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Una settimana fa a quest’ora la maggioranza di governo stava ammettendo la sconfitta al referendum. Da quel momento si è innescata una reazione a catena che ha portato il governo Meloni più vicino all’implosione di quanto non lo sia mai stato. Prima le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro, poi quelle della ministra Santanché, poi la rimozione di Gasparri dal ruolo di capogruppo di Forza Italia in Senato e l’apertura di una crisi più o meno conclamata all’interno del partito alleato. E così arriviamo a stamattina e alle decine di articoli sui giornali che parlano di elezioni anticipate o di rimpasto nel governo. La prima opzione è quella che più di tutte Meloni starebbe cercando di scongiurare. Perché vorrebbe dire salutare definitivamente il sogno di intestarsi un altro primato: non solo la prima presidente del Consiglio donna, ma anche quella alla guida del governo più longevo della storia repubblicana.
L'ipotesi di elezioni anticipate
In un’intervista di Lorenzo De Cicco, pubblicata oggi su Repubblica, Armando Siri – leghista, consigliere di Matteo Salvini – ha detto che le elezioni anticipate non devono essere un tabù, perché “il governo ha lavorato bene in questi quasi quattro anni e se fosse il caso non dovrebbe temere di poter chiedere agli italiani una rinnovata fiducia”. Ma è una posizione rischiosa, anche al di là delle ambizioni di Meloni, e che non vede tutti d’accordo al governo. O meglio, quasi nessuno è d’accordo. Sempre su Repubblica, a firma di Tommaso Ciriaco, oggi è uscita anche un’intervista al ministro Guido Crosetto, uomo forte di Fratelli d’Italia, che in sostanza ha detto che in tempi difficili come questi – tra guerre e crisi economica – non è possibile pensare al voto anticipato, perché deve prevalere la responsabilità e il governo deve andare avanti.
Una cosa è certa: anche se a Palazzo Chigi si stesse seriamente prendendo in considerazione l’idea di andare alle urne prima della scadenza naturale della legislatura, sarebbe comunque dopo l’estate. Altrimenti Meloni sarebbe costretta a smentirsi, a rimangiarsi quello che lei stessa giurava fino a domenica scorsa, quando assicurava che anche in caso di sconfitta al referendum lei non si sarebbe dimessa. Ma soprattutto, andare al voto in autunno permetterebbe di votare con la nuova legge elettorale, in arrivo questa settimana in Parlamento.
La strada del rimpasto
Per Meloni e il suo cerchio ristretto però non è ancora stata detta l’ultima parola. L’ultima parola che potrebbe essere anche un nome proprio. Per ora Meloni si è aggiudicata ad interim il ministero del Turismo, della definitivamente ex ministra Daniela Santanché, ma nei prossimi giorni potrebbe anche arrivare un sostituto. Ed è in questi ragionamenti che è rispuntato il nome di Luca Zaia, l’ex governatore del Veneto. In realtà non si parla tanto di lui come del prossimo ministro del Turismo: potrebbe essere Adolfo Urso, attuale titolare del ministero delle Imprese e del Made in Italy, a essere spostato al Turismo, mentre Zaia si prenderebbe le imprese.
Ci sono però due problemi. Il primo sono le condizioni in cui versa quel ministero (che poi è anche la ragione per cui si parlerebbe di togliere Urso): fonti molto vicine a Zaia ci hanno spiegato che il leghista sarebbe anche disposto ad accettare l’offerta, ma dietro un impegno personale di Giorgia Meloni. Parafrasando: per Zaia è un ministero molto delicato, che paga le conseguenze di scelte sbagliate, per cui sarebbe disposto a farsene carico solo in cambio di un cambio di passo in termini di strumenti e investimenti. Altrimenti vorrebbe dire andare incontro a una sfida persa in partenza.
Il nome di Zaia e il problema Forza Italia
Il secondo problema è Forza Italia. Perché a un ministero prima guidato da Fratelli d’Italia subentrerebbe un altro nome della Lega e questo vorrebbe dire rivedere un po’ gli attuali equilibri. Senza contare che mettere Zaia alle Imprese significherebbe dare alla Lega i due principali ministeri economici – con Giorgetti saldo alle Finanze – e quindi il problema sarebbe ancora più pesante da gestire. Ma, sempre quelle fonti vicine a Zaia, assicurano che si tratterebbe di una discussione solo di facciata perché poi, di fatto, a Forza Italia mancano i nomi da poter mettere sul tavolo.
Il partito di Berlusconi in questo momento ha problemi più urgenti a cui pensare. Ad esempio la sua stessa tenuta, dopo che Marina Berlusconi ha preso in mano la situazione e imposto un cambio di passo che comporta anche alcuni cambi di ruolo. Ovviamente quella che viene contestata è la leadership, quindi Antonio Tajani. Farlo saltare, però, vorrebbe dire aprire platealmente la crisi di governo. Quindi la famiglia Berlusconi – che detiene letteralmente, avendo salvato i conti, la proprietà di Forza Italia – si sta muovendo sulle prime linee, sul cerchio vicino al segretario, per provare a innovare un partito che arranca e che ha perso una riforma identitaria, quella sulla Giustizia, come se nulla fosse.
L'incognita della legge elettorale
Questo è lo scenario che si è cristallizzato a una settimana dal voto. E rende difficile immaginare cosa potrebbe succedere nella settimana che sta iniziando, contando che il Parlamento inizierà l’esame della nuova legge elettorale. Paradossalmente, Meloni potrebbe ricevere una mano inaspettata, da parte del Partito democratico. Se infatti aprirà a una riscrittura con le opposizioni, ad esempio togliendo un premio di maggioranza così esagerato, le cose potrebbero quasi essere più facili del previsto. Ovviamente è una previsione fin troppo ottimista.
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