video suggerito
video suggerito
Bambino morto dopo il trapianto del cuore danneggiato

Monaldi, la paura silenziosa di chi lavora in corsia: “Mi sento un bersaglio solo per l’ospedale in cui sono”

La lettera anonima di una dipendente dopo la morte del piccolo Domenico: incubi, angoscia e la sensazione di essere colpevoli a prescindere. “Vogliamo tornare persone, non simboli”.
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una operatrice dell'ospedale "Monaldi" di Napoli. Uno sfogo dopo la tragedia costata la vita al piccolo Domenico Caliendo. La lavoratrice ha chiesto l'anonimato per evitare possibili ripercussioni disciplinari.  Per scrivere a Fanpage c'è questa casella di posta.

Sono una dipendente del Monaldi. Ieri mattina, dopo questo incubo notturno ho sentito la necessità di scrivere, per buttare fuori qualcosa con la speranza di alleggerirmi un po’. Il dolore per il piccolo Domenico non mi fa dormire la notte, e giustizia dovrà essere fatta, per tutti.

Ma, parallelamente a questo dolore dentro di me cresce un’angoscia, un'inquietudine che sento che non è solo mia, ma condivisa tra chi “vive” tra le mura dell’Ospedale. Voglio restare anonima, perché non c’è bisogno di un’altra paladina in questa storia, ma sento il dovere di condividere il mio pensiero, la mia voce, che se vorrete, adesso è vostra.
Con gratitudine.

Nelle ultime settimane lavorare all’Ospedale Monaldi è diventato qualcosa che mi porto addosso anche quando tolgo il camice. Non è solo stanchezza. Non sono solo i turni, né la cronaca che ogni giorno parla di noi. È diventato un peso che mi porto dentro.
Stanotte ho fatto un incubo. Di quelli in cui senti il terrore vero, primitivo. Di quelli in cui vorresti urlare, ma la voce si blocca in gola e non esce. E resti lì, paralizzata.
C’era un uomo adulto, alto, arrabbiato. Aveva negli occhi una rabbia cieca. Voleva accoltellarmi.
La prima volta riuscivo a scappare. Avevo paura, ma riuscivo a salvarmi. Cercavo aiuto, lo dicevo a chi avrebbe dovuto e potuto proteggermi, mi nascondevo in una casa che si trovava all’ingresso dell’Ospedale Monaldi, pensando: «Adesso sono al sicuro».
Ma lui riusciva ad aprire la porta. Entrava comunque. Mi trovava. E mi colpiva. Voleva uccidermi, solo perché sono una dipendente del Monaldi.
Mi sono svegliata con un senso di angoscia che non era solo per il sogno. Era per quello che il sogno rappresenta. Perché sono certa che i sogni, a volte, riescano a tirare fuori quello che durante il giorno cerchiamo di controllare. E quello che provo è questo: un’angoscia silenziosa.
È l’angoscia di sentirmi sbagliata solo per il luogo in cui lavoro. È la sensazione di essere diventata un bersaglio. Non per quello che faccio, non per come lo faccio, ma per il simbolo che rappresento.

Io sono solo una professionista che fa il suo lavoro. Con limiti, con fatica, con umanità.
Eppure in questo momento storico a volte mi sento esposta. Vulnerabile. Come se bastasse dire dove lavoro per diventare automaticamente responsabile di tutto ciò che non funziona in un sistema.
Sembra che nessuno abbia notato che noi, qui, continuiamo a fare il nostro lavoro.

Continuiamo a restare. Continuiamo a prenderci cura.

Nonostante il dolore che ci portiamo dentro per quanto accaduto, nonostante siamo tutti imputati già condannati, al di là di ogni ragionevole dubbio, da un tribunale pubblico permanente, nonostante la paura che cresce.
Il mio sogno parla di questo.

Del timore che non basti nascondersi, non basti spiegare, non basti chiedere protezione. Della sensazione di vulnerabilità che ci accompagna anche quando togliamo il camice e torniamo a casa.
Io non voglio sentirmi coraggiosa. Voglio sentirmi normale.

Voglio poter dire dove lavoro senza percepire un’ombra negli occhi di chi mi ascolta. Voglio che il mio ospedale non sia solo un titolo di cronaca, ma torni ad essere quel luogo di cura sacro e rispettato, abitato da persone che fanno del loro meglio ogni giorno.
Questo non è solo uno sfogo personale. Ma è una voce che, probabilmente, somiglia a quella che sentono nel loro silenzio molti miei colleghi. È la stanchezza emotiva di chi si sente esposto, fragile, e allo stesso tempo responsabile.
Il mio incubo non parla di un uomo con un coltello. Parla della paura di non essere più riconosciuta come persona, ma solo come bersaglio. E la verità è che questa cosa fa male.
Mi fa male portare dentro un peso che non so più dove appoggiare.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views