Le nuove immagini della “barriera corallina” di Napoli, ma gli scoli fognari minacciano l’habitat

Coralli, stelle marine, gorgonie: è lo spettacolo della "barriera corallina" di Napoli, sotto la costa di Posillipo, tra il Parco Sommerso della Gaiola e l'isola di Nisida. Un caleidoscopio di colori pullulante di vita che decora i fondali marini partenopei per 18 chilometri, lungo la costa. Un tesoro che pochi conoscono, ma che nasconde incredibili sorprese. Ben 23 le specie censite e inserite in diversi allegati di protezione internazionali, come emerse dal progetto URCHIN “Underwater Research Coralligenous Habitat In Naples”, i cui risultati sono stati presentati ieri alla Gaiola, in occasione della Giornata del Mare. Ma questo habitat unico al mondo è minacciato dagli scoli fognari che con i loro rifiuti hanno creato un tappeto di pattume che soffoca coralli, ricci di mare e gorgonie.
La biocenosi coralligena è costruita da alghe calcare e organismi biocostruttori come gorgonie, briozoi e madrepore, tutelata dalla Direttiva Habitat e dalla Convenzione di Barcellona, in quanto vero e proprio Hot spot di biodiversità del mare. A Napoli questo ecosistema marino è racchiuso interamente nel tratto di mare tra la gaiola e Nisida, oggi tutelato sia da norme nazionali con l'istituzione dell'Area Marina Protetta Parco Sommerso di Gaiola che da norme Europee con la Zona Speciale di Conservazione "Fondali marini di Gaiola e Nisida".

Il progetto Urchin per studiare i fondali di Napoli
Da qui la necessità di approfondire le conoscenze si banchi a Coralligeno della nostra città al fine di poterne migliorare la tutela e capire quali sono gli impatti antropici che maggiormente minacciano la sua sopravvivenza. Il Progetto URCHIN, selezionato e finanziato dal MUR a valere sulle risorse del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNRR) missione 4, “Istruzione e Ricerca”, nell'ambito del Programma di Ricerca Progetto Centro Nazionale della Biodiversità “National Biodiversity Future Center" (NBFC – Spoke 8), ha avuto come target principale il monitoraggio e la conservazione della biocenosi coralligena presente all’interno della ZSC IT IT8030041 “Fondali Marini di Gaiola e Nisida”.
I banchi corallini della Cavallara e di Nisida
Osservati speciali il banco della Cavallara a largo della Gaiola, il banco di Nisida, a poca distanza dalle falesie dell'isola e la secca della badessa davanti Coroglio. In due anni lo staff del Parco, supportato da esperti di settore italiani arrivati da diverse parti d'Italia, ha attivato un fitto piano di monitoraggio sia attraverso survey in immersione mediante operatori subacquei, sia tramite rilievi ROV Remotely Operated Vehicle, una sorta di drone sottomarino che ha consentito di monitorare oltre 18km di fondali stando in superficie all'asciutto.

