Domenico Caliendo morto al Monaldi di Napoli

La perizia sul caso Caliendo ricostruisce passo per passo gli errori commessi a Bolzano e a Napoli

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Il piccolo Domenico Caliendo
Dal congelamento del cuore durante il trasporto al mancato utilizzo del Berlin Heart in ospedale: i periti indicano due momenti-chiave nel dramma del Monaldi di Napoli.

Leges artis è una locuzione latina che traccia il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra il rispetto delle regole consolidate e quella deviazione che trasforma un errore possibile in una responsabilità. Un'idea su ciò che sia accaduto al piccolo Domenico Caliendo, meno di tre anni di vita, morto all'ospedale Monaldi di Napoli dopo aver ricevuto un cuore trapiantato e conservato male ce l'hanno più o meno tutti in Italia, visto il clamore della vicenda.  Per la vicenda sono indagati sette medici della struttura napoletana.

Ora che si entra nei meandri della questione giudiziaria ogni parola è importante, ogni sfumatura fa la differenza tra condanne e assoluzioni. La relazione peritale d'ufficio, quella che viene definita «super perizia» disposta dal gip del Tribunale di Napoli Mariano Sorrentino, nell'ambito dell'incidente probatorio ed eseguita dal collegio peritale nominato dal giudice (Biagio Solarino, Ugolino Livi e Ferdinando Luca Lorini, tre luminari della medicina italiana) consta di cinquecento pagine che saranno analizzate parola per parola dalle parti, ovvero dai legali che difendono gli interessi dei medici accusati di questa morte e l'avvocato della famiglia del bimbo. Sintetizzare cinquecento pagine di termini medici e procedure è complicatissimo e non è nemmeno giusto. Si può tuttavia andare per punti e capire cosa effettivamente questa perizia abbia trattato.

Iniziamo dalla fine. L'exitus, la morte del piccolo Domenico Caliendo. È stata causata da un'insufficienza multiorgano (Multiple Organ Failure – MOF), direttamente correlata al fallimento primario del trapianto cardiaco (graft failure) eseguito il 23 dicembre 2025, a seguito del quale il bambino è rimasto dipendente dal supporto extracorporeo (Ecmo) per circa 60 giorni fino al decesso, il 21 febbraio 2026. Perché è fallito il trapianto?  È chiaro: congelamento da ghiaccio secco. Il cuore donato è stato esposto per oltre 4 ore a ghiaccio secco (anidride carbonica solida a una temperatura compresa tra -78°C e -79°C) durante la fase di conservazione e trasporto da Bolzano a Napoli.  L'esposizione al freddo estremo ha provocato, si legge «una grave liponecrosi del tessuto epicardico e lesioni microvascolari». Che significa?  Che questo congelamento ha distrutto la capacità contrattile del miocardio, rendendo l'organo del tutto incapace di riprendere una funzione di pompa efficace al momento dell'impianto

L'esame autoptico e le indagini istologiche hanno confermato che l'espianto chirurgico eseguito a Bolzano era stato effettuato correttamente, escludendo lesioni o tagli sui tessuti cardiaci attribuibili alla tecnica chirurgica di prelievo. La prima volta che viene citato il mancato rispetto delle  leges artis è quando la perizia affronta la fase di prelievo, trasporto e mancato controllo (trasporto da Bolzano a Napoli) condotta della dottoressa Gabriella Farina, capo-équipe del prelievo, la sua condotta è stata giudicata «non congrua». E perché? Le viene contestato di non aver garantito l'autonomia del materiale refrigerante (portando ghiaccio idrico sufficiente da Napoli) e di non aver verificato che il materiale fornito e versato a Bolzano fosse ghiaccio secco, il quale ha congelato e distrutto l'organo.

Il personale dell'ospedale di Bolzano dovrà rispondere della sua condotta, sostiene la super perizia: la vice-coordinatrice del blocco operatorio e delle infermiere di Bolzano, che hanno richiesto, procurato e versato il ghiaccio secco nel contenitore d'organo, è stata definita non conforme alle regole precauzionali, poiché avrebbero dovuto accertarsi dell'idoneità del materiale per un trapianto chirurgico. Altro elemento contestato e già discusso tantissimo è quello dei contenitori a temperatura controllata: la corretta preservazione del cuore, anche tramite l'uso dei sistemi isotermici digitali a temperatura controllata come lo Sherpapak/Paragonix, già normati e disponibili, avrebbe consentito, con elevata probabilità logica, la ripresa dell'organo e la sopravvivenza del bambino

E arriviamo alla gestione post-operatoria a Napoli che coinvolge il dottor Guido Oppido, il «grande accusato» e la sua équipe.  Secondo la perizia l'Ecmo è stato usato impropriamente per  60 giorni. I periti stabiliscono che il prolungato mantenimento in assistenza meccanica Va-Ecmo per ben due mesi, in assenza della conversione a un dispositivo di assistenza ventricolare di lunga durata (Vad/Berlin Heart Excor), è stato non conforme alle leges artis. Torna quindi in campo l'ipotesi che il Berlin Heart, ovvero questo dispositivo di assistenza ventricolare che spesso viene impropriamente definito «cuore artificiale» avrebbe dato più chance di sopravvivenza al bimbo La tempestiva conversione al Vad (Berlin Heart) avrebbe consentito di stabilizzare le funzioni degli altri organi (reni, fegato, polmoni) ed evitare la progressione verso l'insufficienza multiorgano. Questo avrebbe mantenuto il piccolo Domenico in condizioni cliniche idonee per accedere al ritrapianto urgente quando, il 17 febbraio 2026, si rese effettivamente disponibile un nuovo cuore compatibile, dicono i periti.

E infine, la conclusione amara ma del tutto prevedibile. Solarino, Livi e Lorini, i tre incaricati della perizia, chiudono scrivendo che il decesso del piccolo Domenico si sarebbe evitato, secondo il criterio della probabilità logica, qualora la condotta dei sanitari fosse stata conforme alle leges artis in due momenti chiave: sia garantendo la corretta conservazione dell'organo a Bolzano, sia disponendo la tempestiva conversione al supporto Vad nel periodo post-operatorio a Napoli.

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