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Il governo di Giorgia Meloni rischia davvero di andare in crisi sulla riforma della legge elettorale?

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Giorgia Meloni non ha mai amato parlare apertamente di dimissioni, crisi di governo, voto anticipato. Quando questa primavera aveva vinto il No al referendum sulla riforma della Giustizia, la presidente del Consiglio era andata in Parlamento dicendo che aveva tutta l’intenzione di governare fino alla fine del mandato naturale e chiedendo perché mai avrebbe dovuto fare un passo indietro. E poi la frase motivazionale: “Un sì ti conferma, ma un no ti riaccende. Il rifiuto non è la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova spinta”. Ora però le cose sembrano essere un po’ cambiate. Forse perché è stato raggiunto quel tanto ambito record del governo più longevo della storia repubblicana, forse perché alla fine mancherebbero comunque pochi mesi visto che sembrano tutti convinti che si andrà a votare in primavera, ma Meloni ora mette in chiaro che alla Camera questa volta metterà la fiducia sulla nuova legge elettorale – lo Stabilicum – e se ci dovessero essere sorprese il governo ne dovrà prendere atto.

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Il percorso della legge elettorale

La riforma della legge elettorale era già stata discussa alla Camera quest’estate, quando alla maggioranza erano mancati i numeri e l’emendamento sulle preferenze era stato bocciato. Nel passaggio al Senato, però, Meloni ha trovato una quadra con i suoi e proprio sulle preferenze si è arrivati a un compromesso. Si prevede che in ogni lista ci sia un capolista bloccato, ma che gli elettori possano esprimere fino a tre preferenze sul resto dell’elenco, con alternanza di genere. Viste le modifiche, però, il testo deve tornare a Montecitorio e questa volta Meloni non ha intenzione di trovare sorprese. E quindi ha deciso di blindare la riforma con la fiducia, dicendo di essere pronta a dimettersi nel caso in cui anche questa volta al governo mancassero i numeri.

Ospite da Bruno Vespa ha detto che “quando non è passato l’emendamento sulle preferenze alla Camera con un voto segreto si è detto che il governo non avesse più la fiducia del Parlamento (…) chiaramente nel momento in cui si torna alla Camera credo che vada fatta chiarezza rispetto a questa accusa che era stata fatta”. E quindi, se non ci sarà la fiducia il governo ne prenderà atto facendo i bagagli e andando a casa.

La premier blinda la riforma

L’appuntamento è per i primi di ottobre. Tra qualche giorno il testo arriverà alla Camera e ci sarà l’esame degli emendamenti, per poi passare al voto in Aula. La decisione di Meloni di porre la fiducia – per quanto questa sia sempre stata una pratica molto usuale per il governo, nonostante alla maggioranza i numeri sulla carta non manchino – ci dice chiaramente che la presidente del Consiglio i chiarimenti in Senato non sono bastati. Teme ancora i franchi tiratori in uno scrutinio segreto. Solo che questa volta la posta in gioco è decisamente più alta.

In ogni scenario il centrodestra è in difficoltà. Se si andasse effettivamente a votare nel 2027 l’attuale maggioranza rischierebbe di passare i prossimi mesi ad assistere a un’erosione sempre più aggressiva di consensi. A maggior ragione con l’aprirsi di una sessione di bilancio molto meno favorevole del previsto: l’Italia infatti non uscirà in anticipo dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo, come speravano Giorgetti e Meloni, e ciò significa che anche la prossima Manovra dovrà essere incredibilmente austera. Impopolare, in altre parole. Allo stesso tempo, innescare la crisi e andare a votare subito non sarebbe affatto una garanzia di vittoria alle urne. Secondo l’ultima media dei sondaggi di Termometro Politico se si votasse oggi, con le attuali alleanze, il centrodestra perderebbe nettamente le elezioni.

Il centrodestra di governo in difficoltà

I due azionisti di minoranza nel governo, Lega e Forza Italia, sono crollati nei sondaggi. A preoccupare è soprattutto il Carroccio, che si fermerebbe a una cifra attorno al 5% (Forza Italia sarebbe appena qualche punto sopra, poco oltre il 7%) mentre cresce sempre di più Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Dall’ultima media la creatura politica dell’ex generale viene data al 7,6%, ma dei sondaggi interni (raccontano fonti di centrodestra citate dall’Ansa) lo darebbero addirittura al 12%. Una cifra tale da essere ago della bilancia. Se Vannacci restasse al di fuori della coalizione, come sembrerebbe voler fare, difficilmente il prossimo governo sarà in continuità con quello attuale.

Certo, Meloni potrebbe appellarsi al voto utile, dicendo chiaramente al bacino elettorale della destra che votare per Vannacci significherebbe consegnare Palazzo Chigi al campo largo. Ma non è detto che basti.

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