"I risultati – spiegano dal Parco della Gaiola – hanno mostrato un ecosistema marino ancora pulsante di vita, che ospita ben 23 specie inserite in diversi allegati di protezione internazionali, ma che tuttavia è pesantemente minacciato dalle attività antropiche presenti nell'area. Diversi gli elementi di contaminazione e degrado rilevati che vanno dai comuni rifiuti urbani, ai resti dei retini in polipropilene usati nella mitilicoltura a nasse e reti abbandonate. Se tutti però domina l'impatto degli scarichi di troppopieno presenti proprio all'interno della ZSC Gaiola-Nisida, sia sulla linea di costa, sotto il promontorio di Coroglio, che sui fondali nei pressi della secca della Badessa. Sono stati rilevati centinaia di metri quadri di fondale completamente ricoperto da uno spesso tappeto di rifiuti fognari composti principalmente da salviette monouso in TNT e assorbenti igienici".
"Le fogne minacciano l'habitat"
I ricercatori hanno battezzato questo "blob" sottomarino MARF – Masse Aggregate di Rifiuti Fognari. "Questa spessa coltre – si legge nel report – oltre a contaminare i fondali marini di materia plastica che poi finisce nella stessa catena alimentare umana, e rappresentare un grave problema sanitario, soffoca letteralmente il fondale marino, rendendolo anossico, provocando quindi la morte di tutti gli organismi sessili, ma non solo, che lo popolano. Un problema già noto ai ricercatori del parco da alcuni anni che è stato già portato all'attenzione del Ministero dell'Ambiente e dell'ISPRA ma che a seguito di questa nuova campagna di ricerca ha assunto un carattere più che allarmante".
"Rifiuti e fanghi ricoprono i fondali"
La problematica non riguarda solo il coralligeno e gli ambienti profondi, come ha messo in evidenza il team di Simone Farina, uno dei massimi esperti italiani di ricci di mare, specie nevralgiche per l'ecologia degli ambienti rocciosi più superficiali, che ha condotto uno studio specifico nell'ambito del secondo target del progetto URCHIN, al Parco Sommerso di Gaiola. I dati sulla consistenza di popolazione di entrambe le specie, il Paracentrotus lividus e l'Arbacia lixula, che si contendono lo stesso habitat, mostra un gradiente negativo man mano che ci si avvicina allo scarico, fino ad arrivare a valore zero nelle stazioni di monitoraggio di Cala Badessa a Coroglio. Questo non tanto per la presenza del MARF, che comunque è stato rilevato anche a queste profondità superficiali, ma per il deposito dei "fanghi" provenienti dallo scarico che rendono il substrato roccioso privo di copertura algale che è alla base dell'alimentazione dei ricci di mare.

La problematica non si ferma alla componente animale, come mette in evidenza anche il Dott. Stefano Acunto che ha curato il primo progetto di riforestazione dei fondali dell'area di Posidonia oceanica, altro habitat mediterraneo fondamentale, la cui tutela e ripristino è anche qui sancita da norme italiane ed europee. L'aumento di torbidità dell'acque causato dagli scarichi in mare sempre più frequenti dello scolmatoio di Coroglio, causati dall'aumento dell'intensità e frequenza delle piogge, abbatte continuamente e per lunghi periodi l'irradianza solare che raggiunge i fondali, indispensabile per la fotosintesi e la crescita di questa pianta marina, è il sottilissimo "silt" che si deposita sulle foglie dopo rende permanente la schermatura
Il MARF quindi è solo l'aspetto più evidente di una problematica annosa che inficia su più livelli dal microscopico al macroscopico, la sopravvivenza degli habitat più importanti del nostro mare oggi racchiusi in quello che si conferma ancora una volta come l'ultimo polmone biologico del nostro mare, scrigno di biodiversità unico per la Città di Napoli.
"È noto che da oltre 20 anni – afferma Maurizio Simeone, direttore dell'AMP Parco Sommerso di Gaiola – il Parco si batte per l'eliminazione di questi scarichi di troppopieno che non sono in alcun modo compatibili con il prioritario dovere di tutela di questi importantissimi habitat marini che oggi le norme nazionali ed europee ci impongono di tutelare per il futuro stesso del nostro mare. Speriamo che questi nuovi dati rendano evidente a tutti il disastro ambientale in corso e l'urgenza immediata di porre rimedio e cambiare direzione anche nelle scelte strategiche ed infrastrutturali che si stanno prendendo oggi e che riguardano il nostro futuro".
"È un fenomeno nuovo e preoccupante – aggiunge Giovanni Fulvio Russo, professore dell'Università Parthenope di Napoli – non solo per i danni all'ambiente marino ma potenzialmente anche per la salute dell'uomo considerando il destino nelle catene alimentari di questi aggregati di poliestere e polipropilene". Mentre Valentina Di Miccoli, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace, rileva: "Di fronte a evidenze scientifiche così inequivocabili, ci chiediamo cos’altro sia necessario per riconoscere il danno ambientale in atto su questo straordinario ecosistema. Il raddoppio degli scarichi fognari in quest'area, previsto dal PRARU di Bagnoli, alla luce della situazione attuale, rappresenta ancor di più una scelta incomprensibile, che va contro il dovere di tutela e salvaguardia del nostro mare. Chiediamo agli enti preposti di adottare provvedimenti urgenti", dichiara