Rete Trapianti in Campania da rifare, il piano di Fico arriva in giunta: più controlli e comunicazione

L'obiettivo della Regione è che non si verifichi mai più la catena di fatti che hanno portato al tragico epilogo nella vita di un paziente affidato al sistema dei trapianti in Campania. Se deve avere un senso, la tragica storia del piccolo Domenico Caliendo, è quello espresso nelle parole di mamma Patrizia Mercolino che non ha partecipato ieri alla seduta monotematica del Consiglio regionale ma ha affidato le sue parole ad un consigliere regionale di Avs, Carlo Ceparano: «Oggi parlo perché la tragedia che ha colpito la mia famiglia non resti solo dolore, ma possa servire a evitare che altri genitori vivano quello che stiamo vivendo».
Roberto Fico questo lo sa e nella sua lunga relazione all'Aula evita di giocare sulla difensiva. Elenca una serie di omissioni informative, una serie di «errori latenti» che hanno innescato la nefasta catena di eventi nel caso del trapianto col "cuore bruciato" all'ospedale Monaldi di Napoli. La Regione Campania si costituirà parte civile nel processo penale, ma la vera azione del governatore sta in un pacchetto di provvedimenti che partiranno a breve. «Ho dato mandato di una ricognizione generale su tutta la trapiantologia e gli istituti che fanno trapianti in Campania, venerdì porterò in giunta un primo atto», dice.
Al momento il Monaldi ha una onerosa (230mila euro in 3 mesi) convenzione con una equipe di Cardiochirurgia dell'ospedale "Bambino Gesù" del Vaticano: quattro specialisti della struttura romana sono a Napoli fino a giugno. È una soluzione-tampone. Servono provvedimenti strutturali.
Gli atti che la Giunta regionale si prepara a varare sulla rete trapiantologica dovrebbero intervenire su più livelli, a partire dal rafforzamento del controllo centrale. Dopo il trasferimento delle funzioni tecnico-amministrative del Crt, il Centro regionale trapianti, alla Direzione generale Salute, è attesa una ridefinizione della governance con una maggiore concentrazione delle decisioni a livello regionale e una riduzione degli spazi di autonomia operativa. Ma soprattutto vi è la ridefinizione della distribuzione delle attività tra i centri. Obiettivo, il rafforzamento delle funzioni di gestione del rischio clinico.
Un punto centrale riguarda i flussi informativi. L'analisi interna ha evidenziato una serie di criticità nella trasmissione delle informazioni e nella gestione degli eventi avversi, con comunicazioni tardive o incomplete lungo la catena istituzionale. Lo ha raccontato Fico stesso: non è possibile che per informare il massimo livello regionale ci si debba affidare al messaggio Whatsapp o al dirigente che decide in autonomia se o quando spiegare l'accaduto. La nuova delibera dovrebbe quindi introdurre protocolli obbligatori, tempi certi di segnalazione e responsabilità formalizzate, superando le prassi finora adottate, al limite dell'informale.
Sul piano operativo, l'intervento dovrebbe riguardare anche gli standard tecnici e organizzativi. Dalle verifiche emergono infatti disomogeneità nelle procedure, nella formazione del personale e nell’utilizzo delle tecnologie per la conservazione e il trasporto degli organi (il tristemente famoso "ovetto" della Paragonix Sherpapak per trasportare organi a temperatura costantemente controllata). Protocolli uniformi, check-list operative e percorsi di formazione obbligatori e certificati per le équipe coinvolte sono alla base di tutto ciò.
Ma se, come pare sia accaduto, c'è chi si sottrae alle regole, alla formazione, preferendo le "vecchie" prassi? Su questo è atteso il rafforzamento dei sistemi di controllo. La delibera dovrebbe prevedere audit periodici, ispezioni strutturate e una ricognizione degli accreditamenti delle strutture attive nella rete, con l'obiettivo di verificare il rispetto dei requisiti e intervenire in caso di criticità.