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Giorgia Meloni e lo spettro della crisi di governo dopo i vari addii in maggioranza

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Per fortuna che non era un voto politico, quello al referendum sulla Giustizia. Certo, se lo fosse stato sarebbe più semplice spiegare perché negli ultimi giorni, sono arrivate, una dopo l’altra, diverse dimissioni dal proprio incarico. Nel governo prima è stata la volta della capa di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, poi del sottosegretario Andrea Delmastro, e infine della ministra del Turismo, Daniela Santanché. Quindi di una ministra che non aveva nulla a che fare con il quesito referendario, e di cui le opposizioni chiedevano le dimissioni già da tempo, viste le indagini a suo carico per falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dell’Inps. Ma questo terremoto non riguarda esclusivamente l’esecutivo. Si è iniziato a far sentire, con le sue scosse, anche nella maggioranza in Parlamento. Oggi infatti Maurizio Gasparri, esponente storico di Forza Italia, si è dimesso dal suo incarico di capogruppo del partito in Senato.

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Tra i berlusconiani le cose hanno cominciato ad agitarsi già ieri pomeriggio, quando è iniziata a girare una raccolta firme, che sarebbe stata promossa da Claudio Lotito, per chiedere un rinnovamento del gruppo. Ci sarebbero di mezzo i malumori per il risultato del referendum, in cui comunque è stata sottoposta al voto una riforma sulla Giustizia, una delle misure simbolo di Forza Italia, ma anche un nervosismo più radicato e diffuso. Un nervosismo che si era esplicitato, per fare un esempio, anche in quella richiesta di volti giovani, di rinnovamento nel partito, che era già arrivata anche dai figli di Berlusconi in tempi non sospetti.

Oggi Repubblica scrive che anche la sfiducia in Senato nei confronti del capogruppo Gasparri sarebbe un’operazione partita proprio da Marina Berlusconi, intenzionata a non far rimanere il risultato del referendum senza conseguenze. E così a Roma sarebbe arrivata la richiesta di un cambio di passo, che non riguarda direttamente il segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, ma le prime linee. Per ora le conseguenze sono limitate a Gasparri, ma è difficile pensare che si limiteranno a lui.

Se poi consideriamo che tutto questo avviene contestualmente a tre dimissioni nell’area del governo, è chiaro che le fibrillazioni non si fermeranno, né si accontenteranno di qualche cambio di nominativo. Non siamo ancora alla crisi di governo, ma è chiaro che si respira aria di crisi all’interno del governo. Non è pensabile che non ci siano conseguenze, quando saltano così tante teste, per dirla in modo figurati. E per quanto dal governo continuano tutti a giurare che non si tratti di una crisi politica, cause ed effetti sono tutti politici. Un referendum costituzionale è la cosa più politica che ci possa essere. Il voto di milioni e milioni di italiani è stato politico, per tanti versi. Sul contenuto della riforma, sull’indebolimento del potere giudiziario a favore di quello esecutivo, sui metodi di un governo che tocca la Costituzione con un blitz, senza dibattito o coinvolgimento parlamentare. Ma anche su tante altre cose, sulla politica estera, le guerre, le crisi energetiche ed economiche.

Per Giorgia Meloni ragionare ora di elezioni anticipate potrebbe essere una strategia azzardata, ma vincente. Perché significherebbe prendere le opposizioni in contropiede, senza lasciare loro il tempo di organizzarsi attorno a una proposta programmatica e unitaria. Vorrebbe dire puntare tutto sul suo consenso personale, sperando che sia ancora intatto come lo è rimasto in questi anni di legislatura. Oppure potrebbe scegliere un’altra strada. Potrebbe provare a blindarsi e resistere alla tempesta, ad arrivare oltre la primavera e l’estate, sperando che nel frattempo dall’altra parte si siano mangiati gli uni con gli altri, mettendosi i bastoni tra le ruote e affossandosi a vicenda. A quel punto, in autunno, provare a recuperare con qualche misura populista nella legge di Bilancio, magari lasciando qualcosa in più nelle tasche degli italiani.

Questa duplice interpretazione delle elezioni anticipate vale anche per l’altra sponda. Da un lato potrebbe fare gola pensare di andare subito alle urne, ancora forti del risultato del referendum. Sia in termini di vittoria del No, ma anche in quelli della forte mobilitazione che c’è stata. Ovviamente vorrebbe dire presentarsi al voto senza un programma chiaro, né tantomeno un perimetro di alleanza definito. Ma, d’altro canto, lasciar passare troppo tempo potrebbe essere rischioso, perché ci si infilerebbe nelle dinamiche classiche del centrosinistra, tra litigi, personalismi e incapacità di mettersi d’accordo.

A questa complessità va aggiunto un altro elemento. Che anche se Meloni aprisse la crisi di governo salendo al Colle, non è affatto detto che si vada al voto anticipato. Il presidente della Repubblica potrebbe far notare alla presidente del Consiglio che in realtà lei la maggioranza ce l’ha. E va solo riportata all’ordine, sanando le situazioni che sono da sanare e riconfigurando un po’ gli assetti. Magari mettendoci di mezzo un simil-governo tecnico, che possa andare bene anche tra le mille guerre e crisi.

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