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Il fatalismo di Giorgia Meloni in Parlamento: l’Italia tra guerre, disordine mondiale e “cattive opzioni”

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Giorgia Meloni si è finalmente presentata in Parlamento per riferire, da presidente del Consiglio, sulla guerra in Iran. Finora c’era stato solo qualche post sui social o qualche intervista in trasmissioni decisamente benevole nei confronti di Palazzo Chigi. Ma con il Consiglio europeo in programma la prossima settimana, il passaggio alle Camere è diventato obbligatorio. In realtà il suo intervento non ha aggiunto molto alle cose che già erano emerse, anzi ha rafforzato questa strategia che abbiamo visto fin dal primo giorno di guerra: cioè nessuna presa di posizione forte, una difesa del diritto internazionale a parole a cui però segue l’assenza totale di condanne a chi lo ha violato per primo. Donald Trump, ad esempio.

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La posizione dell’Europa sulla guerra in Iran

In Europa abbiamo visto reazioni scomposte. C’è chi, come la Francia di Macron ha annunciato una spinta ulteriore al riarmo (in questo caso, anche nucleare), chi come la Spagna di Sanchez ha condannato gli Stati Uniti per aver creato il caos geopolitico, e infine chi – la maggior parte dei leader europei – che ha mantenuto una postura timida e silenziosa. Marginale.

Quello che stiamo vivendo non è uno scenario semplice, sia chiaro. Da un lato c’è l’Iran, governato con il pugno di ferro dal regime degli Ayatollah. Parliamo di un Paese che negli ultimi mesi ha ucciso migliaia e migliaia di suoi propri cittadini, soffocando le proteste nel sangue. Un Paese che arricchisce uranio a livelli che fanno presagire lo sviluppo dell’arma nucleare e che ostacola i controlli dell’Agenzia atomica. Un Paese che oggi sta lanciando rappresaglie su tutta la regione del Golfo, contro Paesi che non hanno preso parte ad alcuna aggressione.

Stati Uniti vs Iran

Dall’altro gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato per primi questo attacco all’Iran, parlando di attacco “preventivo”, che per il diritto internazionale non significa assolutamente nulla. Non c’è stato un passaggio interno alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale per la risoluzione del conflitto, si è passati alle armi senza avvisare gli alleati. Ci sono stati attacchi all’Iran che hanno preso di mira obiettivi civili, come quello alla scuola che ha ucciso oltre cento bambine.

Per l’Europa  è abbastanza semplice condannare il regime iraniano. Ma chiaramente è molto più complesso andare frontalmente in opposizione agli Stati Uniti, l’alleato storico, il pilastro della Nato e quindi di tutto nostro sistema di difesa militare. Ma, al tempo stesso, se l’Europa si volta dall’altra parte, accetta la possibilità di piegare il diritto internazionale a seconda dei propri comodi, di fatto si sta arrendendo alla legge del più forte. E questo vorrebbe dire cancellare tutta l’infrastruttura di regole e accordi che puntava a garantire la pace dopo la Seconda Guerra mondiale.

L’intervento di Meloni in Parlamento

Per Giorgia Meloni tutto questo è ancora più complicato perché ci va di mezzo il suo rapporto personale e politico con Trump, nonché questo ruolo di cui si era auto-incaricata di interlocutrice privilegiata e di ponte tra le due sponde dell’Atlantico. Quindi, come un’equilibrista, nel suo intervento in Parlamento ha cercato di mantenere assieme una serie di punti. Ha detto che secondo lei è una visione provinciale della politica quella che chiede ai governi di schierarsi da una parte o dall’altra. E che intende schierarsi solo con gli interessi dell’Italia, anche se non è chiarissimo quali siano questi.

Ha detto che questo conflitto non è iniziato il 26 febbraio di quest’anno, cioè nel giorno in cui gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato l’attacco, ma il 7 ottobre del 2023, quando Hamas ha lasciato il suo attacco in territorio israeliano. Ha chiamato anche in causa l’aggressione russa dell’Ucraina, dicendo che quello è stato il primo tassello che ha incrinato il sistema di diritto internazionale, perché ha visto la Russia – un Paese membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che avrebbe quindi il compito di garantire la pace e la sicurezza globale – scatenare un conflitto. Quello che sta accadendo nel Golfo, quindi, sarebbe figlio proprio di questa evidente crisi strutturale, di questo disordine internazionale. Precisamente, ha detto che “è in questo contesto di crisi strutturale del sistema internazionale, nel quale le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, che dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano”.

