dell’Onu è davvero complicato da immaginare in questo momento, però anche solo richiederlo è un modo per richiamare il diritto internazionale “ufficiale”, da contrapporre alle iniziative unilaterali e arbitrarie di Donald Trump. Su questo fronte, sia Macron che Merz hanno specificato che l’Europa è pronta ad aiutare Trump. Un tentativo di ricucire dopo che, alcuni giorni fa, il presidente statunitense aveva chiesto alla Nato – quindi ai partner europei – di intervenire nel Golfo, e si era trovato di fronte a un muro di diniego. Oggi l’Europa, con questa iniziativa, gli dice di essere pronta ad aiutare, ma solo quando saranno finite le ostilità. E questo significa sia i missili iraniani, ma anche quelli israeliani e statunitensi.
La reazione di Trump
Trump non l’ha presa troppo bene. È andato subito su Truth, ha detto che senza gli Stati Uniti la Nato è una tigre di carta, che una manovra militare nello Stretto di Hormuz sarebbe così semplice, con così pochi rischi per la Nato e ridurrebbe i prezzi alti del petrolio, di cui gli europei si lamentano tanto. Europei – gli alleati storici – che ha definito in conclusione dei codardi, promettendo che gli Stati Uniti non dimenticheranno quello che è stato loro fatto.
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