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L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base militare di Sigonella. E questa è una notizia che potrebbe creare a Giorgia Meloni due problemi giganteschi, oltre a tutti quelli che già ha. Potrebbe far infuriare Donald Trump, come si era infuriato quando il premier spagnolo Pedro Sanchez, all’inizio della guerra, aveva detto che nessun caccia statunitense sarebbe mai partito dalle basi del suo Paese. E Trump allora aveva minacciato di tagliare tutti gli scambi commerciali con Madrid. Ma non solo, questa storia potrebbe dare alle opposizioni un’altra carta vincente da giocarsi. Perché questo divieto arriva dopo l’emergere di un piano per cui diversi cacciabombardieri statunitensi avrebbero dovuto fermarsi nelle nostre basi militari prima di ripartire per il Medio Oriente. Ma nelle scorse settimane sia Meloni che il ministro Crosetto avevano assicurato che le basi italiane non sarebbero state utilizzate per operazioni offensive e semmai fosse arrivata una richiesta in tal senso dalla Casa Bianca il governo non avrebbe deciso da solo: avrebbe coinvolto il Parlamento e, insieme, si sarebbe scelta la strada da prendere. Quindi, ora le cose sono due ed entrambe non vanno a favore del governo: perché o a qualche livello sono state nascoste informazioni, più probabile e forse quasi più grave, il governo italiano non è stato minimamente consultato da Trump e i suoi.
Il divieto su Sigonella
Giusto ieri era arrivata in commissione Difesa una richiesta di chiarimenti da parte del Movimento Cinque Stelle, che raccontava appunto come i cacciabombardieri statunitensi fossero stati monitorati mentre partivano verso est dalle nostre basi. E stamattina il Corriere della Sera ha dato la notizia: il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha negato agli Stati Uniti l’uso della base militare di Sigonella. O meglio, ha negato alcuni giorni fa l’atterraggio di un cacciabombardiere. Il divieto è scattato quando al ministero sono venuti a sapere di un piano di volo di alcuni aerei statunitensi, che prevedevano di atterrare a Sigonella e poi ripartire per il Medio Oriente, dove continuano i bombardiamenti all’Iran. Proprio qualche ora fa lo stesso Donald Trump, sui suoi social, ha pubblicato un video dei bombardamenti, per esaltare le operazioni statunitensi che avrebbero colpito un deposito di munizioni nella città iraniana di Isfahan.
Il Corriere ha specificato che nessuno, dagli Stati Uniti, avrebbe chiesto il via libera o anche solo consultato i vertici militari italiani. Questo piano sarebbe stato infatti inviato quando gli aerei erano già in volo. A quel punto sono partite le verifiche ed è subito risultato chiaramente che non si trattava di voli logistici o comunque di operazioni comprese nei trattati bilaterali tra Italia e Stati Uniti sull’uso di quelle basi. Quando Meloni e Crosetto sono andati in Parlamento per riferire sulla guerra, però, avevano assicurato che l’uso delle basi militari italiane concesso agli Stati Uniti sarebbe stato esclusivamente quello previsto dagli accordi tra i due Paesi. Accordi in cui non si parlava di operazioni offensive: in altre parole, non comprendevano la possibilità di usare le basi per decollare verso una zona di guerra e bombardarla. Se quella richiesta fosse arrivata, avevano detto sempre Meloni e Crosetto, sarebbe stata portata in Parlamento dove si sarebbe presa una decisione.
Ma, appunto, le cose sono andate in maniera diversa. Sarebbe stato il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, a chiamare Crosetto per informarlo di quello che stava succedendo, dopo essere stato a sua volta avvisato dallo Stato maggiore dell’Aeronautica. Crosetto quindi ha deciso di negare l’uso della base – una scelta che chiaramente andrà a incidere, non sappiamo ancora come, nei rapporti tra Stati Uniti e Italia – e a quel punto Portolano ha informato il Comando Usa.
La denuncia in commissione Difesa
Proprio ieri i parlamentari del Movimento Cinque Stelle in commissione Difesa alla Camera avevano fatto uscire una nota in cui denunciavano che i caccia statunitensi stessero ancora usando la base militare di Sigonella e chiedevano chiarezza.
"I log e i tracciati radar dei siti internet che monitorano il traffico aereo globale mostrano che dalla base di Sigonella continuano a transitare – oltre a droni, aerei spia e cargo della U.S. Navy – anche cacciabombardieri F-15 dell'U.S. Air Force in configurazione tattica, cioè da combattimento. Uno è decollato ieri alle 10:23 (GSTDR43), un altro è decollato venerdì alle 14:54 (FFAB123) e riatterrato sempre a Sigonella alle 17:31”.