Il sistema internazionale in crisi

Meloni ha ribadito che l’Italia non prende parte e non intende prendere parte a questo intervento. Anzi, nei mesi scorsi insieme ad altri Paesi come l’Oman e il Qatar, aveva cercato di evitare l’escalation, ospitando anche a Roma un round di negoziati sul nucleare iraniano. Su questo fronte, sul fatto che non si sia riusciti ad arrivare ad un accordo, la presidente del Consiglio ha detto che è imprescindibile chiedersi il perché. Da un lato l’Iran, pur promettendo in ogni occasione di voler sviluppare un programma esclusivamente civile, energetico, per anni ha arricchito l’uranio a livelli che sono compatibili solo con l’ambizione militare. Dall’altro lato, non essendo stata l’Italia direttamente coinvolta nei negoziati, Meloni ha anche detto che per lei è impossibile giudicare le valutazioni che hanno portato gli Stati Uniti ad attaccare.

Quello che sta dicendo, in altre parole, è che il resto del mondo non dispone degli elementi per capire se ci fossero effettivamente delle motivazioni valide, delle minacce concrete e imminenti alla sicurezza globale, da giustificare l’attacco militare degli Stati Uniti. Appunto delle prove su un nuovo programma di arricchimento dell’Uranio, e la totale indisponibilità di Teheran di trovare un accordo, di restare sul piano della diplomazia. Ma il fatto che il resto della comunità internazionale non abbia elementi per giudicare già di per sè è un problema. Perché azioni militari di questo tipo non possono prescindere da un confronto con la comunità internazionale, con gli alleati. Altrimenti si rischia di replicare quanto accaduto nel 2003, quando l’invasione dell’Iraq è stata legittimata con delle armi di distruzione di massa che non alla fine non esistevano.

Di fronte a tutto questo Meloni ha semplicemente detto che: “Il punto è che noi viviamo, purtroppo, in un mondo che ci costringe a scegliere tra cattive opzioni. Quindi, da una parte consideriamo drammatico l'avvio di un altro conflitto, e non sottovalutiamo gli impatti diretti – soprattutto di carattere economico – che quel conflitto può generare per l'Italia, ma dall'altra sappiamo che si tratta di conseguenze che non sono neanche paragonabili ai rischi che correremmo se facessimo finta di nulla, di fronte allo scenario di un regime fondamentalista che massacra i suoi oppositori, colpisce i Paesi del Golfo e si dota di missili a lungo raggio con testate atomiche”.

La questione delle basi militari italiane

E quindi la linea è quella che Meloni ha definito della prudenza. Poi la presidente del Consiglio ha condannato la strage di bambine nella scuola di Minab, chiedendo che vengano accertate le responsabilità; ha confermato che l’Italia sta fornendo assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo e ha attaccato l’opposizione sulla questione delle basi militari italiane. Ha detto che la nostra linea è uguale a quella della Spagna, per cui si rispettano gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti, che prevedono l’uso delle basi per operazioni logistiche e non di bombardamento. E quindi ha detto di non capire come mai il centrosinistra elogia la Spagna ma attacca lei. Ad ogni modo, se arriverà dagli Stati Uniti la richiesta di usare le basi per altre ragioni, si deciderà cosa fare insieme al Parlamento.

Le conseguenze economiche

Poi Meloni ha parlato delle conseguenze economiche del conflitto, soprattutto per quanto riguarda i prezzi dell’energia. Ancora più in particolare, sui carburanti, ha detto che il governo sta valutando di attivare il meccanismo delle cosiddette accise mobili, nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile, cioè quel meccanismo che permette di usare la maggiore IVA, derivante dall’aumento dei prezzi, per ridurre appunto le accise. Non solo: Meloni ha anche lanciato una sorta di minaccia, dicendo che il governo è pronto ad aumentare le tasse a quelle imprese che si mettono a speculare sulla crisi, arricchendosi sulla pelle dei cittadini.

L'attacco ai giudici

Al prossimo Consiglio europeo, del 19 e 20 marzo, i vari capi di Stato e di governo discuteranno principalmente di questo: della guerra in Iran e in tutto il Golfo. Ma non solo. si farà il punto anche sull’altra guerra, quella in Ucraina, così come sulla competitività e sulla semplificazione burocratica. E infine sulle migrazioni. Su quest’ultimo punto, rivendicando che l’Europa riconosca come legittimo ed efficace il modello dei centri in Albania, Meloni ne ha anche approfittato per una stoccata ai giudici, a una decina di giorni dal referendum. Criticando la revoca dei trasferimenti nei Cpr in Albania, Meloni ha detto che queste decisioni dei giudici non trovano giustificazione nella normativa italiana, in quella europea e nel buonsenso. E ha concluso dicendo che sia desolante che per i giudici i migranti non possano essere trattenuti nemmeno se condannati per stupro. Meloni fa il suo, mette tutto quanto nello stesso calderone senza fare tutte le specifiche, senza spiegare cosa sia effettivamente successo, senza scendere nei dettagli della normativa. Lo fa perchè il referendum si avvicina. E il risultato non è affatto scontato.

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