Le truffe del clan Mazzarella con l’esperto “prestato” dai Licciardi: “Vi stanno rubando i soldi”

Nemici sullo scacchiere di camorra ma, quando si tratta di fare affari, certe rivalità possono anche essere messe da parte. Comportamenti del genere gli inquirenti li hanno già scoperti in passato, e se li sono ritrovati di nuovo davanti nell'indagine sulle truffe informatiche riconducibili al clan Mazzarella: per raggirare le vittime, veniva usato un esperto legato al clan Licciardi, che si era messo a disposizione dell'altro gruppo criminale dopo l'autorizzazione arrivata dalla Masseria Cardone. Il blitz è partito oggi, 16 marzo: 16 misure cautelari (12 in carcere e 4 divieti di dimora), eseguite dai carabinieri e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
Tra le potenziali vittime c'è anche una dipendente di banca, che si è salvata soltanto perché, prima di disporre il bonifico, ha telefonato a uno dei consulenti della sicurezza del suo istituto di credito ed ha capito così di essere finita in un raggiro. Dalle indagini è emersa l'esistenza di due articolazioni, legate ai Mazzarella, che si dedicavano alle truffe, usando modalità diverse. La prima partiva col furto di carte di credito nel centro smistamento postale di Miano, tramite un uomo legato ai Licciardi; una volta ottenute le carte, si risaliva ai numeri telefonici e codici fiscali dei titolari. Restava da recuperare il codice pin. E gli incaricati del clan lo ottenevano chiamando i titolari, e chiedendo loro di comunicarlo per far arrivare la nuova carta, oppure inviavano dei link falsi che simulavano la procedura di attivazione. Grazie al pin venivano effettuati prelievi dai conti correnti, in genere subito dopo la mezzanotte.
Con la seconda modalità, invece, il truffatore contattava la potenziale vittima e si qualificava come dipendente di un fantomatico ufficio antifrode della banca; a quel punto spiegava che un dipendente infedele dell'istituto bancario stava prelevando dei soldi dai conti correnti dei clienti e proponeva la soluzione: spostare tutto su un altro conto corrente per evitare di essere derubato. La truffa si finalizzava così: una volta trasferiti sul conto corrente indicato dal truffatore, i soldi sparivano. Per rendere più credibili le telefonate, venivano usate tecniche di spoofing con le quali le chiamate sembravano provenire da numeri reali degli istituti di credito. Gli episodi di truffa contestati sono circa 60, con bonifici di decine di migliaia di euro; secondo quanto riferito dal procuratore Nicola Gratteri, l'attività consentiva guadagni fino a 300mila euro al giorno.
Figura fondamentale in questo sistema era un ragazzo di 25 anni, esperto informatico, legato al clan Licciardi. Che, almeno in teoria, non avrebbe potuto "lavorare" per un altro gruppo criminale. Ma questo ostacolo sarebbe stato superato grazie ad un accordo tra i clan: i Mazzarella avrebbero chiesto, ed ottenuto, l'autorizzazione a rivolgersi al giovane. "Dalle intercettazioni – ha detto in conferenza stampa il procuratore aggiunto Sergio Amato – emerge che non c'è un buon rapporto tra i due clan, che sono rivali, ma autorizzano i Mazzarella ad avvalersi di questa persona. E questo ci ha fatto comprendere le dinmiche del crimine organizzato nei periodi di pace".