Zuppa di cozze: come rispettare in sicurezza la tradizione del giovedì santo dopo i casi di Epatite A

I molti casi di Epatite A che si stanno diffondendo tra Napoli e provincia hanno generato un "campanello d'allarme" in vista della zuppa di cozze del Giovedì Santo. I pescivendoli lamentano pochissime vendite, con un netto calo dei ricavi, puntando il dito contro una presunta cattiva informazione che starebbe diffondendo una paura eccessiva nel consumo di cozze e vongole, dovuta anche alle ordinanze comunali degli ultimi giorni.
Rischio epatite A elevato per il consumo di crudi: cosa dicono gli esperti
In realtà, come spiegato da diversi esperti ed infettivologi, il rischio di contrarre l'Epatite A riguarda il consumo crudo: cucinando e lavando bene il tutto, il rischio è praticamente nullo. Inoltre, diverse Aziende Sanitarie Locali stanno effettuando vaccini gratuitamente per abbassare ulteriormente il rischio di contrarre l'infezione batterica. Insomma, la tradizione della zuppa di cozze del Giovedì Santo può essere rispettata senza troppi patemi: l'importante è la prudenza e non sottovalutare il rischio, ovvero un'avvertenza che dovrebbe essere sempre rispettata quando si tratta di salute. Bene ricordare, inoltre, che l'Epatite A è curabile, e solo in rari casi ha effetti letali.
L'origine della zuppa di cozze del Giovedì Santo
La zuppa di cozze del Giovedì Santo affonda le sue radici ai tempi di Ferdinando I di Borbone, sovrano del Reame napoletano tra fine Settecento e inizio Ottocento. Il piatto nacque come versione "leggera" di quello che proprio il re inventò, le "cozze nella culla”: grossi pomodori scavati e farciti con cozze, aglio, origano, capperi, sale e pepe. Per adottare una dieta più salubre "almeno" nella Settimana Santa, su consiglio dell'influente frate domenicano Gregorio Maria Rocco, nacque così una zuppa a base di cozze, con olio piccante e pomodoro. Nacque e si diffuse così la tradizione del giovedì "zuppa di cozze" come oggi la conosciamo.