I parlamentari poi spiegavano di avere posto in Aula alla Camera un’interpellanza urgente a Isabella Rauti, la sottosegretaria della Difesa, di Fratelli d’Italia, che però avrebbe definito “ricostruzioni fantasiose” queste denunce sui cacciabombardieri statunitensi in assetto da guerra a Sigonella. E, smentendo tutto quanto, aveva citato una nota dell’Aeronautica.
Il problema Trump
Chiaramente oggi le cose appaiono in maniera completamente diversa. Perché oggi sappiamo che dei cacciabombardieri statunitensi sono effettivamente transitati per Sigonella e non avrebbero dovuto. I primi commenti, da opposizione e maggioranza, sono simili per un certo verso: tutti dicono che Crosetto ha fatto bene, perché l’Italia non è in guerra e non ha alcuna intenzione di farcisi trascinare. Ma dall’opposizione chiedono anche di riferire, visto che la mancata richiesta degli Stati Uniti – di cui Giorgia Meloni continua a professarsi alleata e personalmente vicina a Trump – è molto grave. La situazione era stata già denunciata, dicono, e ora Crosetto deve spiegare. Perché, hanno aggiunto oggi sempre dal Movimento Cinque Stelle, “sarebbe la dimostrazione che gli Stati Uniti di Trump ritengono di poter usare le basi italiane come vogliono, oltre i limiti imposti dagli stessi accordi bilaterali, contando sull'acquiescenza della sua amica Meloni”.
La posizione del governo
Nel frattempo anche Palazzo Chigi è uscito con una nota, per dire la sua.
“In riferimento alle notizie di stampa sull’utilizzo delle basi militari, si ribadisce che l’Italia agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal Governo alle Camere. La linea dell’Esecutivo è chiara, coerente e già pienamente condivisa con il Parlamento, senza alcuna modifica. Ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato. Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione. Il Governo continuerà pertanto ad operare nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà del Governo e del Parlamento, garantendo al contempo affidabilità internazionale e piena tutela dell’interesse nazionale”.
Insomma, con questa nota il governo cerca di non lasciare spazio alle interpretazioni – che ovviamente ci sono – e che vogliono i rapporti tra Roma e Washington non così affabili come vengono descritti. Sulla stessa linea anche un post su X di Crosetto:
“Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi”.
Una linea che andrebbe bene, se ci fossero solo speculazioni infondate sul transito di cacciabombardieri statunitensi. Ma non è proprio così. Ci sono autorizzazioni non richieste e ci sono divieti espliciti, ma tardivi, della Difesa. Per quanto questo governo continui a ripetere che va tutto bene, che è tutto sotto controllo, che gli Stati Uniti sono un alleato affidabile e che l’Italia non è in guerra, le cose appaiono un po’ più complesse di così ogni giorno che passa.
Vignarca e le sfide future
E sono destinate a complicarsi ancora. Perché la guerra con l’Iran non accenna alla de-escalation e la gestione delle basi statunitensi è poco trasparente by design. Per capirci di più ho chiamato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana Pace e Disarmo, che mi ha spiegato che quella di Sigonella è una joint base, per cui ci dovrebbe essere (almeno in linea teorica) una gestione congiunta, che prevede permessi e autorizzazioni, anche se come abbiamo visto non sempre gli Stati Uniti rispettano alla lettera tutti i procedimenti. Ma comunque sul territorio italiano ci sono altre basi, come quella di Aviano, che sono basi statunitensi, per cui è ancora più difficile sapere dall’esterno cosa succede.
E un conto è, mi ha detto sempre Vignarca, se restiamo nel campo delle operazioni aeree. Ma se la strategia militare statunitense in Iran dovesse cambiare, si potrebbero aprire altre finestre. Entrerebbe in gioco, ad esempio, Camp Darby in Toscana, che è uno dei principali depositi di munizioni statunitensi del Mediterraneo. Che tipo di informazioni andrebbero condivise, a quel punto? Le munizioni potrebbero partire dal suolo italiano, per andare a colpire il Golfo? E ancora, se si arrivasse a un’invasione di terra, che ruolo avrebbero le truppe dispiegate a Vicenza, alla Caserma Del Din, che sono delle forze di risposta rapida?
Tutte queste domande rischiano di arrivare sul tavolo prima del previsto. E a quel punto i comunicati per cui va tutto bene servirebbero a poco. Il governo dovrebbe dare una serie di risposte, una volta per tutte.
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