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Forse era più facile combattere il patriarcato quando le donne non avevano, sulla carta, gli stessi diritti degli uomini. Affermazione impopolare, è vero, ma almeno la discriminazione era messa nero su bianco e nessuno poteva dire che non esistesse una discrepanza tra quello che era concesso agli uomini e quello che era concesso alle donne.
Oggi le discriminazioni continuano a esistere. Ma sono più subdole, si nascondono, possono essere complesse da misurare. Il patriarcato non sta solo nei femminicidi e negli stupri. Nella violenza fisica chiaramente è più visibile, ma va ben oltre. Pervade la nostra cultura in ogni dettaglio, a tal punto che a volte non ci accorgiamo della sua presenza. Ma sono abbastanza sicura del fatto che qualsiasi donna stia capendo quello che intendo. Il patriarcato sta nelle palpate sui mezzi pubblici, nel camminare la sera per strada con le chiavi tra le dita, nel dare per scontato che in un meeting di lavoro l’unica donna presente sia la segretaria, nel vedere un partner che si aspetta che sia la compagna a tenere in ordine casa. La discriminazione è quotidiana, è ovunque. E in quanto tale è interiorizzata, è normalizzata. Fino a diventare, agli occhi di molti, invisibile.
Il patriarcato è diventato più subdolo
E allora diventa ancora più difficile contrastare il machismo. Perché non tutti siamo d’accordo sul fatto che sia effettivamente lì. C’è chi non lo definisce patriarcato, ma normalità. Famiglia tradizionale. Cultura cristiana. Quando le donne denunciano quello che devono sopportare ogni giorno, spesso non vengono credute. Ci dite che siamo esagerate, che ci lamentiamo di ogni cosa, che non si può più dire niente, eccetera. Le donne vengono screditate, denigrate, definite bugiarde.
Negli ultimi anni c’è sempre più resistenza, più aggressività, nei confronti del femminismo. E il motivo è abbastanza evidente: la frattura si sta allargando. Sempre più donne (e anche qualche uomo) hanno portato avanti un’opera di decostruzione che le ha rese più consapevoli della pervasività del sistema patriarcale, anche nelle sue forme invisibili. E da questa consapevolezza nasce la mobilitazione per contrastare discriminazioni e ingiustizie. Ma dall’altro lato, c’è una fetta di società – prettamente maschile, ovviamente – che frena, che si oppone a questo cambiamento. E non perché sia ancorata esplicitamente a vecchi modelli di supremazia di cui ha beneficiato in prima persona. No, il Guardian ha pubblicato proprio questa settimana un’indagine secondo cui, tra la Gen Z, circa un terzo dei ragazzi e dei giovani uomini pensa che le mogli debbano obbedire ai propri mariti.
Un modello che pesa su tutti, uomini compresi
Anche gli uomini subiscono il patriarcato, fin da giovanissimi. bell hooks, femminista e scrittrice statunitense, racconta come fin dalla nascita la sfera emotiva maschile venga oppressa, negata, da un assalto patriarcale che vuole il maschio immune dall’emozione, dal sentimento. E questo ha un impatto sulla psiche di bambini e ragazzi, genera sensazioni di ansia costante, aggressività. In un mondo che (per fortuna) cambia quei futuri uomini sono lasciati senza modelli alternativi, spesso si sentono accusati di essere parte del problema senza avere idea del perché e del come risolverlo. E alla fine rimane solo livore, risentimento e rabbia verso chi cerca di cambiare le cose.
In questa dicotomia, quindi, la lotta contro il sistema machista e patriarcale trova ostacoli. E uno di questi ostacoli è proprio la negazione che il problema esista. Perché se guardiamo indietro, pensiamo alle nostre nonne, è innegabile che viviamo in un mondo diverso (proprio grazie alle lotte delle femministe che ci hanno precedute). È innegabile che abbiamo più opportunità, più tutele, diritti che loro non avevano. Eppure la parità è qualcosa di lontano, ancora.
Perché la parità è ancora lontana
Perché abbiamo uno scarto di oltre il 20% tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile. Perché il lavoro di cura continua a ricadere sulle donne. Perché non abbiamo abbastanza donne nelle posizioni apicali e c’è davvero chi crede che sia normale e naturale, che sia la meritocrazia che funziona così. Perché la violenza spesso non viene nemmeno denunciata, per paura di sentirsi rispondere – come accade – di tornare a casa e fare pace con il proprio compagno. Perché vediamo – dal #MeToo con il caso Weinstein agli Epstein files adesso – come per decenni gli abusi siano stati coperti e normalizzati.
Non basta avere gli stessi diritti sulla carta per pensare di aver superato il patriarcato. Il patriarcato rimane ovunque. Oggi le donne si possono comprare una casa, sì, ma restano quelle a cui viene scaricata la maggior parte del lavoro domestico non retribuito dentro quelle stesse mura. Oggi le donne lavorano, ma si trovano a ricevere paghe più basse dei propri colleghi maschi o a non avere accesso agli stessi avanzamenti di carriera per il fatto che potrebbero rimanere incinte e quindi assentarsi per mesi. Oggi le donne scendono in politica, ma continuano a essere sottorappresentate e ad essere messe ai margini da uomini che legiferano sui nostri corpi, decidono se l’accesso all’aborto sicuro è un diritto o meno, se ci vuole davvero il consenso esplicito per definire uno stupro, decidono che va bene tassare gli assorbenti come prodotti di lusso, che non abbiamo bisogno di congedi o di tutele se soffriamo di dolore mestruale invalidante.
Il patriarcato è ancora ovunque, nella cultura, nell’educazione che diamo ai nostri figli e figlie, nei media. E anche se agli occhi di alcuni appare ancora invisibile, velato dalla normalità, ci siamo immersi fino al collo.
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