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Non è semplice capire come stanno andando davvero i negoziati a Ginevra tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare di Teheran. Perché da un lato arrivano commenti di diplomatici che parlano di progressi e di passi avanti, dall’altro arrivano le notizie sulle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. Per domani l’Iran ne ha annunciata una congiunta con la Russia, nelle acque dell’Oman, sempre nei pressi dello Stretto. Lì vicino, sempre nella regione, c’è schierata anche la portaerei statunitense Lincoln.
I negoziati sul nucleare iraniano
La tensione è palpabile. Del resto il primo round di negoziati, lo scorso giugno, era naufragato dopo Israele aveva attaccato alcuni siti nucleari iraniani, Teheran aveva risposto, gli Stati Uniti pure erano intervenuti e per 12 giorni c’era stata una guerra tra le due potenze nemiche della regione. Oggi la situazione rimane precaria, al netto degli annunci sui passi avanti e sui progressi fatti. La verità è che un accordo è ancora lontano. L’Iran continua a dire di non avere alcuna intenzione di costruire delle armi nucleari, ma rivendica il suo diritto a sviluppare un programma energetico, un uso civile del nucleare. Gli Stati Uniti, dall’altro lato, sono convinti che Teheran voglia arricchire l’uranio per scopi militari e questa sarebbe una minaccia troppo grande per Israele, che è alleato di Washington e acerrimo nemico di Teheran.
La possibilità di un intervento militare
Un diplomatico statunitense oggi, al secondo giorno di negoziati, ha ribadito che la Casa Bianca impedirà all’Iran di acquisire armi nucleari “in un modo o nell’altro” e che è del tutto inaccettabile pensare a un mondo in cui il Paese è dotato di un arsenale atomico. E J.D. Vance ha aggiunto che l’opzione di un intervento militare è ancora sul tavolo. E lo sarà fino a quando gli iraniani non riconosceranno i limiti che chiede Trump: quindi l’abbassamento dei livelli di arricchimento dell’uranio, le ispezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica, ma anche limiti all’arsenale missilistico, una cosa su cui insiste particolarmente Israele, che non vuole trovarsi a portata di razzo. Vance ha detto che al momento l’Iran non ha ancora accettato alcune delle linee rosse che Trump aveva imposto, ma che per il resto i colloqui sono andati bene.
Dalla parte iraniana il ministro degli Esteri Araghchi ha ribadito che il programma nucleare ha intenti civili, che i colloqui sono stati costruttivi e che Teheran e Washington hanno concordato sui principi guida dell’accordo, sulla base dei quali ora bisogna lavorare a un testo. Certo, la Guida Suprema Khamenei però ha aggiunto che se però l’obiettivo della Casa Bianca è quello di negare del tutto l’accesso al nucleare per l’Iran, allora non c’è alcuno spazio per i negoziati. E ha anche detto che il numero, il tipo e la gittata dei missili iraniani non è qualcosa che riguarda gli Stati Uniti.
Il nodo dei missili
E questo è un punto fondamentale. Quello che emerge dai negoziati è che l’Iran sarebbe anche disposto a porre un freno all’arricchimento di uranio, a riaprire le porte agli ispettori internazionali, ma in nessun modo accetterebbe limiti al suo arsenale missilistico. Che rimane un elemento di deterrenza nei confronti di Israele, ma anche di difesa nel caso in cui si sfociasse di nuovo nel confronto armato. Questo sarebbe un punto di rottura – tra gli altri – che rende complesso l’accordo.
E infatti le tensioni rimangono alte. Da un lato si tratta, ma dall’altro l’apparato militare rimane ai livelli di massima allerta. Un portavoce del governo iraniano oggi ha fatto sapere che “le negoziazioni diplomatiche e la preparazione difensiva procedono di pari passo, senza alcuna contraddizione”, e che l’esercito e i Pasdaran – cioè i guardiani della rivoluzione – rimangono in stato di massima allerta. Perché ok negoziare, ma bisogna farlo da una posizione di forza.
Le esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz
E quindi domani ci sarà un’esercitazione navale nello stretto di Hormuz, insieme alla Russia. E nel frattempo crescono anche le forze statunitensi nelle acque limitrofe: portaerei, navi da guerra, aerei di combattimento. Il sito Axios sottolinea che Washington non sta muovendo tutti questi mezzi per niente. E racconta che nonostante i progressi di cui hanno parlato entrambe le delegazioni, c’è un 90% di probabilità che gli Stati Uniti attacchino l’Iran nelle prossime settimane. Alcune persone vicine a Trump avrebbero infatti raccontato che nonostante tutti i consiglieri lo stiano avvertendo, su cosa vorrebbe dire lanciare un’operazione militare contro l’Iran, lui si sta stancando. E vorrebbe passare dalle parole ai fatti. Non si tratterebbe di un’operazione come quella in Venezuela, questo Trump lo sa: l’Iran non è il Venezuela, ha una capacità militare completamente diversa. E la userebbe.
Vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane. Nel frattempo, chiudiamo con altre due notizie che riguardano l’Iran. Sono passati ormai oltre quaranta giorni dallo scoppio delle proteste, le vittime sarebbero a migliaia, e il regime è indebolito. E più è debole più diventa aggressivo. Anche in questo contesto si inserisce lo sfregio di un deputato ultraconservatore che nel Parlamento ha strappato la foto di diversi leader occidentali, tra cui quella di Mattarella. E Roma ha richiamato l’ambasciatore.
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